Ignorando i limiti naturali e la conformazione della penisola, e non vi riconoscendo unità di politica nè di origine, gli antichissimi non potevano attribuirle una denominazione comune: e quella d’Italia, quai che ne siano il motivo e la significazione[1], si tenne da prima circoscritta al paese meridionale fra i seni Lametico e Scilatico, che oggi diciamo di Sant’Eufemia e di Squillace; poi crebbe in su, man mano che smarrivansi i nomi de’ popoli parziali che v’abitavano, e quelli di Saturnia, Tirrenia, Japigia, Ausonia, Enotria o terra dei venti, datile dagli stranieri, e d’Esperia o terra occidentale, appropriatole dai Greci, che per mare ne raggiungevano le piaggie meridionali. Quando, nella guerra Sociale, otto popoli si strinsero in lega per opporsi al predominio che Roma acquistava sui prischi abitatori, al vocabolo municipale di Roma opposero il nazionale d’Italia, ampliandolo sino ai fiumi Macra a ponente e Rubicone a levante. All’età poi degli Scipioni già indicava l’intera penisola fino alle Alpi[2], terminando ad oriente all’Arsia verso l’Illiria, e al Varo verso occidente.

CONFINI

Tali press’a poco ne sono oggi pure i limiti, entro i quali nella parte boreale fra l’Alpi e l’Appennino pianeggiano sulla destra del Po la Flaminia, sulla sinistra la Venezia, protraentesi nella penisola dell’Istria; seguono la Lombardia ed a ponente il Piemonte, che si elevano verso le alpi Cozie, Lepontine, Retiche, e verso l’Appennino settentrionale, del cui duplice piovente si disseta la Liguria. Questo bacino del Po, di ben settemila cinquecento miglia quadrate, lenemente declive e a cordonate, vantaggiato di perenni fiumane e laghi deliziosi, offrì alla stirpe di Caino il campo per grandi battaglie che decisero le sorti della nazione e de’ suoi padroni[3]; e all’uomo industre un esercizio d’interminabile solerzia e di assidua vigilanza per domarvi i torrenti e regolare i fiumi, che, impoveriti ma non gelati l’inverno, ogni estate traripano; sicchè basterebbero pochi anni di negligenza perchè le ubertose pascione del Lodigiano e le fiorenti pendici della Tremezzina e del Benàco tornassero ignudi greti e deleteriche paludi, come divennero Baja e Pesto.

Maggiore dovizia di memorie storiche impronta i paesi della media e della bassa Italia: la Toscana fra l’Appennino, il mar Tirreno e il Tevere; il Lazio e la Campania sul mare stesso; poi su questo e sull’Jonio e l’Adriatico e allo scarco degli Appennini l’Umbria, il Piceno, il Sannio, l’Abruzzo, la Lucania, l’Apulia, la Calabria.

LE ISOLE

Quivi l’angusto ma profondo faro di Messina ne disgiunge l’isola di Sicilia, estesa centottanta miglia da levante a ponente, centrentatre da mezzogiorno a tramontana, e cinquecencinquanta di giro. Gli antichi la dissero Trinacria dai tre capi; il Peloro, discosto appena tre miglia dalla latrante Scilla di Calabria; il Pachino o capo Pàssaro, verso la Grecia; il Lilibeo, che settantacinque miglia di mare distaccano dal capo Bon in Africa. Elevantesi a terrazzi, alla cui sommità fuma l’Etna, è divisa nei valli di Démona, Noto, Màzzara; il primo lussureggiante d’alberi e frutti, gli altri di cereali, che aveano meritato il titolo di granajo d’Italia a quell’isola, dove alle scarse pioggie suppliscono profuse rugiade.

Oltre questa, ch’è la maggiore del Mediterraneo, molte isole fanno ghirlanda all’Italia, e primarie quelle di Corsica e Sardegna. In quest’ultima si sublima il Gigantino, e si stendono le late pianure di Ozieri e Campidano, e sopra i vulcani estinti pompeggiano selve d’aranci e limoni, e superbi alberi di ulivi, di melogranati, di pepe, di carrube.

Segue l’arcipelago toscano, ove la tufacea Pianòsa, la calcare Palmajòla, le isole granitose del Giglio e di Montecristo, e le irte Gorgòna e Capraja; e maggiore l’Elba, madre del ferro, le cui roccie cristalline e stratiformi decomponendosi preparano vigoroso nutrimento a lecci, querce, castani, noci non solo, ma agli aloe, al fico opunzio, alla palma dattilifera.

ISOLE