ARTI BELLE
Siamo lieti di soggiungere che del suo talento meccanico egli fece l’uso migliore che uom possa, adoprandolo a difesa della patria. Siracusa era assediata dai Romani, ed il console Claudio Marcello v’adoprava tutta la bellica maestria: ma al punto di mettere in atto le macchine, se le vedeva rendere inerti da sempre nuovi congegni d’Archimede, e le navi or affondate, or rapite in alto, ora capolevate, o con specchi incendiate di lontano[237]. Però l’arte d’Archimede non potè salvare la sua città dai tradimenti. Già il nemico l’aveva invasa, ed egli rimaneva tuttora assorto ne’ suoi calcoli, talchè non udì la intimata d’un guerriero romano, che veniva invitarlo a nome di Marcello. Il brutale Romano, credendosi insultato da quella noncuranza, l’uccise. I guaj della Sicilia non le lasciarono o libertà o sentimento di onorare il gran cittadino; e la colonnetta colla sfera e il cilindro, che segnava la gleba del riposo di lui, giacea dimentica fra le tombe volgari quando Cicerone[238] andò a sterrarla di sotto le macìe, e richiamarla all’onoranza degli immemori Siracusani.
Dell’antica grandezza ci conservò stupende testimonianze la Sicilia nelle belle arti. Fin di cinque secoli avanti Cristo abbiam medaglie sue, e di colà sono le più belle fra le antiche, a gran pezza migliori che quelle della Grecia propria; e massimamente i nummi incusi di re Gelone, di Gela, Agrigento, Sibari, Crotone, Reggio, Taranto, palesano squisitissimo gusto. Iperbio ed Agricola che fabbricarono la rôcca di Atene, secondo Pausania venivano di Sicilia. A Learco reggiano gli Spartani commisero una statua di bronzo in molti pezzi, connessi con chiodi, nel 178 di Roma; nel 214 Damea crotoniate lavorò in Elide quella dell’atleta Milone. È lodatissimo un gruppo di Siracusa che incorona Rodi; insigni vasi dipinti vi si vanno scoprendo; e il siciliano Demofilo pittore è gloriato come maestro di Zeusi, uno de’ maggiori artisti, e che fu d’Eraclea nella Magna Grecia.
RUINE DI SELINUNTE
I monumenti siciliani tengono dell’austerità e forza dorica, più che della mollezza e grazia jonica, e sempre con carattere arcaico. Ma l’arte vi venne di Grecia? o da noi passò colà? A quest’ultima opinione farebbero piede i bassorilievi, scoperti non è molto a Selinunte. Questa città ebbe nome dal petroselino che prospera ne’ suoi dintorni, e che essa portava nel suo stemma[239]; durò soli ducenquarantadue anni, e fu distrutta da Annibale prima che sentisse la mescolanza straniera. Giace in riva al mare a mezzodì dell’isola in un vasto piano, diviso da un vallone, ove oggi stagnano le pioggie, e la chiamano Terra de li Pulci. Se la guardi dal capo Granìtola, la credi ancora una gran città; accostandoti riconosci che tutto è ruine, ma così gigantesche che tramutano la melanconia in istupore, e la fantasia si compiace con quei massi enormi, con quegli immani rocchi ricostruire edifizj che parrebbero fatti per una generazione di giganti. E pilieri de’ giganti erano appunto denominati dal vulgo, al quale solo erano conosciuti, dopo che probabilmente un tremuoto volse sossopra que’ colonnati. Tardi vi si applicò l’attenzione degli antiquarj; e sopra l’alta collina prossima al mare, che sembra fosse l’antica acropoli, si intrapresero escavazioni, onde vennero al giorno tempj dorici, sul maggiore de’ quali, periptero esastilo, sovra diciassette colonne posava un cornicione con un fregio dorico, fra’ cui triglifi stavano metope preziose, anteriori d’un secolo e mezzo a quelle d’Egina, che si contano per le più antiche di Grecia. E sette sono que’ tempj, parallelamente disposti su due colline, tutti, dal minore in fuori, circuìti da colonne doriche, nascenti e fortemente rastremate, coll’echino molto sporgente, e viepiù in grazia del sottoposto cavetto. In due di essi, colonne a doppia schiera sostengono il portico nel prospetto, e il pronao chiuso a modo di vestibolo, e le mura della cella prolungate senza pilastri nè colonne; disposizioni che si riscontrano soltanto ne’ monumenti egizj. Nelle metope suddette in rozzo tufo, rappresentanti Ercole coi Làpiti, Perseo con Medusa ed altre scene mitologiche, la monotonia delle teste in profilo tagliente senza cognizione dello scorcio, le barbe a punta, gli occhi fessi al modo degli uccelli, le bocche, i capelli, le pieghe sentono il far rituale, che copia tipi convenzionali anzichè la natura, e indicano il passaggio tra l’arte egiziana e la greca. La prima predomina nelle più antiche; due s’accostano ai marmi d’Egina; nelle altre cinque le variate pose e il piegar degli abiti mostrano un’arte avviata al movimento ordinato e alla rappresentazione animata della classica Grecia. In generale però le opere plastiche dell’isola non ne pareggiano la grandiosità architettonica, nè mai abbandonarono l’arcaismo.
RUINE DI SEGESTA
Fra Trapani e Palermo sorgeva Segesta, fabbricata dagli Elimi, colonizzata dai Tessali; e ancora in mezzo alla solitudine vi s’incontra un tempio parallelogrammo di cinquantasette sopra ventiquattro metri, cinto da trentasei colonne doriche, elevate nove metri e del diametro di due; robuste quanto richiedevasi per reggere il soprornato gigantesco. Tutto s’impronta di una antichità anteriore alla greca educazione, e meglio è conservato perchè non subì le erudite trasformazioni dell’imperatore Adriano, come i monumenti greci.
Se passiamo a Siracusa, troviamo opere più ingentilite e tondeggianti; ed oltre i sepolcri, i tempj, ed uno stilobate lungo cenventicinque passi, che sostiene un’ara oblunga detta di Gerone II, che aveva cornice dorica, adesso appunto si scoperse l’acquedotto che provvedeva copiosamente di acque l’isola, e che potè dare origine alla favola di Aretusa, per confondersi colla quale veniva il fiume Alfeo sin dal Peloponneso, Incorruptarum miscentes oscula aquarum[240]. L’anfiteatro, formante un’elissi molto allungata, parte costruito di pietroni, parte tagliato nel masso, probabilmente fu fatto dai Romani ad uso della colonia postavi, giacchè non sarebbe proporzionato all’antica popolazione. Più accuratamente erasi fabbricato il teatro, che Diodoro Siculo farebbe il più insigne di Sicilia; e posto nel luogo più popoloso della città, offriva agli spettatori la vista del mare, del gran porto, dell’isola Ortigia, delle belle campagne irrigate dall’Anapo, e de’ migliori edifizj della città. Altrettanto meravigliose sono le catacombe, che serpeggiano per molte miglia sotto Acradina, Tiche e Neapoli, attestando dal numero dei morti l’immensa popolazione di quella città.
MONUMENTI IN SICILIA