La mitologica battaglia degli Dei con Tifeo nella Campania e ad Enarime, cioè Ischia; Giove che, minacciato dai Titani, tre ne cava fuori dal suolo, gli altri sobbissa, e ad essi sovrappone i monti di Sicilia, non esprimono l’affondarsi di antiche e l’emergere di nuove montagne? Il piano scabroso che divenne talamo a Roma, fu già seno di mare, colmato da terreno plutonico: marne terziarie, ed arenarie lacustri o marine miste a tufi ignei costituiscono quei colli e i margini de’ laghi di Castel Gandolfo e di Nemi, impozzatisi entro crateri estinti. Altri laghi invece si esaurirono, come quelli di Baccano, di Monterosi, di Capena, d’Aricia, di Castel Savello, e il Regillo presso Frascati, segnalato dall’ultima battaglia del patrizio eroismo romano: il travertino a’ piedi delle montagne di Tivoli non potè esser prodotto che in fondo a un lago, del quale sopravanzano i piccoli dei Tartari e della Solfatara[6].

VULCANI

E d’un vulcano ci pare indubbio simbolo quel Caco, che in Virgilio vomita fuoco[7]. Un cranio rinvenuto in un letto di pozzolana di monte Mario, un gran lenzuolo chiuso nel peperino del monte Albano, un antico ossario sotto alle lave di questo vulcano, testimoniano di mutamenti avvenuti dopo che v’abitava gente consociata. E ben venticinque vulcani tu potresti numerare in doppia tesa da Verona fino all’Etna, i quali ancora si manifestano dove in crateri ignivomi, come a Stròmboli, all’Etna, al Vesuvio, il più attivo d’Europa, dove in soffioni e mufete e borborismi e bulicami, o ci lasciarono di sè testimonianza nella forma del suolo e nelle sovrapposte stratificazioni. Napoli e Cuma, fondate undici secoli avanti Cristo, posano sopra quattro scanni di lava; e convien dire che da lungo tempo tacesse il Vesuvio, se non si dubitò di piantare così vicino ad esso una città. In fatto i Greci, sebbene ne conoscessero la natura, non ne ricordavano alcuna eruzione; eppure Ercolano sorge sopra una lava simile a quella che lo sepellì, e con vestigia di coltivazione. In quella vece ardeva il Voltùre, spingendo lava e ceneri sino al limite orientale degli Irpini; tutta ignea è la vallea del Garigliano; e attorno a Napoli si additano ben ventisette fumajuoli estinti, de’ quali uno a Capodichino, l’altro a Capodimonte, uno a Sant’Elmo e a Pizzofalcone, due al Posílipo, altri a Soccaro, a Pianura, a Fuorigrotta nel monte de’ Camáldoli; i laghi Lucrino, Averno e d’Agnano furono crateri; a dir solo i più manifesti, se ne riscontrano al monte Gauro, a Cuma, al Marmorto, al capo Miseno; Procida aderiva ad Ischia; e il nome de’ Campi Flegrei esprime abbastanza la natura del semicircolo che s’arcua fra Gaeta e il capo di Minerva.

ALTERAZIONI POSTERIORI ALL’UOMO

Poco innanzi al tempo di Plinio era sorta dal mare la Liscabianca, una delle isole liparee; poi nell’età di Tolomeo due altre, Dátoli e Basiluzzo; e mentre a ricordo storico quattro sole se ne contavano, ora quelle isole son dieci; e noi stessi vedemmo, nella secca del Corallo fra Pantellarìa e la città di Sciacca, emergerne una nuova, poi scomparire. Nel 1538 di mezzo al lago Lucrino in pochi giorni si elevò quel che ancora denominiamo Montenuovo.

Nei contorni di Acireale in Sicilia il canonico Recúpero riconobbe sette scanni di lava, alternati con un erto terriccio. L’inglese Brydone, pubblicando nel 1773 quest’osservazione nel Viaggio per la Sicilia e Malta, argomentò che a formare un tal letto vegetale occorrono almeno duemila anni; laonde quella montagna deve contarne quattordicimila. L’asserzione fu raccolta avidamente in un tempo, in cui ogni scienza arrolavasi per isbugiardare il genesi mosaico; ma primieramente chi accerta in quanto tempo il terriccio si formi sopra la lava? arida e nera vediamo tuttora la vomitata dall’Etna nel 1536, mentre su quella del 1636 frondeggiano alberi e vigne; vene di terre coltivate sono frapposte alle sei lave accumulate sopra Ercolano, della cui distruzione conosciam l’anno appunto. Cadeva dunque l’arguzia sillogistica davanti ad una migliore valutazione dei fatti, anche prima che il valoroso naturalista Dolomieu verificasse nessuno strato vegetale interporsi alle lave di Jaci[8].

Consta che a volta a volta ridestaronsi alcuni vulcani; Archippa in età remota andò sommersa nel lago Fúcino; altre irruzioni distrussero nella foresta Ciminia una città, e quella de’ Volsinj, ed una chiamata Sucinio da Ammiano Marcellino, tanto antica che nessuno ne fa ricordo. Era tradizione che Aremulo Silvio re d’Alba (863 a. C.) fosse colla reggia inghiottito da una fauce del monte Albano, e Dionigi d’Alicarnasso aggiunge si notavano ancora nel lago i ruderi del suo palazzo: sotto quel di Bracciano additavano una città sobbissata, di nome ignoto: nè d’altra indole doveva essere la voragine spalancatasi nel fôro romano, entro la quale si precipitò Curzio: Tito Livio trovava riferito negli annali di sassi piovuti a Vejo, sull’Aventino, sul monte Albano, ad Aricia, a Lanuvio. Novantun anno avanti Cristo due montagne a Modena parvero avvicinarsi, e forse allora inabissò la città che giace sotto alla presente; il monte Epomeo divampò in modo, che le mura di Reggio ne ebbero conquasso.

ACQUE

Nuovi cambiamenti portò l’allungarsi dello sbocco dei fiumi. Le paludi Pontine erano mare fino ai monti di Sezze, Sermoneta, Vellétri, ed isola il promontorio Circeo. Le maremme da Pisa fino ad Orbitello, comprendenti il delta dell’Arno e le spianate ove impigrano la Cécina, la Cornia, l’Ombrone, l’Albenga, da pochi secoli furono sottratte al mare: a Rutilio Numaziano nel iv secolo, navigando rasente il lido etrusco, erano visibili gli avanzi di Populonia, or posta troppo addentro ne’ morbiferi pantani di Piombino e Scarlino: e la Tavola Peutingeriana, del secolo iii, fa sboccar l’Ombrone fin presso alla via Aurelia. Sembra il Tirreno flagellasse le mura di Tarquinia, che ora ne dista tre miglia: Luni e Lavenza sedevano sul mare, cui lambiva la via regia, or separatane da un miglio o due. Pisa da Strabone è collocata a tre miglia dal mare, a quattro nel 1173 da Beniamino di Tudela, mentre ora è a sette. Trajano costruì allo sbocco del Tevere il porto, che oggi dista duemila ducento metri dalla riva; e cinquecento cinquantaquattro una torre fabbricata da Alessandro VII sulla marina. Tiensi per dimostrato che l’Arno presso Arezzo si dividesse in due bracci, un de’ quali colava al mare per Firenze e Pisa, l’altro pel val di Chiana confluiva nel Tevere; finchè le alluvioni de’ torrenti tributarj a quella valle, o sollevamenti di terreno separarono i due bacini. Certo il val d’Arno superiore fu un lago, sfogatosi poi per la rotta, che ancora da ciò serba il nome d’Incisa; come di Ripafratta una strozza, che nei colli di Filettole e Castiglioncello squarciarono le acque del Serchio e dell’Ozzeri.

ONDEGGIAMENTI