Scopo dunque di Cartagine non era il conquistare come Roma, bensì l’estendere la mercatura e i guadagni, impedire che la popolazione eccedesse, trovare collocamento ai cittadini sprovveduti. Ma come Venezia, a cui in tanti punti conviene, non assimilava a sè i coloni e i sudditi; anzi, per paura di vederli farsi indipendenti, li teneva in dura soggezione, infiacchendo le membra per vantaggio del capo.
MAGONE
Dal piantarsi in Italia furono impediti i Cartaginesi dagli Etruschi e dai Latini. La Sicilia, disgiuntane appena cento miglia, viepiù ne stuzzicava i desiderj, come quella da cui dipenderebbero la sua padronanza nel Mediterraneo, l’approvvigionamento delle armate, e il commercio del vino e dell’olio. Primeggiava allora in Cartagine Magone, che ne creò la forza e il sistema militare, e fu stipite d’una famiglia, illustre per tre generazioni di capitani[248]. Piantò egli colonie in Sicilia; le quali però essendo tenute deboli per la solita paura che si rivoltassero, potevano dar molestia, ma non prevalere alle ricche e indipendenti colonie greche: 480quando poi Amilcare di Magone fu sbaragliato da Gelone re di Siracusa (pag. 241), i Cartaginesi penarono a difendere le colonie e gli acquisti. E per settant’anni la storia sicula più non fa menzione di loro; poi si riaffacciano poco prima della tirannia di Dionigi il Vecchio, quando ajutarono410 Segesta contro Selinunte, ed occuparono altre terre. Esso Dionigi e Agatocle, cupidi di unire tutta l’isola, mossero ad essi guerra: pure i Cartaginesi vi tennero sempre un piede; e la loro perseveranza, l’inesauribile forza dell’oro, e le irrequietudini perpetue di Siracusa gli avrebbero anche fatti signori di tutta Sicilia, se avessero posseduto un valente generale. Combattuto con alterna fortuna, nella pace del 383 s’ebbero assicurato un terzo di quell’isola.
FORZE E CONQUISTE
Fra ciò Cartagine spiegava e cresceva le proprie forze nelle lotte cogli Etruschi, coi Greci, coi Marsigliesi, poi coi Romani, e fa meraviglia come prontamente si rifacesse delle perdite. Da prima usava solo triremi, poi le ingrandì al tempo d’Alessandro; nella guerra coi Romani n’ebbe di cinque e di sette ordini, colle poppe ornate de’ suoi Dei marittimi, Poseidon, Tritone, i Cabiri. Una quinquereme portava cenventi soldati e trecento marinaj; al remo gli schiavi; prestissima ne’ volteggiamenti. Al persiano Serse somministrò fin duemila navi lunghe e tremila di carico per osteggiare la Grecia. Gli ammiragli però non operavano di pieno arbitrio, ma dipendevano dai generali di terra nelle imprese che voleano concerto, se no dal senato; e le vittorie erano occasione di pubblici tripudj, di pubblico gemito le sconfitte. La cavalleria, perchè costosa, era formata di nobili Cartaginesi, i quali portavano un anello per ogni spedizione fatta: v’avea pure una legione sacra di cittadini riccamente in arnese. Il servizio di terra affidavasi per lo più a mercenarj d’ogni nazione; e sapendo a punto quanto costasse un soldato greco, quanto un africano, un campano, un gallo, mettevano in bilancio il costo di un esercito col frutto che verrebbe da una conquista: al fine della campagna riscattavano i prigionieri, e le spese si pareggiavano colle estorsioni fatte ne’ paesi acquistati. Questa turba ragunaticcia, combattendo fuor del paese natìo e contro gente più povera, non era allettata a disertare; e la diversità di favella e di religione impediva che vi si formassero minacciosi accordi. Ma ne scapitava la disciplina; penoso era il trasportarli per mare; a fronte di truppe disciplinate e nazionali, trovavansi mancare di quel coraggio, che si fonda sul patriotismo e sul sentimento dell’importanza individuale.
Coi Romani erasi Cartagine incontrata nei mari, fin quando essi, potenti sotto i re, stavano a capo della lega Latina, ed emulavano gli Etruschi: e l’anno della cacciata de’ Tarquinj509 conchiuse un trattato, pel quale i Romani si obbligavano a non navigare nè essi nè i loro alleati di là dal capo Bon; però i mercadanti loro approdando a Cartagine, sarebbero immuni da balzelli; le vendite avrebbero pubblica fede; otterrebbero giustizia ne’ paesi siculi, sottomessi ai Cartaginesi; questi non recherebbero danno ai popoli d’Anzio, Ardea, Laurento, Circei, Terracina, o a qualunque latino di loro dipendenza, nè torto alle città libere; non fabbricherebbero fortezze in paesi de’ Latini, e se vi entrassero armati, non vi pernotterebbero.348 In un secondo trattato vi furono inchiusi i popoli di Tiro, d’Utica e i loro alleati: «i Cartaginesi, se prenderanno qualche città latina non dipendente da Roma, la cederanno a questi, serbandosi l’oro e i prigionieri: se facciano prigionieri sopra un popolo in pace con Roma, ma non sottomesso, non lasceranno che entrino ne’ porti romani; entrandovi, se un cittadino li tocchi, diverranno liberi; altrettanto si adoprerà dai Romani, che non fabbricheranno città in Africa e in Sardegna; potranno però vendere e comprare nelle terre cartaginesi al par de’ cittadini, e così viceversa quei di Cartagine». Questi trattati confermaronsi giurando i Cartaginesi pe’ loro Dei, i Romani per la pietra (διὰ λίθον), simbolo primitivo di Giove; cioè, tenendo una pietra in mano, uno diceva:—Se giuro il vero, ogni cosa mi accada prospera; se penso diverso da quel che giuro, gli altri godano la patria, le leggi, i beni, la religione, le tombe, ed io solo sia respinto come ora fo con questo sasso»; e lo lanciava.
I quali documenti preziosi[249], che sono il più antico testimonio della repubblica romana, basterebbero a convincere di falso la comune degli scrittori che, duranti i re, ci presentano come ancora in fasce quella Roma che qui ci appare qual potenza marittima, e signora d’alcuni, protettrice degli altri popoli latini.
RELAZIONE DI CARTAGINE CON ROMA
Niuno però s’affretti a conchiudere che Roma avesse legni grossi, giacchè gli Stati barbareschi, che su quel lembo d’Africa sgomentarono fin jeri anche le maggiori potenze europee, non adopravano navi di linea: Roma poi stipulava forse come capitana della federazione latina, cioè di popoli provvisti di marina, benchè essa ne mancasse; e se pur l’ebbe, dovette lasciarla deperire, talchè n’era sguarnita tre secoli più tardi. In fatto quando Pirro invase la Sicilia,278 Roma e Cartagine stipularono che nessuna patteggerebbe coll’Epiroto senza concorso dell’altra; Cartagine in caso di bisogno somministrerebbe navi, ma non imbarcherebbe senza consenso di Roma. Credendo caso di bisogno il cacciar Pirro quando minacciava Roma, i Cartaginesi mandarono ad Ostia trenta galee; ma i Romani ringraziando le rinviarono, temendo portassero via schiavi e spoglie italiane.
PRIMA GUERRA PUNICA