Intente ognuna ad escludere l’altra da’ suoi territorj, le due repubbliche trattavano da pari a pari; che se Roma sentiva la preponderanza d’uno Stato guerresco sopra uno trafficante, Cartagine aveva tesori per comprare truppe quante volesse, oltre la indisputata prevalenza sul mare. Sarebbero dunque potute ciascuna seguitare la propria strada senza venire a cozzo; ma a guastarle offrì ragioni la Sicilia, secondo avea predetto Pirro. Di quell’isola, agitata ora dalla tirannide di despoti, ora dalla tirannide della libertà, spartivansi allora il dominio i Cartaginesi, i Siracusani del re Gerone II, cui obbedivano anche Leontini, Acre, Megara, Elori, Taormina, e i Mamertini ricoverati al Peloro. 269Questi ultimi erano stati sconfitti e ridotti all’estremità da esso Gerone; nè più serbando che Messina, risolsero di cedergliela: ma quand’egli s’avanzava per occuparla, Annibale generale dei Cartaginesi il tenne a bada, e intanto spedì ad invadere la città. Posti fra due fuochi, i Mamertini, siccome Campani che erano, volsero gli occhi all’Italia, e chiesero ajuti a Roma.
Gli onest’uomini dissuadevano i Romani dall’ingiusta intervenzione, e dal sostenere a Messina quei Mamertini, di cui la perfidia aveano punita a Reggio; ai politici invece arrideva quest’occasione di fare acquisti, e di mortificare Cartagine: il senato ricusò, il popolo volle, e preponderando già la democrazia, fu risolta la spedizione. Anche i Mamertini264 già n’erano pentiti; ma il console Appio Claudio Caudice, figlio del Cieco, imbarcò le legioni su vascelli della Magna Grecia o su zatte. La flotta cartaginese e una tempesta disperdono l’armamento; e Annone, ammiraglio della casa di Magone, tenta ridestare l’onoratezza romana col rinviare i vascelli presi, movendo insieme querela dei patti violati, e professando che Cartagine non lascerebbe mai Roma impadronirsi dello Stretto. Ma Appio Claudio si ostina all’impresa; eludendo la vigilanza dei Cartaginesi, su navi della Magna Grecia si tragitta; sbarcato, vince Gerone così presto, che questo confessa non avere tampoco avuto tempo di vederlo. Esso re, comprendendo quanto dell’amicizia d’un popolo senza navi gli tornasse miglior conto che di quella de’ Cartaginesi, restituì i prigionieri, pagò le spese della guerra, e strinse e serbò fedelmente alleanza coi Romani. I quali, violando il diritto pubblico, occuparono il porto di Messina, e sotto finta di parlamento arrestarono Annone, che per riscattarsi fu obbligato a farne uscire la guarnigione.
263Ai Romani allora brillò la possibilità di snidare i Cartaginesi dall’isola; e mandatovi i due nuovi consoli con quattro legioni, in meno di diciotto mesi ebbero prese sessantasette piazze e fortezze e la grande Agrigento, difesa da due eserciti di cinquantamila uomini, comprati dalla Spagna, dalla Gallia, dalla Liguria. Come dovette starne la Sicilia, corsa da tante truppe, e dove la guerra esercitavasi con tale inumanità! Nella sola Agrigento, la cui espugnazione costò ventimila vite ai Romani, questi vendettero venticinquemila liberi: Annone, non potendo ottenere che i nemici gli rendessero la carpita Messina, avea fatto passar per le spade quanti Italiani servivano sotto le sue bandiere: Amilcare, udendo i Galli da lui assoldati mormorare, gl’invia a metter a sacco Antella, ma di nascosto ne dà avviso ai Romani, che gli appostano e trucidano; scelleraggine che gli antichi encomiarono come bella trovata di guerra. Di simil genere stratagemma avea usato re Gerone: mal volentieri soffrendo gli stranieri inquieti arrolati fra le sue truppe, quando aveva ad assaltare i Mamertini, divise l’esercito in due, i Siracusani distinti dagli assoldati; a capo dei primi mosse l’attacco, lasciando gli altri esposti ai Mamertini, che li fecero a pezzi[250]. Così continuo traspare negli antichi il disprezzo della vita dell’uomo!
Ai Romani fu ben tosto chiaro che non potrebbero acquistare nè conservare la Sicilia, e schermir la costa e le città dalla flotta cartaginese, senza una marina. Una galea cartaginese naufragata offerse loro il modello, legnami l’Appennino, perseveranza la natura loro: in sessanta giorni ebbero costruiti centrenta vascelli, ben presto esercitata la ciurma; e per elidere l’esperienza dei nemici inventarono i corvi, certi ponti che dall’albero di prua violentemente calando sulla nave nemica, vi si conficcavano con branche e arpioni di ferro, e la attaccavano alla romana, in modo da ridurre il combattimento a duelli, siccome in terraferma.
DUILLIO
Così racconta la storia miracolaja, ma è più probabile che di navi li provvedesse Gerone II, potente sul mare. Comunque sia, il console Duillio Nepote riportò presso Lipari la prima vittoria marittima;260 cinquanta legni nemici presi o colati a fondo, tremila uomini uccisi, settemila prigioni: in memoria del quale successo fu eretta a Duillio una colonna ornata di rostri, e concesso per tutta la vita che la sera fosse ricondotto a casa coi fanali a suon di trombe. La fortuna durò prospera negli anni susseguenti, prendendosi Lipari e Malta, poi la Corsica e la Sardegna.
Annibale, comandante alla spedizione cartaginese, riconducendo in patria le misere reliquie della flotta, dopo perduto sin la capitana, sentivasi sovrastare la punizione che Cartagine soleva infliggere agli sconfitti; onde spedì innanzi un messo che al senato espose:—Il console romano guida una flotta numerosa, ma di vascelli goffamente costrutti, e con certe macchine mai più vedute. Annibale vi domanda se deve dargli battaglia.—La dia (risposero i governanti ad una voce), e punisca i Romani dell’averci assaliti nel nostro elemento». Allora il messo:—La diede, argomentando egli pure come voi, e fu vinto». Ciò valse l’assoluzione dell’ammiraglio sfortunato.
ATTILIO REGOLO
Già Agatocle avea mostrato come Cartagine si trovasse mal provveduta contro chi l’assalisse sul proprio terreno, ove le colonie oppresse o le città rivali ajutavano chiunque la minacciasse. Roma dunque decretò uno sbarco in Africa, sebbene il console Marco Attilio Regolo256 fosse costretto ricorrere a minaccie e punizioni per indurre i soldati a quel che loro pareva troppo lungo tragitto, e spaventevole pei mostri che diceasi popolassero le arene libiche: e sebbene i tanti Italiani, che Roma obbligava al remo sulle sue galere, macchinassero insieme cogli schiavi una sollevazione, che solo il tradimento sventò[251], Regolo con quarantamila uomini montati su trecento trenta galee sbaragliò ad Ecnomo la flotta cartaginese di trecencinquanta galee con cencinquantamila uomini, e sbarcato in Africa, ebbe presto assoggettate ducento città, e fin Tunisi, forte per posizione e per mura, dove pose il quartier generale. Cartagine, folta di gente fuggita dalla campagna, e vedendo le aquile romane piantate fin sugli spaldi della vicina Tripoli, chiedeva pace, e Regolo avrebbe potuto dettarla qual Roma la conchiuse dopo tredici altri anni di guerra e centomila morti; ma geloso di non lasciare altrui la gloria di un’impresa da sè cominciata, rispose, allora solo sospenderebbe le armi quando più non rimanesse loro un vascello sul mare. Arroganza indegna di buon capitano, dalla quale ridotti a disperazione, i Cartaginesi chiamarono al comando uno straniero, Santippo di Sparta.255 Costui conobbe che l’inferiorità non veniva da fiacchezza dei Cartaginesi o da valore dei Romani, bensì dal mancare di tattica e di strategia; insegnò a ben valersi degli elefanti e della cavalleria; e tratti i Romani al largo, li vinse presso Tunisi, e ridusse prigioniero il console stesso.