Si narra che i Cartaginesi, quattro anni dopo, mandassero Regolo a Roma per consigliare il cambio dei prigionieri, fattogli giurare che, non ottenendolo, ritornerebbe. Anteponendo al proprio quel che credeva il meglio della patria, egli consigliò il senato di persistere nella guerra, e lasciar morire prigionieri coloro che non avevano saputo conservarsi liberi. Fedele alla parola, tornò a Cartagine, ove acerbe torture punirono la sua fedeltà; e Roma, gareggiando di barbarie, consegnò alla vendetta della moglie di Regolo i prigionieri cartaginesi, ch’ella straziò con lunghi spasimi, finchè l’autorità non glieli ritolse[252]. La gelosia di quel governo di mercanti ci fa meno difficili a credere che i Cartaginesi, sospettosi di Santippo vincitore, come i Veneziani del Carmagnola, lo buttassero in mare: fatto è che più non se ne ragiona.

GUERRA IN SICILIA

Abbandonata allora l’Africa, si rinfocò la guerra in Sicilia. Il proconsole Cecilio Metello battè presso Palermo i Cartaginesi capitanati da Asdrubale,251 e menò trionfo in Roma: ma poi per otto anni i Romani n’andarono colla peggio, perdendo quattro flotte. La maggiore sconfitta toccarono da Aderbale249 presso Drepano quando, non volendo gli auguri che si attaccasse battaglia perchè i polli sacri davano malaugurio col non mangiare, il console Claudio Pulcro sorridendo,—Dunque bevano» disse, e feceli gettar in mare. L’empietà scoraggiò i soldati, vinti prima di combattere; e novantatre navi restarono perdute, morti ottomila Romani, prigionieri ventimila. Agrigento fu presa e messa al nulla dai Cartaginesi, i cui generali Annibale e Cartalone mostrarono di congiungere al valore l’abilità. Alfine però i Romani prevalsero, e tutta Sicilia tornò in loro potere. Solo Drepano e Lilibeo, promontorj all’occidente che potevano considerarsi come l’antemurale di Cartagine, furono insignemente difesi da Amilcare, detto Barca cioè fulmine, padre del più famoso Annibale. Postatosi egli sui promontorio d’Erice, senza alleati vicini nè fortezza nè speranza di soccorsi, vi si mantenne cinque anni, e di là corseggiava le coste d’Italia sino a Cuma, e molte volte profligò i Romani. Cartagine per sostenerlo spedì una flotta con danaro e provvigioni, ma con pochi uomini; la quale scontrata da Lutazio Catulo242 con ducento quinqueremi alle isole Egati, fu posta a sbaraglio. Anche i Galli disertarono da Amilcare ai Romani, che allora per la prima volta assoldarono Barbari.

BATTAGLIA ALLE EGATI

Se la popolazione ellenica avesse conservato in Sicilia lo spirito guerresco, avrebbe potuto prendere parte attiva in quella guerra, e Siracusa meritar di riprendere la preminenza nell’isola col soccorrere i Romani non solo di viveri, ma anche di navi. Però da un pezzo erasi contratta l’abitudine di comprare le braccia di Siculi e di Campani, i quali poi essendo divenuti ausiliarj de’ Romani, la Sicilia, eccetto il regno di Gerone, passò a dominio di questi.

In ventidue anni di guerra continua, tra le battaglie, tra la mala pratica, tra la difficoltà delle coste d’Africa, Roma avea perdute settecento galee: Cartagine appena cinquecento, ma scarseggiava di danaro a segno, che il moggio di frumento vendevasi un asse[253]. Roma, benchè diminuita di un sesto di abitanti, costretta ad alterare le monete fin dell’ottanta per cento, con indomita perseveranza diceva:—Non cederò mai; la guerra alimenterà la guerra». I Cartaginesi negozianti calcolarono gl’interrotti traffici e le esuberanti spese, sicchè l’avarizia divenendo ausiliaria dell’umanità, proposero la pace. Roma, che l’aveva rifiutata per consiglio di Regolo, allora l’accettò dopo tante spese e tanto sangue, a questi patti:—I Cartaginesi sgombrino la Sicilia e le vicine isolette; entro dieci anni paghino a Roma duemila ducento talenti (17 milioni di fr.) per contribuzione di guerra; restituiscano i prigionieri e disertori; non moveranno più guerra a Gerone re di Siracusa». Nuovi emergenti li costrinsero a cedere ben presto anche la Sardegna.

PACE DELLE ISOLE EGATI

Il tempio di Giano a Roma fu chiuso, ma poco tardò ad essere riaperto, per non serrarsi più fin ai giorni di Augusto. E prima occasione di rifar guerra fu la spedizione contro gl’Illirj,230 che corseggiavano l’Adriatico. Roma, esibendosi protettrice degl’Italiani finchè non potesse rendersene padrona, avea fatto accordi con que’ pirati acciocchè non li molestassero; ma quelli seguitavano a predar le navi e le coste. Spedì essa a lamentarsene con Teuta loro regina, vedova d’Agrone; ma costei uccise gli ambasciadori. Subito le si porta guerra, passando per la prima volta il golfo jonio;228 e vintala, e privata di parte degli Stati, Roma è benedetta dagli Italiani e dai Greci come liberatrice del mare, e da questi ricevuta in cittadinanza ordinaria e ammessa ai misteri eleusini; e passeggia trionfante anche sul campo dove prima non grandeggiava che Cartagine.

SPEDIZIONE IN ILLIRIA

Ormai del potere come della ricchezza riguardava essa per fonte prima le armi, talchè dottrina suprema era quella della guerra. In pace non tenea milizia nazionale nè forestiera, anzi era vietato il portar armi entro la città; solo all’occorrenza d’un pericolo, dal console e dal pretore urbano erano chiamati tutti alle armi, collocati dagli edili o dai triumviri criminali ai posti minacciati e alle ronde, col pilo o colla spada: tardi le fazioni introdussero bande di barbari o di schiavi[254]. Ogni cittadino era obbligato alla milizia se non avesse quarantasei anni, o finite sedici campagne a piedi, o dieci a cavallo.