LEGIONE
La legione, così detta dal riempirsi d’uomini eletti, variò di numero secondo le età; e da tremilatrecento, di cui si componeva sotto Romolo, fu portata fino a seimila al tempo delle guerre macedoniche. Ordinariamente ciascun console levava due legioni; e più, se ne nascesse bisogno. In battaglia disponevansi in cinque divisioni: nella prima i principi o classici, che in appresso formarono la seconda; poi gli astati; quindi i triarj o pilani; infine i rorarj e gli accensi, dall’armatura leggera (pag. 163). La legione dividevasi inoltre in coorti, manipoli e centurie. Più tardi fu da Mario riordinata la coorte, che contava trenta uomini di fronte e dieci di profondità: disposizione agilissima, e opportuna a qualunque terreno o forma.
ARMI
Armi erano le freccie, le frombole e il tremendo pilo, giavellotto di sette piedi, e più lungo pei triarj; lanciato il quale a tutta forza di braccio, colla spada risolvevasi la giornata. Lancia e sciabola erano pure le armi offensive della cavalleria; le difensive elmo, corazza e leggiero scudo. Nerbo degli eserciti teneasi la fanteria: la cavalleria, sebbene formasse talvolta un corpo separato, non servì d’ordinario che a fiancheggiare i pedoni; e la minore abilità dei Romani in questa disajutò le loro imprese contro i Numidi e i Parti. I rorarj, frombolieri ed arcieri ingaggiavano la mischia, poi consumati i projetti, ritiravansi a lato della legione; ed allora gli astati giocavano de’ giavellotti, e mentre i nemici attendevano a liberarne gli scudi ove s’erano confitti, essi gli aggredivano colle sciabole. Che se trovassero valida resistenza, subentravano freschi i principi, da sezzo i triarj; di maniera che il nemico, esposto a tre rinnovati attacchi, mal si poteva reggere. Gli accensi componevano il battaglione di deposito.
Oltre il vivere, i soldati portavano seco i pali per formare la trincea; e dovunque fermassero il piede, munivano il campo con un terrapieno quadrato, e una fossa dieci piedi profonda. Nel mezzo dell’accampamento tendevasi il padiglione pretorio, all’intorno gli uffiziali, indi i restanti guerrieri; e dal centro partivano quattro strade rette, fino alle porte schiuse nella trincea. Nelle marcie procedevasi in colonne; ma se temessero un attacco, si ordinavano in linea, togliendosi nel centro i bagagli. Il soldato romano faceva venti o ventiquattro miglia in cinque ore, con tutto il suo fardaggio, del peso di sessanta libbre. Evitando però quei rapidi passaggi dalla inazione alla fatica, che uccidono tanti dei nostri, negli esercizj usavano armi pesanti il doppio di quelle da battaglia; anche in pace si stancavano a continue opere, massime a tagliare strade; Scauro, riconducendo l’esercito dalle Gallie, lo pose a scavar canali nel Parmigiano e Piacentino per ovviare i dilagamenti del Po.
DISCIPLINA
Rigorosissimi erano gli statuti militari. La legge Porcia esimeva dalla bastonatura il cittadino, non il soldato. Quello che avesse gettate le armi, deserto il posto, o combattuto senza comando, era condannato in pubblico giudizio; ma se il generale lo toccasse colla sua canna, gli era permesso fuggire; guaj però se si lasciasse più trovare nel campo! ogni soldato teneva ordine di ucciderlo. Se un corpo avesse mostrato viltà, il generale lo decimava, mandando a vituperoso supplizio uno ogni dieci, tratti alla ventura; agli altri, esiglio ed onta. Lo spirito militare animava ogni cosa; dal senato uscivano i generali come gli ambasciatori; non saliva alla sommità della repubblica chi non avesse fatto dieci campagne: onde le guerre conducevansi con finezza politica, e le assemblee spiravano ardor guerresco; l’ambasciatore nella pace prendeva cognizione del popolo che poi veniva a combattere come generale; quegli stessi che aveano risolto in consiglio, eseguivano in campo. A questo doppio uffizio educavasi la gioventù, armeggiare e discutere, arringar il popolo e disciplinare la truppa, governare, combattere e trionfare. E il trionfo portava al consolato, talchè i generali ambivano le battaglie, il senato ne faceva nascere occasioni coll’intromettersi agli interessi delle nazioni straniere. Colui poi che dianzi avea capitanato un esercito, non isdegnava di servire in quello. Entrando in una nuova campagna, il generale sceglieva i tribuni o vogliam dire i colonnelli, questi gli uffiziali inferiori, onde stringevasi saldamente l’unione fra’ superiori e i soldati; comune sentimento li moveva, speranza comune; e l’entusiasmo per la patria e per la gloria recava ad esser prodi, l’obbedienza al capo rendeva questo onnipossente.
Così il braccio dei forti era diretto dal senno dei prudenti: e mentre l’arte militare in tutti gli altri paesi andava in dechino, avvilita da mercenarj, o regolata per impeti folli di plebe o capricci di tiranni, qui non meno che a guadagnar battaglie provvedeasi a preparare poco a poco la vittoria colla pacifica intervenzione, coi subdoli maneggi, coll’artifiziosa perseveranza in prevenire o sciogliere le leghe, che la gelosia o l’amore dell’indipendenza opponessero alle conquiste.
NUOVE INVASIONI DEI GALLI
Ed ebbero a farne buona prova contro i Galli Cisalpini, i quali profittavano d’ogni disastro di Roma per minacciarla. Dopo respinti dal Campidoglio, eransi tenuti ventitre anni sulla sinistra del Po; poi ricominciarono a molestare il Lazio e la Campania colle correrie. Roma a snidarli, essi a tornare, e un avvicendarsi di attacchi e di sconfitte. Da lunga pezza però mostravano più non pensare a invasioni, quando alcune bande vennero d’oltr’Alpe nella Cisalpina,299 chiedendo terre:—Queste sono già nostre (dissero i Galli); ma se volete ubertose campagne, la media Italia ne abbonda». Ed essi calarono nell’Etruria, la quale, vinta ma non domata, guardò, come si suole, il nuovo flagello come un alleviamento dell’antico, e propose di prendere i nuovi Galli, quanti erano, al suo soldo contro Roma. Questi accettarono, ma non appena ebbero tocco il denaro pattuito, ricusarono combattere, e ripassarono l’Appennino.