Gli Etruschi, che aveano lasciato trapelare i loro intenti, sentirono d’essere esposti al pericolo, e conoscendo che i deboli non possono resistere ai forti se non coll’associarsi, giurarono la lega coi Sanniti che dicemmo (pag. 201),296 spedirono ambasciadori a Sinigaglia e Milano per sollecitare ajuti dai Galli, infidi ma necessarj. E gli ebbero, e con loro osteggiarono i Romani per ricuperare l’indipendenza, ma soccombettero al valore di Fabio e Decio.295 Poco stante, Roma spedì Cornelio Dolabella console a devastare il territorio dei Senoni, uccidendo uomini, donne, fanciulli, quanti incontrasse. 283Druso portò a Roma molto oro ed ornamenti trovati nel tesoro de’ Senoni, vantando aver ricuperato il denaro con cui era stato ricompro il Campidoglio; e a Seno-gallia venne stabilita una colonia.
I GALLI
Fu la prima sul terreno gallico; e mentre serviva di sentinella avanzata, era pure un fomite perpetuo ad intrighi, ed uno spionaggio nella Cisalpina. In questa i Galli fiorivano nell’abbondanza, talchè per quattro oboli vi si comprava una misura di frumento, per due una di orzo o di vino, e nelle locande un quarto d’obolo bastava a pranzare. Fra tali agi smettevano l’antica mania del correre e del conquistare; talchè At e Gall, due re de’ Boj stanziati attorno, a Bononia, avendoli eccitati a romper guerra ai Romani e disfare Arimino, altra loro colonia piantata nel 268, vennero trucidati a furor di popolo.
Eppure quei due consigliavano il meglio della loro gente, attesochè da Arimino e da Sinigaglia i Romani non cessavano di recar molestia ai Galli; posero impacci al commercio, massime a quello delle armi; finalmente il tribuno Flaminio propose che le terre, tolte ai Senoni cinquant’anni prima e rimaste in mano de’ patrizj, venissero compartite fra il popolo, e ridotte tutte a colonie.
238A quest’ultimo colpo si riscossero i Boj, e ordirono una lega dei popoli dell’Italia superiore. Ma i Veneti, gente slava stanziata presso all’Adriatico, ricusarono l’alleanza di questi temuti vicini: i Cenomani, posti fra Brescia e Verona, erano stati guadagnati dal denaro romano: i Liguri, dopo lunga guerra sostenuta colla fierezza ad essi naturale, erano stati dal console Fulvio snidati dagli inaccessibili loro ripari; Bebio li trasse al piano; Postumio li disarmò, non lasciando ad essi altro ferro che l’occorrente ai mestieri. Trovandosi dunque soli, i Boj e gl’Insubri ricorsero ai Galli Transalpini che formavano la lega di Gesda (Gesatæ);226 e Lingoni, Anamani, Boj, Insubri s’accolsero in riva al Po. Minacciati alle spalle dai Cenomani e dai Veneti, una parte dovettero rimanere a difesa: cinquantamila con ventimila cavalli e moltissimi carri scesero per la penisola, giurando di non scingere le spade che in Campidoglio.
Roma sbigottì del tumulto gallico, e già prevedea nuovi Brenni e nuove sconfitte di Allia; tanto più che il fulmine colpì la rôcca del Campidoglio, tre lune apparvero in cielo, e i fiumi corsero sangue: onde, consultati i libri Sibillini, credè stornare i minacciosi presagi sepellendo vivi nel fôro Boario un Gallo ed una Galla. La superstizione non arrestava i migliori provvedimenti, e si decretò la leva a stormo per tutta l’Italia, la quale deponeva le gelosie quando importava salvarsi da feroci predoni.
FORZE DI ROMA
Qui un importante documento statistico n’è esibito dallo storico Polibio. Secondo lui, il senato si fece presentare i registri di tutte le popolazioni italiche, e ne cavò il prospetto delle forze sì attive che in riserva, e fu siffatto:—Coi consoli stavano quattro legioni romane da cinquemila ducento fanti e tremila cavalli; inoltre trentamila pedoni e duemila cavalli degli alleati; cinquantamila fanti e quattromila cavalli sabini e tirreni, collocati alla frontiera dell’Etruria sotto un pretore. Gli Umbri e Sarsinati dell’Appennino diedero ventimila uomini; altrettanti i Veneti e Cenomani. A Roma teneansi in riserva ventimila fanti e duemila cavalieri fra gli alleati; contavansi presso i Latini ottantamila fanti e cinquemila cavalieri; presso i Sanniti settantamila fanti e settemila cavalieri; presso gli Japigi e Messapi cinquantamila fanti e sedicimila cavalieri; presso i Lucani trentamila de’ primi, tremila degli altri; Marsi, Marrucini, Frentani, Vestini armavano ventimila fanti e quattromila cavalli; di più aveansi in Sicilia e a Taranto due legioni romane da quattromila ducento fanti e ducento cavalieri; e nella popolazione di Roma e sua campagna erano atti alle armi altri ducencinquantamila persone a piedi e ventitremila a cavallo. In numeri tondi risultavano dunque settecento mila fanti e settantamila cavalli[255]. Siccome in caso di tumulto tutti prendeano l’armi, può la popolazione qui indicata stimarsi per un quarto della totale; onde ne risulterebbero tre milioni di liberi. Ma i proletarj, i padri senza figliuoli, i pupilli non erano soggetti al servizio[256]: restava poi a contare lo sterminato numero degli schiavi.
I GALLI
223I Galli seppero destramente avanzare tra gli eserciti nemici fino ad Arezzo e a Chiusi: quivi sconfissero sei mila Romani; e già erano a tre giornate da Roma, quando in fierissima battaglia, presso al capo di Telamone nella maremma toscana, furono sgominati; il console Regolo vi perì, ma quarantamila Galli rimasero sul campo, oltre diecimila fatti prigionieri.