L’INSUBRIA VINTA

I nuovi consoli, spingendo la vittoria, invasero la Cispadana, poi l’anno appresso varcarono il Po verso lo sbocco dell’Adda,224 favoriti dai Cenomani. I Galli, ridotti alla lor volta a mezzi estremi, trassero dai tempj gli immobili, insegne d’oro fino, venerate come dai Musulmani lo stendardo di Maometto; e intorno a quelli si levarono in massa. Eppure furono vinti ancora presso Clastidio da Marcello,222 che prese Milano e la restante Insubria da Arimino fin al Ticino, pose grosse contribuzioni, confiscò gran parte del territorio, e potè offrire a Giove Feretrio le spoglie opime del loro capo Virdumaro. Solenne trionfo ne menò Roma, e per meglio santificarlo, scannò ad uno ad uno tutti i prigionieri della gente ch’essa chiamava barbara; sul Po piantò le colonie di Piacenza e Cremona;221 e vantava:—Noi abbiamo domi gl’Insubri, assicurato il dominio dei due mari che ci separano dalla Spagna e dalla Grecia, occupato l’Istria e l’Illiria, sottomesso al voler nostro tanta Italia, da armare ottocentomila uomini».

Eppure fra poco dovea vedersi ridotta a disputare ad un nemico ostinato fin i terreni circostanti alla capitale.


[CAPITOLO XIII.]

Seconda guerra punica. Annibale.
Sommessione della Gallia Cisalpina e di tutta Italia.

Piccolo intelletto bastava a comprendere che quella delle isole Egati, più che una pace, era un armistizio, durante il quale Roma si allestirebbe di nuove forze onde all’emula, dopo tolto l’onore e l’influenza politica, togliere e le ricchezze e l’indipendenza. Nella guerra micidialissima, Roma avea perduto cittadini, e Cartagine soltanto mercenarj: ma Roma rifondeasi il sangue versato coll’adottare nuovi figli, mentre a Cartagine, in tempo di pace, i soldati diventavano nemici. Già durante la guerra i mercenarj aveano causato non lievi disturbi ai generali: sicchè questi sotto Agrigento mandarono a macello tre o quattro migliaja di Galli, altri fecero condurre sopra un’isola deserta, e quivi abbandonare. Quando poi, conchiusa la pace, si trattò di congedarli, i Cartaginesi lasciavansi rincrescere tanto esborso; onde i mercenarj mossero contro la città, e in favelle varie, ma con eguale prepotenza chiesero i soldi.238 Cartagine, pretestando il vuoto erario, esibiva un tanto meno: ma quei forti che avevano sottocchio le ricchezze del popolo più trafficante, e quanto facilmente il loro braccio prevarrebbe alle costoro industrie, s’ammutinano; dalle città africane settantamila uomini si rannodano coi ventimila mercenarj, e stringono d’assedio Cartagine. Sono di quei frangenti, ove la superiorità è restituita agli uomini d’azione; e in fatto la fazione guerresca dei Barca, venuta in dechino in grazia della pace, torna a rivalere; ed Amilcare, rimesso al comando, con ferocia combatte la ferocia de’ mercenarj, e ne fa macello.

ANNIBALE IN ISPAGNA

Vinti questi nemici, restava non meno temibile il loro vincitore. I Cartaginesi, non avendo potuto perderlo con un’accusa, lo mandarono a guerreggiare fra i Numidi.237 Sottomessa la costa d’Africa sino all’Oceano, di là egli traeva numerose cerne d’Africani, Numidi, Mauritani, imbizzarriti dalla vittoria; e non avendo altro modo d’alimentarli che la guerra e la preda, li menò di qua del mare nella Spagna, ricca di terreno, di commercio, di miniere. Cartagine non se ne diede per intesa, sperando o che il valore conosciuto degli Spagnuoli toglierebbe di mezzo l’esercito pericoloso; o se questo vincesse, non si potrebbe sostenere che ricorrendo alle flotte di Cartagine, e cedendole il frutto delle sue conquiste.

Campeggiava dunque Amilcare, si può dire, indipendente dalla sua repubblica, e volgeva per la fantasia un’impresa maggiore, suggeritagli dal dispetto d’aver visto la Sicilia ceduta per intempestiva disperazione, e la Sardegna ciuffata dai Romani nel cuor della pace. Ma in mezzo a tali divisamenti rimase sconfitto e ucciso; 228tolto un gran nemico a Roma, e fors’anche a Cartagine.