Asdrubale genero di lui si mise a capo dell’esercito ch’egli abbandonava, e guerreggiò in Ispagna a suo talento; coll’affabilità e coi maneggi più che colla forza trasse dalla sua i regoli del paese, e in faccia all’Africa fondò Cartagine nuova (Cartagéna),226 con eccellente porto e formidabili munizioni, predestinata sede d’un dominio spagnuolo220 che forse egli ruminava alzare emulo di Cartagine e di Roma. Ma uno schiavo gallo lo scannò a piè degli altari.

L’esercito si tolse a capo Annibale figlio d’Amilcare, giovane ventiseienne, che poteva dirsi straniero alla patria, dalla quale era uscito a tredici anni. Suo padre l’avea formato negli aspri esercizj della guerra spagnuola e nell’odio di Roma; e consacrandolo col fuoco sull’ara di Melcart, gli avea fatto giurare perpetua nimicizia ai Romani. Annibale congiungeva facoltà disparatissime; obbedire e comandare, tenersi cari i soldati e gli uffiziali, divisare un’impresa ed eseguirla; versatissimo in quanto allora sapevasi di tattica e stratagemmi, primo tra i fanti, primo tra i cavalieri; indistinto dagli altri nelle marcie e nell’accampamento, nella mischia distinto per armi e cavallo più vistosi; indomito alle fatiche, primo all’azzuffarsi, ultimo al ritirarsi; senza pietà, senza fede, senza riguardo a santità, a giuramenti.

Le città di Emporia, Roda, Sagunto, fondate dai Greci nella Spagna, si videro esposte alle ambizioni puniche; onde ricorsero a Roma, che già estendeva la sua politica di là delle Alpi, e che, ingelosita dallo estendersi de’ Cartaginesi in quella penisola, s’interpose, e concordò con essi avesse a considerarsi limite de’ possedimenti l’Ebro, di mezzo alle due potenze restando franca Sagunto, città di origine greco-italica[257]. Annibale, desideroso di romperla coi Romani, ad onta dei trattati assediò Sagunto;219 i cui abitanti, dopo generosissima resistenza, vedendo disperato della patria, e non volendole sopravvivere, si precipitarono nelle fiamme. Roma stava consultando ancora sul soccorrerla quando la udì perita; onde spedì ambasciadori ad Annibale per lamentarsene, i quali, da lui non ascoltati, tragittarono a Cartagine, chiedendo fosse loro consegnato Annibale, violatore del diritto pubblico. Il senato rispose nol potrebbe quand’anche il volesse; e dicea vero, ma Fabio Massimo Verrucoso, fatto un seno col lembo della toga, lo sporse ai gerusj cartaginesi, e disse:—Qua entro vi offro guerra e pace, scegliete». I gerusj risposero unanimi:—Dia qual vuole»; ed egli, scosso quel lembo, esclamò—Guerra».

SECONDA GUERRA PUNICA

E fu rotta quella che Livio chiama bellum maxime memorabile omnium, e che la posterità ricorda ancora come gravissima, dopo tante in cui si abbeverò di sangue la razza di Caino. Aveva Roma a fare con un esercito che da ventitre anni combatteva gli Spagnuoli, gente bellicosissima nelle difficili fazioni di montagna, e capitanato da un sommo generale. Come avviene delle guerre di passione, non meno che colle forze si armeggiò coi maneggi, e variatissima volse la fortuna, costosa la vittoria. Roma fece grandiosi preparativi di truppe proprie e d’alleate, e supplicazioni agli Dei: chiese a’ popoli della Spagna rimanessero saldi alla sua amicizia; ma questi risposero, l’esempio di Sagunto aveva insegnato quanto male essa proteggesse i suoi alleati: si volse ai Galli, pregando non concedessero il passo ai Cartaginesi; ma quelli, venuti in consiglio armati, risposero ridendo:—Che male ci ha fatto Cartagine? o che bene Roma? Questo sappiamo solo che Roma ha cercato espellere d’Italia i nostri fratelli».

PASSO DELLE ALPI

Alludevano ai Galli Cisalpini, dei quali essendo recente la sconfitta, Annibale comprese come insorgerebbero non appena egli portasse le armi in Italia. La famiglia di lui era ricchissima, e da una sola miniera di Spagna traeva al giorno trecento libbre d’argento[258]; altri mezzi gli offrivano le spoglie della vinta Sagunto: laonde, lasciato cinquantacinque navi e sedicimila soldati col fratello Asdrubale per guardare la Spagna e per addestrarsi in quella faticosissima palestra, con novantamila veterani prese le mosse. I Romani l’aspettavano per mare:218,
16 giug. egli, al contrario, pensò venire pei Pirenei e le Alpi, donde si diceva che anticamente Ercole Tirio fosse dall’Iberia varcato in Italia; aprirebbe una nuova via, impresa che gli antichi consideravano gloriosissima; ed a pastura del vulgo diede voce che il dio patrio gli avesse in sogno, entro il santuario di Gades, preconizzate le vittorie, e mostro il cammino mediante le tortuosità di un serpente. Politicamente confidava ne’ Barbari, e di guadagnarne i capi sia coll’oro, sia coll’idea della vendetta e del saccheggio: onde spediva a sollecitare Boj ed Insubri; aprissero gli occhi contro questa Roma che tendeva avvolgerli in una catena, di cui erano i primi anelli le colonie di Piacenza e Cremona. Raggiunte le vette de’ Pirenei, acquietò i Galli della pendice settentrionale con un trattato, memorabile per la singolarità; giacchè si stipulava che qualsivoglia querela de’ Cartaginesi contro gl’indigeni sarebbe rimessa all’arbitrio delle donne galle[259]. Lasciando guarnigioni lungo tutto il cammino, innanzi che i Romani potessero abbarrargli la via tragittò il Rodano e la Durenza, e uscente ottobre cominciò a valicare le Alpi nevate, pericolose e difese[260].

ANNIBALE IN ITALIA

Tanto fu disastrosa la marcia fra i ghiacci nel salire, fra i torrenti e le smottature nel discendere, che di cinquantamila fanti e ventimila cavalli con cui aveva varcato il Rodano, dopo cinque mesi e mezzo e mille cenventicinque miglia di viaggio, gli avanzarono appena ventimila fanti e seimila cavalli. Col favore dei Galli e col proprio coraggio, probabilmente pel piccolo Sanbernardo nelle alpi Graje scese in val d’Aosta: riuscito fra i Taurini, proclamando la solita canzone del venire a liberare l’Italia da’ suoi oppressori, giunse al Po. All’avvicinarsi di lui, i Galli insorti aveano disperse le colonie di Piacenza e di Cremona, e rotto il console romano nella foresta di Modena; pure non caldeggiarono l’invasore quant’egli sperava, fosse paura de’ Romani, o avessero di buon’ora sperimentato i guaj di tali liberazioni: sicchè col fendente della spada dovette Annibale aprirsi un passo sanguinoso fra i Taurini.