Rincalzato adunque agli estremi di quell’Italia che dianzi scorrea da vincitore, più non poteva Annibale che altalenare sulle difese tra gli Abruzzi, insuperabili qualora occupati da uomini. Ben doveva esser mirabile la prudenza di lui ne’ disastri, se i nemici non osarono assalirlo benchè malconcio e disordinato, e se l’esercito suo, composto di mercenarj d’ogni favella e religione e costumi, e mancante di paghe e spesso di viveri, non gli perdè il rispetto, come avviene al cessare della fortuna. Cartagine delibera un’altra volta d’inviargli soccorsi: e Magone, fratello di lui, con quattordicimila uomini sbarcato a Genova,205 tenta di trarre dalla sua i Liguri, ed ingrossato penetra nella Gallia Cisalpina, e vi si regge lungamente. Anche in Sicilia spedirono Imilcone: ma la guerra trascinavasi lenta, come allorchè nessuna delle parti ardisce un colpo risoluto. Questo era riservato a Publio Cornelio Scipione.

PASSA IN AFRICA

La partenza di Asdrubale aveva fatto agevolezza a questo di sottomettere tutta la Spagna cartaginese fino a Cadice; colà fondò pei veterani la colonia d’Italia presso Siviglia; e la vittoria costante sopra quattro generali e quattro eserciti gli meritò d’esser eletto console innanzi l’età.—Non si potrà finire la guerra d’Italia che collo sbarcare in Africa», pensò egli; e con tal mira strinse alleanza con Siface re della Numidia: ma i vecchi generali di Roma, tra cui anche Fabio Massimo, fosse cautela o invidia, lo contrariavano di maniera che a stento ottenne trenta galee[264]. Alla renitenza del senato supplì l’ardore degl’Italiani, impazienti di porre un termine alle perenni devastazioni delle bande d’Annibale quando più non lo sperarono liberatore. Gli Etruschi disingannati trassero dagli arsenali le armi e gli attrezzi, copiosissimo avanzo della loro grandezza; Populonia somministrò il ferro, Tarquinia le tele, Chiusi, Perugia, Rusella gli abeti, Arezzo trenta migliaja di scudi, celate, pili, cinquantamila aste lunghe, e quante occorrevano scuri, asce, fasci, vasi d’acqua, macinette; sicchè un poderoso armamento Scipione radunò nella Sicilia, mentre simulavasi tuffato nella mollezza e nei piaceri, e sbarcò in Africa.

SOFONISBA

Fa meraviglia che Cartagine non siasi opposta a quel tragitto: soltanto era riuscita a richiamare dalla sua re Siface, valendosi delle istigazioni di Sofonisba, figlia di Asdrubale Giscone,204 la quale adoperava la sua bellezza per trovare nemici a Roma. Scipione assalì questo re, e spodestatolo, ripristinò sul trono di Numidia il cacciato Massinissa. Costui, dotato di quella solida vecchiezza che spesso s’incontra ne’ militari, a ottant’anni valichi reggeva un giorno intero a cavallo, ed anelando a vendicarsi ajutò non poco la vittoria di Scipione; e avuto in sua mano Siface, gli tolse Sofonisba, e la sposò. N’ebbe dispetto l’innamorato Siface, e subillò Scipione:—Guaj ai Romani ove costei s’avvicina! come ha mutato l’animo mio ad odiarli, così torcerà Massinissa contro di voi». Il Romano adunque la richiede al re numida, il quale non osando negarla e non la volendo cedere, presenta a Sofonisba un nappo avvelenato.—Grazie del dono nuziale», esclama l’intrepida, e beve. Massinissa ne mostrò il cadavere a’ Romani venuti a richiederla, e Scipione posò sul capo del vecchio il diadema,203 meritato coll’assassinio d’una donna.

Cartagine, stretta sì da vicino, richiamò d’Italia gli eserciti. Magone, che non era mai riuscito a congiungersi con Annibale, pugnando nell’Insubria contro Quintilio Varo toccò una grave ferita, della quale morì mentre si tragittava in Africa. Annibale costretto a lasciare il bel paese che sedici anni aveva corso rubando e sperperando, smungendo amici e nemici, trucidando con barbarie calcolata, sterminando le famiglie infedeli o temute, o de’ cui beni avesse bisogno per nodrire i suoi mercenarj, non sapea celare il suo dispetto. Anche sul punto di uscirne, sotto finta di visitare le guarnigioni delle fortezze alleate, mandò suoi commissarj ad espellere cittadini, a saccheggiar case e tesori; e perchè i popoli si opponevano, ne seguirono violenze e sangue. Avrebbe egli voluto portare in Africa un ventimila Italiani che militavano sotto la sua bandiera; ma non aderirono se non quelli che sentivansi rei di delitto capitale. A questi egli regalò gli altri come schiavi; ma perchè si vergognavano di farsi carcerieri de’ proprj fratelli, Annibale unì quegli avanzi con quattromila cavalli e assai bestie da soma, e di tutto fece macello[265].

ANNIBALE ESCE D’ITALIA

Queste orme lasciava Annibale del suo passaggio, del quale gl’Italiani conservarono lungamente memoria d’orrore. Cartagine non appena rivide il gran generale, ripigliò la baldanza; fallendo la tregua invocata, malmenò alcune navi romane sospinte dalla tempesta, e tentò mandar a male gli ambasciatori venuti a richiamarsene. Annibale però non avea fretta di vincere; e quando que’ mercanti il sollecitavano alla battaglia, rispondeva:—Attendete a’ fatti vostri; il soprassedere o accelerare è affar mio». Abboccatosi con Scipione, esibì di cedergli Sicilia, Sardegna e Spagna, ma questi non accettò: a Zama si fe giornata,202 e benchè Celti e Liguri, ch’erano un terzo dell’esercito, combattessero coll’odio insito alla razza galla contro la romana[266], ed Annibale v’adoprasse tutta l’arte e il coraggio, la vittoria restò ai Romani.

ZAMA