Tutte pertanto, quantunque da principj opposti derivando, riuscivano alla conseguenza di ridurre gli spiriti indifferenti sopra la realità. Entrato allora il gusto dell’erudizione, l’Accademia Nuova che fiorì principalmente ad Alessandria, distillava dalle scuole precedenti ciò che migliore le pareva, delle opinioni nessuna asseriva positivamente, tutte accettava come probabili; eclettismo inefficace, che arriva a togliere la distinzione tra il vero e il falso, dacchè vi toglie il carattere d’assolutezza, e accetta per unico criterio l’esperienza.
I SOFISTI
Il decadimento del ben pensare è sempre accompagnato dall’imbaldanzire della parola. I Sofisti, gazzettieri d’allora, ebbri della potenza dell’argomentazione, qualunque ne sia lo scopo, dopo che furonsi avvezzati alle esorbitanze nella guerra del Peloponneso, volsero l’ingegno a sostenere del pari il bene e il male, e giustificavano la violenza, glorificavano la forza, trasportando nella vita civile le leggi della guerra. Di là la smania del potere, l’ardor della lotta, il delirio della vittoria, ben espressa da Euripide allorchè cantò:—La sapienza e la gloria dagli Dei concesse ai mortali, non sono altro che tenere la mano poderosa sulla testa de’ nemici». Combinazione consueta, al tempo stesso i filosofi snervavano giustificando la voluttà, togliendo la differenza tra il bene e il male, il vero e il falso, rendendo la volontà dell’uomo schiava dei sensi, e proponendo alle persone colte per unico esercizio l’arte frivola della retorica, che pervertiva l’anima e l’intelletto, la coscienza e il gusto.
CARNEADE
Chiunque sa che l’uomo opera in conseguenza di ciò che crede, vedrà quanto sulle azioni dovessero contribuire tali dottrine. Il più illustre de’ nuovi Accademici fu Carneade di Cirene, il quale insegnava la verità non possedere un carattere indefettibile a cui conoscerla, atteso che siano illusorie le sensazioni che somministrano la materia delle nozioni: se anche esiste una verità assoluta, è fuori dei confini dell’intelligenza dell’uomo, il quale perciò non può fondare i pensieri e gli atti proprj che sulla verosimiglianza, ed ha assoluta impossibilità a decidere. Collo stoico Diogene180 e col peripatetico Critolao egli fu dagli Ateniesi mandato ambasciatore a Roma, ove della prodigiosa sua sottigliezza nell’argomentare volle dar prova col sostenere un giorno che l’uomo deve operare secondo la giustizia, e al domani argomentare il contrario, e che giusto ed ingiusto sono sinonimi di utile e dannoso: dal vulgo è spesso reputato pazzo chi compie un’azione giusta con proprio nocumento, mentre vanno in voce di savj taluni, che operano iniquamente ma con vantaggio personale. Si sgomentò di tali dottrine Catone censore, e fece la mozione al senato che subitamente facesse espellere costui, il quale la virtù riduceva ad un esercizio d’argomentazioni. Perciò ancora Fabrizio, quando alla mensa di Pirro udì esporre le dottrine d’Epicuro, invocò che a queste si conformassero sempre i nemici di Roma (pag. 277).
DOTTRINE D’EPICURO
In fatto gli Epicurei, ponendo per mira dell’attività umana il godimento, e per prima condizione di questo la tranquillità dell’animo, svogliavano dai maneggi civili, dal tempestoso patriotismo, sin dalle affezioni domestiche, perchè circondate di tante spine. I Greci, che avevano ucciso Scorate perchè spargeva dubbj su que’ loro Dei, non punirono Epicuro che ogni Dio negava; e negli ultimi loro tempi si abbandonavano al costui disastroso insegnamento, o al dubbio micidiale: e quando sarebbe stato maggior bisogno di forti pensieri e di generose azioni, si tuffavano in bagordi o assopivano nell’esitanza, e della patria avvenga che vuole.
A gente che così pensa, offra teatri, ballerini, mense, donne, prosperità materiale, ed un ambizioso potrà facilmente farsene tiranno; un nemico potrà anche soggiogarli, perchè que’ fiori, soffogano il robusto germe delle virtù patriotiche, e invece delle virili gioje della resistenza e del sagrifizio, si calcola quanto si guadagnerà, come meglio si godrà. Così fatti i Greci, scaduti dalla grandezza delle vantate repubbliche, corrotti in opulenza lussuriosa e in costumi forestieri, agitati da demagoghi, i quali più sogliono pompeggiare di ciancie quanto più scapita il vigor de’ guerrieri e il senno de’ politici, avvicendavano fra tirannide di principi e sbrigliamento di plebe, e questa e quelli avvoltolati nella gozzoviglia. Atene la meravigliosa sua floridezza più non attestava che con meravigliosa corruttela; Sparta la sua severità che colla disumana rozzezza; e i Macedoni ora coll’armi, ora cogl’intrighi e coll’oro vi esercitavano micidiale ingerenza.
LEGHE ACHEA ED ETOLIA
Per riparo contro di queste si formò la lega Achea, di piccoli Stati,284 che in dieta generale eleggevano uno stratego e dieci magistrati, allo scopo di mantenere eguaglianza e libertà nell’interno, sicurezza al di fuori; ed ebbe la fortuna di vedersi a capo una sequela di eroi, Arato, Cleomene, Filopémene.280 La imitò la lega Etolia delle città della Beozia, della Locride, della Focide, dell’Arcadia, della Tessaglia ed altre, federatesi non tanto alla difesa come gli Achei, quanto alla guerra, giacchè soli in Grecia possedeano una forza nazionale, quando gli altri non si valevano più che di mercenarj: ma violenti più che coraggiosi, violatori delle leggi e delle proprietà, faceansi esecrare più che temere.