Sciaguratamente poi non seppero durare in pace nè una lega coll’altra, nè tampoco i membri della lega stessa, e la guerra soqquadrava i piccoli Stati di Grecia non meno che i maggiori dell’impero d’Alessandro. Macedonia,220 Siria, Egitto, sotto re talvolta prodi e magnanimi, più spesso osceni, molli, intriganti insieme e feroci, avvicendarono paci e nimicizie; dappertutto sotto la vernice della urbanità, della letteratura, delle arti covava un’immensa corruttela; e dalle guerre dirotte usciva un governo immorale ed iniquo. Ma gli Stati per poter essere iniqui conviene sieno forti: e invece questi od erano minuti e dipendenti, o i maggiori compaginavansi d’elementi eterogenei, sempre inclinati a sfasciarsi, e non si appoggiavano che a truppe europee, sgagliardite dalle molli delizie dell’Asia; simili alle potenze d’Europa ne’ due secoli anteriori al nostro, reggevansi per via d’alleanze e d’equilibrio positivo: sistema vacillante, che dovea soccombere alla vigile ostinazione di Roma, la quale, idolatrata da figli, pronti a sacrarsi per lei ai numi infernali o precipitarsi nelle voragini, per la forza delle cose dovea prevalere su tutte.

Vincendo i pirati dell’Illiria, i Romani avevano assicurata da costoro la Grecia;219 onde la lega Etolia e l’Achea a gara gli onorarono di ambascerie e ringraziamenti; i Corintj gli ammisero alla celebrazione dei giuochi istmici, gli Ateniesi alla cittadinanza e ai misteri della Cerere eleusina; pel qual modo essi fecero la prima comparsa fra gli Elleni in aspetto di liberatori. La loro amicizia poi era ambita da Attalo re di Pergamo, non meno che da Rodi e dalla lega Etolia: e poveri di forze quanto copiosi di pretensioni, gli Etolj paragonavano se stessi alla repubblica romana, i Rodj presumevano tenere la bilancia tra questa e la Macedonia.

FILIPPO

Filippo III re della Macedonia, paese ben munito e bellicoso, e possedendo la cavalleresca Tessaglia e molta terra ed isole fino all’Asia, chiesto dalla lega Achea in ajuto contro l’Etolia, avrebbe potuto congiungerle ambedue, e ai ventotto Stati greci sovrapponendo l’autorità militare della Macedonia, preparare un forte contrasto alle presentite ambizioni di Roma. Ma i Greci guatavano con gelosia l’antica dominante; Filippo stesso, per quanto scaltro in politica e dolce di naturale, era stato guasto dagli adulatori, e non che amicarseli, disgustò le due parti con bassi delitti; uccise a tradimento Arato, virtuoso capo della lega Achea, violentò donne, portò strage a Creta e Messene,213 turbò sepolcri e tempj, distrasse capi d’arte; in modo che, per salvarsene, Rodi, Sparta, la lega Etolia invocarono contro di esso i Romani,211 che già gli portavano rancore perchè aveva ajutato Annibale (pag. 315).

SECONDA GUERRA MACEDONICA

Il senato romano spiava, e coglieva sollecito queste occasioni di assumere la protezione dei deboli onde romper in faccia de’ forti. Se non che il popolo, spossato da sedici anni di guerre, quando ne’ comizj udì proporsi gagliardi armamenti e una nuova spedizione contro il Macedone, diede nelle furie, e trentacinque tribù votarono per il no: ma al senato premeva conservare colla guerra il potere dittatorio colla guerra acquistato, e che gl’indocili figli de’ prischi plebei, memori dell’Aventino e del monte Sacro, perissero combattendo, e facessero luogo a Latini, Italioti, liberti, gente nuova e pieghevole. Di fatto, colle arti onde un’assemblea sa prevalere alla moltitudine, vinse il partito,200 e ruppe le ostilità, ajutato di grano, di cavalli e d’elefanti dall’africano Massinissa. Qui pure volle assalire il nemico nel cuore; ma le ardue montagne dietro cui riposava la Macedonia, custodite dai fantaccini dell’Epiro e dalla cavalleria tessala, fecero costar caro il tentativo.

FLAMININO

Per due anni vacillò la fortuna,198 sinchè non venne al comando il console Tito Quinzio Flaminino, uno di quei figli della guerra, cui l’esercizio de’ campi raffina ne’ politici accorgimenti; e che, leone o volpe secondo il bisogno, adoprava popoli e privati per giungere a’ suoi fini. Parlava greco, usava modi cortesi, mostravasi caldissimo della libertà; e come Buonaparte da Cherasco gridava,—Popoli d’Italia, noi veniamo a spezzare le vostre catene; nostri nemici sono i vostri tiranni», così egli cominciò a promettere liberazione ai Greci, dirsi mandato da una repubblica a ripristinarvi le repubbliche; si ricordassero degli antichi fatti magnanimi; fossero di nuovo quali erano stati. Gli credevano essi e gli spalancavano le città; ed egli se ne rideva e faceva di fatti.

Filippo, al quale si era presentato un momento così opportuno per ristaurare la Grecia e il nome macedone, impaniato in una politica insolita, più non navigò che a caso;197 Flaminino gli dà battaglia, e la terribile falange macedone, lodatissima per forza compatta, trovatasi a fronte della legione romana, tanto più agile, presso le colline de’ Cinocefali soccombe, e perde la gloria d’invincibile, acquistata nelle guerre dell’Asia. Però Flaminino non annichilò Filippo, e sparpagliava parole d’umanità, di generosità, di rispetto ai vinti, e—Roma ha tornata libera la Grecia: tanto basta alla magnanima. Filippo lasci indipendenti gli altri Stati; tenga pure armata ed esercito, ma non imprenda guerra fuor della Macedonia, senza Roma consenziente; paghi mille talenti, e dia in ostaggio suo figlio Demetrio». Poi presedendo alla solennità de’ giuochi istmici, fece da un araldo bandire questo decreto:—Il senato e il popolo romano e Quinzio Flaminino proconsole, vincitore di Filippo e de’ Macedoni,196 dichiarano liberi ed immuni i Corintj, Focesi, Eubei, Locri, Ftioti, Magnesj, Achei, Tessali e Perrebi».

Chi potrebbe descrivere la gioja de’ Greci all’udirsi regalata la libertà? Vollero sentir replicato il decreto, appena credendo ai proprj orecchi, quasi editti e dichiarazioni bastassero a far libero un popolo; fiori e ghirlande piovvero, acclamazioni empirono il circo; si dedicarono fin tripodi a questo eroe, schiatta d’Enea, alla sua gente da Enea fondata, e sacrifizj a Tito ed Ercole, a Tito ed Apollo Delfico; e per molti secoli un sacerdote di Flaminino l’onorò di libagioni, cantando un inno che diceva:—Veneriamo la fede candidissima de’ Romani, giuriamo serbarne eterna memoria. Cantate, o Muse, il sommo Giove, Roma, Tito e la romana fede. O sanatore Apollo, o Tito salvatore!» Più gentile ricompensa fu l’avere gli Achei ricomprati a cinque emine per testa, e donati a Flaminino mille ducento Romani che, caduti prigionieri nella guerra d’Annibale e venduti schiavi, gemevano sui terreni della Grecia, e che vie più si accoravano allora nello scontrarsi coi proprj figli e coi fratelli, acclamati liberatori.