Questo scaltro fortunato levò le guarnigioni dalle fortezze di Corinto, Calcide e Demetriade, e promise neppure un soldato romano lasciare in Grecia. Ma il volere che ogni città conservasse gli statuti proprj, era un tenerle disunite, per così facilmente e a voglia soggiogarle, e impedire il crescere e consolidarsi della lega Achea. Quasi ad agevolare l’impresa, in ciascuna città si formò un partito favorevole ai Romani, uno contrario. Alla Grecia come a Cartagine, Roma tolse la flotta, essendosi proposto di rimanere padrona dei mari senza troppe navi, e conservandosi potenza terrestre. Sconnesse le leghe, depressi i forti, gittati per tutto semi di zizzania, Flaminino menò in Roma un fastoso trionfo di tre giorni, portandovi armi e statue di bronzo e di marmo, e vasi di stupendo lavorìo, spoglie di Filippo, e centoquattordici corone d’oro regalategli dalle città liberate. Tristo il giorno in cui le nazioni si svegliano dal sogno plaudente! La Grecia si accorse di non essere stata redenta, ma mutata dalla servitù macedone alla romana; e dicea,—Ci furono levati i ceppi dai piedi per metterceli al collo».

Gli Etolj, già per natura inquieti, allora adombrati al vedere come Roma indugiasse a ritirare del tutto le truppe dalla libera Grecia, tentarono prendere Sparta, Calcide e Demetriade; al tempo stesso che Boj e Liguri resistevano tuttora195 a Roma fra le Alpi e gli Spagnuoli insorgeano. Forse questi fuochi erano desti o almeno attizzati da Annibale, che, intento a comunicare a tutti l’esecrazione sua contro Roma, procurava stringere in lega Cartagine con Antioco il Grande di Siria, e colla Macedonia, a cui si sarebbero certamente congiunti gli Stati minori, disingannati delle promesse romane, e persuasi che la libertà non si riceve in dono, ma conviene rapirla. L’indomito avventuriere pensava ottenere da esso un nuovo esercito con cui tornare in Italia; e all’uopo spedì a Cartagine un Tirio in aspetto di negoziante, che agli amici di Annibale divisò quello che non conveniva mettere in iscritto: ma scoperto, dovette fuggire, e i timidi Cartaginesi rinnovarono proteste di sommessione alla superba loro vincitrice.

SPEDIZIONE CONTRO ANTIOCO IL GRANDE

Antioco avea dispetto coi Romani perchè impacciavano le sue pretensioni sopra l’Egitto e sopra le città greche dell’Asia Minore; e trovava strano che si costituissero patroni della libertà dei Greci d’Asia, essi che i Greci d’Italia e di Sicilia tenevano servi. Avea dunque sostenuto Filippo di Macedonia; poi da Annibale fu incorato ad assalire i Romani da terra, mentre egli da mare: ma per fortuna di Roma, egli o non era capace d’intendere il genio d’Annibale, o ne invidiava la grandezza, e mal soffriva i rimbrotti con cui quel severo interrompeva le adulazioni ond’era assordato;193 e diede più volenteroso ascolto agli Etolj, che desideravano trarre la guerra in Grecia per farne loro pro.—Assicuratevi, che d’ogni parte i popoli si alzeranno a favor vostro», dicevangli essi; e il re:—Assicuratevi, ch’io coprirò di mie flotte tutti i mari». Gli uni e l’altro mentivano: Antioco menò appena diecimila armati in Grecia; gli Etolj rimasero soli in ballo, sicchè i Romani ebbero tempo di sopragiungere, e sconfiggerli separatamente.

ANTIOCO VINTO

Antioco si governava nel modo più sciagurato, cioè tentennando: ora restituiva tutta la confidenza ad Annibale, che predicava i Romani non potersi vincere altrove che in Italia; ora se ne insospettiva, e cercava altrove alleati; intanto, quando più gli era mestieri di conciliarselo, si alienò Filippo di Macedonia, il quale, non abbastanza risoluto per valersi di quelle dissensioni a vantaggio della Grecia ed incremento del proprio regno, concedette ai Romani il passo traverso alle sue difficili montagne; per mare l’agevolarono i vascelli del re di Pergamo e de’ Rodj. Gli adulatori seguitavano ad accertare Antioco che i Romani non penetrerebbero mai in Grecia; ed eccoveli comparire minacciosi: ed egli, sconfitto alle Termopile dal console Acilio Glabrione, e nel mar Jonio da Emilio Regillo,191 finalmente fu snidato di Grecia. Ridotto a guerra difensiva, e vedendo, siccome Annibale gli avea predetto, che i Romani lo cercherebbero in Asia, mal difeso da loro l’Ellesponto, radunò tutte le sue forze a Magnesia alle falde del Sipilo. Sedicimila armati alla macedone, millecinquecento Galati, cavalieri e corazzieri di Media, argiraspidi, arcieri sciti e misj, Cirtei, Elimei, Traci, Cappadoci, Cretesi, dromedarj di Arabi, cinquantadue elefanti d’India, moltissimi carri falcati, componevano l’esercito d’Antioco; supremo sforzo di tutto l’Oriente contro la prevalenza occidentale. Ma i Romani, guidati da Lucio Cornelio Scipione e da Eumene II re di Pergamo, col valore e coll’accorgimento superarono il numero, e sconfissero il gran re,190 uccidendogli cinquantamila uomini, prendendone centonovantamila.

188Fu l’ultimo crollo alla potenza della Siria. Roma, nella pace che in Apamea accordò ad Antioco, non intese a cacciarlo di là del Tauro, ma a tagliargli i nervi e tenerselo in assoluta dipendenza, massime col ripartire sopra dodici anni i dodicimila talenti che doveva pagarle, e i trecencinquanta che doveva a re Eumene; cedesse tutti gli elefanti e i vascelli, che furono bruciati; desse venti ostaggi e il proprio figliuolo; consegnasse l’etolio Toante ed Annibale; condizione che forse non istette da lui il non adempire, e che deturpa la diplomazia di coloro che poco prima avevano denunziato a Pirro il medico avvelenatore. Vuolsi che in quell’occasione Scipione ed Annibale avessero in Efeso un colloquio, ed il primo chiedesse ad Annibale qual giudicasse il maggior capitano.—Alessandro, che con sì pochi sconfisse innumerevoli eserciti» rispose Annibale.—Quale il secondo?—Pirro, che primo insegnò l’arte degli accampamenti.—E quale il terzo?—Me stesso». Di che Scipione punto nel vivo soggiunse:—Or che diresti, se tu avessi vinto me?»—In tal caso (ripigliò Annibale) mi porrei sopra ad Alessandro, a Pirro, a qualunque capitano».

TRIONFI

Glabrione menò trionfo per la vittoria delle Termopile; Regillo per quella sulla flotta sira; Scipione per quella di Magnesia, traendosi dietro al carro i vinti capitani, centrenta simulacri di città, trecentrentaquattro corone d’oro, e inestimabili tesori; gloriato del titolo di Asiatico. Anche l’Etolia, prolungata la lotta, in fine accettò la pace, pagando cinquecento talenti;189 e con essa Cefalonia e Samo; e il console Fulvio Nobiliore ne trionfò con cento corone, ducentottantacinque statue di bronzo, ducentotrenta di marmo, gran quantità di argento, d’armi, di spoglie. L’altro console Manlio Vulsone vinse i Galli che, col nome di Gàlati, molestavano la Grecia e le città della Troade, dell’Eolide, della Jonia, le quali perciò gli offersero corone. Roma, fedele all’assunto, non conservava per se neppure un palmo di terra, distribuite le conquiste ai due più efficaci alleati suoi in questa guerra, la repubblica di Rodi ed Eumene di Pergamo.

Così Roma con veste di liberatrice in dieci anni era divenuta non la signora, ma l’arbitra di quanto è dall’Eufrate all’Atlantico, sicchè non vi si spiegava una bandiera senza assenso di essa. Gli Stati principali erano sgagliarditi; i minori ne ambivano l’amicizia od invocavano la protezione; essa, presente dappertutto mediante ambasciatori che erano spie e sommovitori, fomentava le reciproche gelosie, le fazioni interne e le esterne guerre anche nei più piccoli paesi; si facea carico di tutte le lamentanze che si portassero contro Filippo o Antioco o gli Etolj, dando sempre ragione ai deboli contro i forti. Quel ch’è maraviglioso, tante guerre non l’aveano spossata, anzi spediva sempre nuove colonie; tanto operava efficace il suo sistema di risarcirsi incessantemente colle genti italiane e coi liberti assimilandoli.