FINE DI ANNIBALE
Due nemici però continuavano a darle ombra, Annibale e Filippo, vivi i quali, doveva temere una lega generale. Perciò blandiva Antioco, Rodi, l’Acaja, Eumene, e spiava ogni passo d’Annibale, che pareva non prolungare la robusta vecchiaja se non per cercarle nemici.184 A lui diede ascolto Prusia II re di Bitinia, e mercè sua riportò vittoria sopra Eumene. Ma ecco arrivare a quel re Flaminino, il liberatore della Grecia, e ingiungergli di consegnare Annibale. Questi n’ebbe sentore, e disse:—Liberiamo Roma da sì grave apprensione, poichè le tarda la morte di questo vecchio odiato. Ma il costoro trionfo sopra un vecchio inerme gl’infamerà presso gli avvenire».183 E col veleno si diè morte, l’anno stesso che a Linterno moriva Scipione suo vincitore.
Scarchi di questo timore, i Romani s’applicarono a fomentare la Licia contro Rodi, Sparta contro gli Achei. Fra questi ripullulavano le dissensioni, eterno retaggio delle repubbliche greche; e i Romani se ne giovarono por ingagliardire la loro ingerenza; e una fazione a loro venduta tra gli Achei, preparava la rovina della patria col corromperla. Filippo di Macedonia s’avvide che i Romani gli usavano riguardi sol quando il temevano, ma di fatto non miravano ad altro che a renderlo fiacco ed esoso; onde agognava ad una riscossa, e a rintegrare la mutilata potenza. Satollo di umiliazioni, facea rileggersi ogni giorno il suo vergognoso trattato con Roma; lasciavasi sfuggire parole minacciose, che sono ridicole o pericolose quando non sostenute da buone armi; esigeva nuove gabelle sulle merci dei Romani, escludendoli dai privilegi degli altri forestieri; in loro odio fece sterminare gli abitanti di Maronea; ruminava i grandi divisamenti di Annibale; al figlio Demetrio, il quale nel tempo che rimase ostaggio a Roma, avea di questa meritato la benevolenza e forse sposato la causa, diè morte col veleno; allora tra il rimorso e il sentimento della propria impotenza, invaso da umor negro morì.
PERSEO
178Perseo, succeduto al padre con capacità poco minore, si trovò a mano i mezzi che questo da gran tempo allestiva per osteggiare i Romani, pingue erario, popolazione cresciuta, devota la più parte della Tracia, vivajo di prodi, e molti mercenarj pronti a seguirlo in Italia. Qui lo invitavano le guerre, non grosse ma continue, che Roma dovea menare contro la Spagna e la Liguria, e nell’Istria, nella Corsica, nella Sardegna, repugnanti al giogo; ma egli conoscea quanto poco si potesse fidare de’ mercenarj, e quanto Roma giganteggiasse nell’opinione e nel fatto. Sulle prime dunque dissimulò l’avarizia e l’ambizione, e pose il proprio diadema a piè del senato, dichiarando non voler riceverlo che da esso. Allora colle frequenti udienze, colla generosità, colla giustizia, fa credere ai Macedoni risorto il tempo degli antecessori di Alessandro; alletta i Greci tenendo dai poveri contro i ricchi, parziali per Roma; lega amicizia coi Rodj e con Genzio re degl’Illirj; dà sua sorella a Prusia re di Bitinia, e sposa Laodice figlia di Seleuco Filopatore re di Siria, tutti appoggi contro i Romani; manda emissarj ai popoli confinanti coll’Italia, e ambasciadori a Cartagine; s’accorda coi Traci per averne truppe ad ogni uopo; raccoglie ingenti somme da nutrire per molti anni l’esercito, che crebbe a trentamila pedoni e cinquemila cavalli.
TERZA GUERRA COLLA MACEDONIA
I popoli oppressi sogliono crearsi un fantasma di liberatore, e adorarlo; salvo a sputacchiarlo quand’egli appaja qual era, non quale l’aveano essi fantasticato. Così i Greci vedeano in Perseo il rappresentante della causa nazionale, bene checchè egli facesse, in lui ogni fiducia: ma la vigilanza e gl’intrighi degli agenti di Roma tenevano in soggezione gli Achei, massime dacchè ebber perduto il loro capo Filopemene, detto l’ultimo dei Greci; gli Etolj, ritorcendo le armi contro se stessi, eransi tolta la capacità di più tentare nulla di efficace; altrettanto gli Acarnani; la lega dei Comuni beoti era stata annichilata da Roma. Questa occhieggiava ogni passo di Perseo per côrgli addosso cagione; e l’accusò d’aver cercato a morte Eumene, re fedele a Roma, e tentato avvelenare i primarj cittadini di questa. Egli, invece di scendere a giustificarsi, nè di estradire le persone richiestegli, rinfacciò a Roma il superbo governo che faceva dei re e delle repubbliche,173 disdisse la paterna alleanza, e accettò la guerra prima che Roma vi fosse ben preparata.
Ma al primo comparire dell’esercito, guidato dal console Publio Licinio Grasso, chiaritosi che poco potea promettersi dalle città sbranate in fazioni, egli gittò proposte di pace; Roma mostrò accoglierle, e con una subdola tregua lasciò svampare il primo bollore, e acquistò tempo per procurarsi amici, sudditi, ostaggi. Come fu lesta di tutto, cacciò a strapazzo i commissarj di Perseo: pure, quando si venne all’esperimento dell’armi presso il monte Ossa, Perseo diede ai Romani la più fiera sconfitta che da quarantanni avessero tocca. Se egli allora incalzava la vittoria, e colla falange assaliva il campo romano, forse la guerra era finita, massime che i Greci d’ogni parte scotevano le catene, e la democrazia patriotica prevaleva alla servile aristocrazia. Perseo invece si limitava a piccoli vantaggi, e per più anni combattè utilmente, ma tenendosi alla difensiva, troppo mal acconcia ai casi supremi; in tal modo lasciò sfuggirsi il destro; poi supplichevole chiese e richiese al console la pace, togliendo l’onore a se stesso, il coraggio a’ suoi fedeli. Ma nella pace intrigava e faceva armi; onde risoluti di venirne ad un fine, i Romani allestiscono centomila uomini, e ne affidano il comando a Paolo Emilio.
PAOLO EMILIO
Nasceva egli da quel console che perì generosamente alla battaglia di Canne; si era formato nelle tremende guerre di Spagna e di Liguria, e a sessantanni conservava giovanile robustezza. Ma poichè egli erasi educato nell’alterigia della prisca aristocrazia, il popolo indispettito gli negò il consolato, e da gran tempo lo lasciava nella solitudine privata a badare all’educazione dei proprj figliuoli. Vedendosi allora eletto console, disse in pubblico:—Comprendo che la sola necessità vi ha determinati; adunque il popolo non s’impacci del modo ond’io guiderò la guerra, i soldati tengano pronta la mano, aguzze le spade; del resto nè ciancie, nè pareri; a me solo la cura di tutto».