Con centomila uomini, tra’ quali rinnovò severissima disciplina, si spinse innanzi, superò le difficili gole del monte Olimpo, ma alla battaglia di Pidna168 la potente falange macedone era ad un punto di sbaragliare le romane legioni; se non che un’eclissi atterrì i soldati di Perseo, e parve indicare l’offuscarsi del regno d’Alessandro. Emilio e le aquile romane rimasero superiori. Il console Cajo Licinio Grasso, radunato il popolo nel circo di Roma, mostrò lettere coronate d’alloro, ed annunzio:—Il nemico è vinto; ventimila Macedoni, di quarantaquattromila ch’erano, perirono combattendo; undicimila restarono circuiti e presi; tutte le città aprono le porte alle nostre legioni».

LA MACEDONIA SOTTOMESSA

La Macedonia non erasi mostrata indegna di sè nell’ultimo suo giorno: ma appoggiato al solo esercito, coll’esercito perì quel regno, e in due giorni restò sottomesso. Perseo ferito si era avventato senza corazza in mezzo alla sua falange, smentendo la taccia di viltà che gli storici romani gli apposero. Coll’indivisibile suo tesoro ricoveratosi nel tempio dei Cabiri a Samotracia, veneratissimo per le antiche religioni pelasghe, invocò patti dal console: ma abbandonato da’ suoi, carpitogli il tesoro da un astuto Cretese sott’ombra di agevolargli la fuga, dovette rendersi a discrezione del vincitore. Questi, accoltolo in mezzo agli uffiziali con tutta la solennità latina, gli rinfacciò il passato, poi gli strinse la mano, e finì coll’assicurarlo della clemenza romana; indi voltosi a’ suoi uffiziali,—Tenete a mente quest’insigne esempio della volubile fortuna, e vi convinca come il vero coraggio consista nel non insuperbirsi delle prospere vicende, nè lasciarsi abbattere dalle sinistre».

Solennizzata con splendidi giuochi la costituzione data alla Macedonia, bruciate le armi che non poteano servire al trionfo, uccisi quei pochi che serbavano fede a Perseo o zelo per l’indipendenza,167 settanta città dell’Epiro che dai Romani erano disertate ai Macedoni, dopo toltone i tesori, furono abbandonate alle spade de’ soldati, che cencinquantamila uccisero o vendettero. Il virtuoso Paolo Emilio, dopo essere pellegrinato ad ammirare le città greche e tante meraviglie della natura e dell’arte, tornò colmo di gloria in Italia, traendo come ostaggi tutti quelli che aveano avuto uffizj o magistrati sotto il re, e come prigioniero Perseo colla famiglia. Allorchè questo il supplicò a risparmiargli l’infamia d’essere trascinato dietro al carro trionfale,—Sta in tua mano», rispose il duro vincitore. Ma il povero coraggio d’uccidersi mancò a Perseo, che ornò colle sue miserie il più splendido trionfo che sin allora si fosse menato.

PAOLO EMILIO TRIONFA

Paolo Emilio entrò nel Tevere sopra la nave regia di sedici ordini di remi, e tre giorni durò la pompa, tra una folla che mai la maggiore. Nel primo, mille ducento carri portavano gli scudi d’argento massiccio, altrettanti gli scudi di bronzo, trecento le aste, le sciabole, gli archi, i dardi; precedevano uomini colle armadure di bronzo o colle statue, poi ottocento barelle cariche d’armi di ogni maniera. Nel secondo giorno comparvero mille talenti coniati, duemiladucento in verghe, un’infinità di tazze, cinquecento carri d’immaginette e statue, poi scudi d’oro e molte statue delle reali gallerie. Nel terzo, cenventi bovi affatto bianchi, ducentoventi vasi d’argento, un’anfora tempestata di gemme del valore di dieci talenti d’oro, e dieci altri in masserizie pur d’oro; duemila denti d’elefanti da tre cubiti; un cocchio d’avorio, messo a oro e pietre; un cavallo col fornimento aspro di gemme, e la restante bardatura d’oro, con coperte a fiorami; una lettiga a oro e porpora; quattrocento corone regalate dalle città; e sopra uno stupendo carro eburneo il trionfante. Dietro di lui Perseo a bruno, cinto da amici in catene, da due figliuoli e da una fanciulletta, alla quale i conduttori insegnavano a tendere le innocenti manine al popolo romano per invocarne compassione, o piuttosto per lusingarne la vanità col mostrargli a che miserie esso potesse ridurre i monarchi.

MORTE DI PERSEO

L’ultimo re di Macedonia fu gittato in tenebrosa segreta, ove tenevansi i rei fino al momento del supplizio, e sette giorni lasciato senza nutrimento: gli altri prigionieri divisero con lui lo scarso cibo che i carcerieri gettavano loro in mezzo alle lordure, e gli offersero un laccio ed un coltello; ma ancora non osò far getto della sua vita. Paolo Emilio, o per umanità o per riverenza alla sventura, ottenne dal senato di mutarlo in meno squallida stanza, ove dopo due anni i suoi custodi si presero il barbaro giuoco d’impedire che più dormisse, sicchè spossato morì.164 Il solo figliuolo sopravissutogli guadagnò il vitto lavorando da tornitore, poi divenne scrivano dei magistrati d’Alba.

Le latomie di Roma e le carceri di tutte le città latine e delle colonie bastarono appena a tanti prigionieri, che portavano al piede ceppi di almeno cento libbre. Poeti, storici, oratori vantarono che coll’ultimo degli Eacidi si fossero vendicati gli avi di Troja[268]; ed esaltarono la gloria del gran popolo che debellava i superbi e perdonava ai soggiogati.

I Romani, secondo la politica adottata in quell’impresa, non tolsero alla Macedonia le leggi e i magistrati, cioè non la ridussero a provincia. L’Illiria, soggiogata in trenta giorni dal pretore Anicio Gallo,168 fu trattata in egual modo, e il re Genzio condotto prigioniero a Roma. Un decreto del senato annunziò al mondo questa nuova magnanimità:—La Macedonia e l’Illiria provino a tutti i popoli che Roma è disposta a vendicarli in libertà».