Non ripeteremo come in tutti i punti opportuni fossero distribuite colonie, e sistemati i popoli con una gradazione di privilegi. Maggiori ne godeano i Socj d'Italia; ma avendo col proprio sangue procacciato la grandezza di Roma, pretendeano essere pareggiati ai cittadini nel dar voto e nell'ottenere gl'impieghi. Era l'unico mezzo di risparmiarsi la poderosa coazione che è necessaria per tenere popoli nell'umiliazione e nella servitù; ed essi l'aveano sperato ora dagli Scipioni aristocratici, ora dai Gracchi demagoghi, ora dal senato stesso: ma ai patrioti conservatori pareva ne patirebbe la costituzione, la metropoli si affollerebbe di gente accorsa a votare, la quale prevalendo pel numero ai pochi cittadini veri, disporrebbe della pubblica cosa, in modo che Roma perderebbe non che la primazia sugli altri, fin la padronanza di sè. Come dunque conciliare la conservazione delle individualità di essa colla formazione d'una grande società italiana?
Questa da un secolo era la suprema quistione, e vedemmo come vi si maneggiasse la politica abilità del senato, mediante le elevazioni progressive. Ma le lente provvisioni spiacciono sempre ai partiti, e Mario riassunse ed esagerò il concetto de' Gracchi. Essendo stato soccorso validamente dagli Italioti nella guerra contro i Cimri, a molti militari concesse gli onori della cittadinanza, e a tutto il contingente di Camerino; e perchè il senato nel querelò, rispose: — Lo strepito delle armi impedì d'intendere le parole della legge». Propose di distribuire ai federati le terre che i Cimri già aveano occupato nell'Italia settentrionale, e che per la vittoria consideravansi divenute di pubblico dominio: a tal modo s'opporrebbe una barriera a future invasioni, e si terrebbero in fede i Lucani, i Sanniti, i Marsi, i Peligni, colà trasportati in colonia.
In tutto ciò Mario, che poco valeva agli intrighi, adoperava la violenza; ad Apulejo Saturnino che chiedeva il tribunato, prestò i suoi soldati, coi quali in mezzo al fôro uccise il competitore Nonio, fugò gli avversarj, e si fece proclamare. Mario, Saturnino e il pretore Cajo Glaucia formarono allora un dispotico triumvirato, (100) che riaffacciò la legge dei Gracchi, non tanto per favorire ai popolo, quanto per contrariare a Cecilio Metello il Numidico, di cui già cliente e beneficato, era allora capitale nemico. Questo, a capo della fazione senatoria, malcontenta anche de' tolti giudizj, repulsò pertinacemente la legge agraria; ma vedendosi soccombere, andò volontario in esiglio, sperando che un giorno la patria ravveduta il richiamerebbe: e la parte di Mario volse e sconvolse la repubblica, colla forza padroneggiò i comizj, assassinò gli oppositori, usurpò i diritti del popolo sotto pretesto di tutelarli, sicchè restava disonorata la causa degli Italiani.
Mario, scarso d'intelletto politico, lasciavasi menare dai due colleghi, che, stile degli arruffapopolo, non cessavano di accaneggiare la corruttela e le tirannie degli aristocratici sovra la povera plebe. Saturnino fece prorogarsi di nuovo il tribunato, e con un assassinio tolse di mezzo Memmio che competeva il consolato con Glaucia, anzi s'impossessò del Campidoglio. Proruppe allora la comune indignazione, (99) e conferito ai consoli autorità assoluta come nelle congiunture più pericolose, Glaucia e Saturnino furono lapidati, richiamato Metello: Mario, che nelle zuffe di piazza mancava dell'intrepidezza mostrata in campo, e che aveva abbandonato i due suoi complici, perdendo così autorità presso gli amici e nemici, si ritirò nella Galazia sotto pretesto di sciorre un voto alla Dea Madre, sentendo che le giornate sue erano le campali, e paragonandosi ad una spada che nella pace arrugginisce.
La riazione allora infierì secondo il solito; e perchè i Socj d'Italia, i quali col domiciliarsi a Roma ne acquistavano la cittadinanza, servivano di stromenti alle sedizioni dei tribuni, Licinio Crasso e Muzio Scevola fecero stanziare che quelli di essi che dimoravano in Roma senz'averne la cittadinanza, tornassero alle patrie antiche, niun riguardo avuto ai legami di parentela, di affari, d'abitudine, contratti da una generazione.
A tutelare i Socj in una riforma pacifica si adoperò il tribuno Livio Druso, uomo destro, eloquente, netto, lontano dalle violenze dei capipopolo, rimasto sempre superiore alla calunnia in una superbia che non lasciavalo mai mancare di dignità. Promettendo l'architetto costruirgli la casa in maniera che veruna vista la dominasse, — Costruiscila piuttosto (rispose egli) tale che le mie azioni rimangano esposte agli sguardi di tutti». Come gli ambiziosi non vulgari, credea bisognasse rinforzare il potere, onde sosteneva il senato contro della plebe e dei cavalieri, ma purchè il senato obbedisse a lui. Ai mali della patria pensò riparare emendando la proposta dei Gracchi. Costoro aveano voluto ridurre i cavalieri, e formare un terzo stato, attribuendo loro i giudizj; ma coll'iniquità di questi eransi disonorati: ond'egli, per consolidare i conservatori, (92) propose che i giudizj fossero restituiti al senato, compensando i cavalieri coll'ammettervene trecento. Come succede nei partiti moderati, Druso scontentò gli uni e gli altri, e sorse rumore: egli fece arrestare il console, poi, a conciliarsi la plebe, propose si distribuisse il pane necessario agli indigenti col tesoro del tempio di Saturno che conteneva 1,620,829 libbre d'oro.
Lui aveano scelto a patrono i Socj italici; e poichè ogni partito vuol sempre incarnarsi in una persona, lo gridavano italianissimo, speranza della nazione; una volta che ammalò, tutta la penisola echeggiò di voti solenni; ed egli domandava obbedienza cieca, in ricambio della potente protezione. Quando però propose che ai Socj si comunicassero tutti i privilegi di cittadino, si trovò contraddetto da senatori e cavalieri, e dalla plebe stessa, indignata di veder attentarsi di nuovo all'onore patriotico col convertire i sudditi in cittadini. I Socj, che in folla da tutta Italia erano accorsi a Roma per sostenere il voto del loro protettore, come lo videro respinto, tornati a casa colla vendetta nel cuore, sparsero il dispetto e l'indignazione, l'oltraggio parve nazionale, e venne a divampare la guerra degli Alleati appunto al tempo che tutti pareano scuotere le catene di Roma, gli schiavi, la Spagna con Sertorio, l'Asia con Mitradate.
Gl'Italiani erano divisi d'interessi; e se l'oppressione in qualche città riusciva insopportabile, in altre era lenita da privilegi e dalla bontà de' magistrati. A mezzodì i bellicosi Sabellici pareano essersi naturati al giogo: il Lazio godea di molti vantaggi, pur non mancandogli ragione di lamenti: Umbri ed Etruschi sentivansi fiaccati, e riconoscevano Roma perchè aveali difesi da' Cimri e teneva in soggezione i Galli confinanti. Nel cuore stesso di ciascuna città cozzavano due partiti, patrizj e plebei, in qualcuna ancora i fautori de' Cartaginesi; e troppo sappiamo come i dispetti parziali impaccino le speranze comuni.
Allora però s'intesero, si diedero giuramenti e ostaggi; il Sannio, la Lucania erano nell'accordo, e non solo tutto il mezzodì, ma perfino città latine alle porte di Roma. — Per Giove Capitolino (era il lor giuramento), pel sole e la terra, per gli Dei penati di Roma, per Ercole suo patrono, e i semidei che la fondarono, e gli eroi che la crebbero, io non avrò altri amici e nemici che quelli di Druso; nulla risparmierò pel vantaggio di lui, nè padre, nè madre, figliuoli, vita; se per opera sua divengo cittadino, terrò Roma per patria e Druso pel suo maggior benefattore».
Questo i moderati, speranti in un pacifico componimento: ma dietro ad ogni capopopolo trae sempre uno stuolo che spingesi più innanzi; e i giovani arrisicati, e i militari vecchi, soliti confidar soltanto nella spada, tramano di scannare i consoli di Roma nelle Ferie Latine sul monte Albano. (91) Druso, avutone fumo, ne avvisò il console Marzio Filippo, benchè suo nemico; e questi ripagandolo d'ingratitudine, il fece assassinare. Spirando egli esclamava: — Chi più tutelerà la patria con intenzioni pure quanto le mie?» I cavalieri ne menarono tripudio; ottennero fossero derogate le leggi di lui, come fatte contro gli auspizj; chiamati in giudizio i presunti suoi fautori, ch'erano il fior del senato; e dichiarato fellone della patria chiunque in avvenire proponesse di comunicare la cittadinanza ai Socj italiani.