Visceribus lassis, partuque exhausta, revertor

Jam nulli tradenda viro.

[201]. Qui patrium mimæ donat fundumque laremque. Orazio.

[202]. Ovidio (de Ponto, III. 3) si scusa delle sue oscenità, perchè non destinate a matrone, che portavano la benda al crine e la veste lunga fin ai piedi: e Tibullo (I. 6) esorta la madre della sua Delia a tenerla casta, benchè non abbia nè la benda nè l'abito prolisso. Alludono al vestire delle libere, che Orazio (Satir. II. 63. 82) chiama togatæ. Vedi anche Plauto, Epid., II. 2. 42.

[203]. Plauto, nella Bacchide e nell'Asinaria, nomina un processo avanti ai Tre capitali (ibo ad tres viros, vestraque ibi nomina Faxo erunt) per far eseguire la promessa scritta di fedeltà per un anno. E per chi dubitasse che il poeta umbrio non si riferisse che a costume greco, soccorre Ovidio, il quale dice aver assistito a un giovane (aderam juveni), che citava (jamque vadaturus) per simile ragione l'amica, e già teneva in mano il libello (duplices tabellæ), quando la vista di lei lo disarmò, e conchiuse:

Tutius est, aptumque magis discedere pace,

Quam petere a thalamis litigiosa fora.

Munera quæ dederis, habeat sine lite jubeto.

Rem. am., II. 274.

[204]. Cicerone (Ad fam., IX. 26) descrive un banchetto, cui furono invitati egli, Attico, altri principali, e con essi la meretrice Citeride: Non mehercule suspicatus sum illam affore, sed tamen ne Aristippus quidem ille socraticus erubuit, cum esset objectum habere eum Laida.