Non sembra che Roma sevisse contro i vinti; e quantunque penuriasse a segno da dover vendere alcuni terreni attorno al Campidoglio, che da tempo immemorabile lasciavansi ai pontefici ed agli auguri, non confiscò il territorio de' Socj, eccetto quello degli Ascolani, nè mandò al supplizio che alquanti capi. Il pericolo di veder soccombere Roma prima ch'ella compisse la provvidenziale sua missione di unificare il mondo civile in una sapiente amministrazione, era schivato. L'Italia restavale ancora sottomessa, ma non più schiava, e i migliori cittadini verrebbero a questa da altri paesi. Un nome solo abbracciava coloro che prima chiamavansi Latini, Etruschi, Sanniti, Lucani; un solo linguaggio parlavano; e mentre quel di Roma corrompeasi per l'affluenza di tanti forestieri, restava come fisso l'idioma del Lazio. L'avvenire nazionale sarebbe potuto dirsi assicurato, se fra breve questa fusione dell'Italia con Roma non si fosse pur fatta di tutto il mondo coll'Italia, togliendole l'originalità, il vigore, l'attività, facendo che sparpagliasse lontanissimo la vita, invece di concentrarla in sè; per modo che, quando un cozzo esterno ne staccherebbe le provincie, ella, cessando d'essere signora del mondo, neppur rimanesse paese uno e compatta nazione.

CAPITOLO XXI. Silla. — Mitradate. — Prima guerra civile. — Restaurazione aristocratica.

Ma Roma volgea contro se stessa il ferro, aguzzato contro Italiani e stranieri, prorompendo la inimicizia fra Mario e Silla.

Lucio Silla, (n. 137) dell'illustre gente Cornelia ma di mediocre fortuna, passò la giovinezza fra stravizzi; poi quando Nicopoli cortigiana lo testò erede universale, prese posto fra i cavalieri meglio stanti, e al gusto de' piaceri aggiunse l'amor della gloria e del potere. Attribuito questore a Mario nella guerra numidica, da questo fu lasciato in Italia come effeminato; ma quando lo raggiunse in Africa colla riserva, si mostrò intrepido nelle fazioni, esatto al dovere, più atto di Mario a conciliarsi gli animi. Mettevasi però a tavola? giù ogni contegno; e allegro, spassone, senza più voler intendere d'affari, si abbandonava alle tazze, a cantarine, a saltatrici. Per rimovere l'invidia, le imprese ben succedutegli attribuiva alla fortuna; nelle proprie Memorie mostrava essergli riusciti meglio i partiti improvvisi che non i meditati; ed esortava Lucullo, cui erano dirette, a riporre intera fiducia nelle cose che in sogno sentisse comandarsi dagli Dei.

Mario in prima disprezzò, da poi ne prese ombra, principalmente dacchè Bocco re di Mauritania dedicò in Campidoglio un gruppo, rappresentante se stesso in atto di consegnare Giugurta non a Mario ma a Silla, parendo attribuire a questo il merito d'aver compita essa guerra. Da ciò rancori che non doveano ammorzarsi neppure in torrenti di sangue.

Mario arrischiato e ad impeti; Silla calcolava e misurava verso un fine prefisso, qualunque fossero le vie. Mario allevato in contado, appariva zotico a segno, che a fabbricar un tempio per la vittoria sopra i Cimri adoprò un mastro romano e pietre informi: Silla, raffinato nella greca coltura, sui vizj suoi stendeva una lusinghiera vernice, dalle sue depredazioni raccoglieva libri, quadri, vasi, onde abbellire i proprj palazzi e la città. L'uno e l'altro valorosi in guerra e cupidi d'onori, Mario per brighe spudorate e per denaro ottenne sei consolati quasi consecutivi, Silla si professò stanco di servire a questa specie di re; e avendo già quarantaquattro anni, brogliò la pretura, comprando i voti e promettendo spettacoli che i pari mai non si sarebbero veduti; e per mezzo di re Bocco ebbe cento leoni che espose a combattere con uomini, avvezzando a tali spettacoli Roma, quasi in rimpatto de' sacrifizj umani, allora appunto proibiti dal senato; e divenne il corifeo della parte nobile, come Mario era della popolare. Lo vedemmo adoprarsi più utilmente di questo nella guerra degli Alleati; ed aveva ottenuto il comando supremo contro Mitradate re del Ponto, (88) allorchè il popolo, sollecitato dal tribuno Sulpicio a mostrarsi riconoscente delle leggi liberali, affidò quella guerra a Mario, che, quantunque vecchio, indispettivasi di non esser più il primo uomo di Roma, e aborriva colui che l'eclissava.

Allorchè l'oro dava piaceri e dignità, tutti ambivano le capitananze in Asia, dove si poteva rubare a man salva; laonde Silla, che già l'avea depredata col desiderio, risolse vendicare l'affronto ricevuto; e poichè, vegliando tuttora la guerra Sociale, egli stringeva i Sanniti in Nola, il torto fattogli racconta all'esercito suo, il quale rispondendo con una voce sola alla mozione di pochi intriganti, grida: — Corriamo sopra Roma». Se i soldati semplici erano dediti al generale che potea promoverli, gli uffiziali, che ricevevano le promozioni dai comizj popolari, non vollero partecipare al parricidio: pure Silla volse l'esercito sopra Roma, apprestando fiaccole per incendiarla; e ai pretori mandati per mitigarlo rispondeva sbraveggiando.

Il popolo, sorpreso dall'inaudita temerità, si difende con tegoli e sassi, armi plebee: ma Silla appicca il fuoco, prende la città, fa scannare Sulpicio, bandire una taglia sopra la testa di Mario in vendetta degli amici uccisigli, de' beni predatigli; e radunati i comizj, arringando come se stilla di sangue non si fosse versata, propone che veruna legge sia portata avanti al popolo se non dopo approvata dal senato; i comizj non si tengano più per tribù, ma per centurie; chi sia stato tribuno non possa esercitare altra magistratura; e si cassino tutte le proposizioni di Sulpicio.

Il popolo esprimeva il suo dispetto coll'eleggere magistrati avversi a Silla; e questi simulava di compiacersene, quasi una prova della libertà che aveva restituita alle loro elezioni. (87) Di fatto, con Gneo Ottavio, patrizio amico di lui, fu eletto console Cornelio Cinna suo nemico; il quale però salito in Campidoglio e slanciando un sasso, imprecò: — Se mai contrafarò a Silla, possa vedermi cacciato di città com'io ne caccio questa pietra».

Allora Silla mandò ad inseguire Mario fuggiasco. Il vincitore dei Cimri, soletto con suo figlio e col genero, si era trafugato di casale in casale per quell'Italia ch'egli avea voluto far tutta cittadina; ad Ortea s'imbarcò; ma sospinto a terra presso Circeo, errò mendicando pane da chi scontrava, serenando la notte nel fitto delle boscaglie, e fra i canneti del Liri celandosi dai sicarj che l'ormavano. Colà tuffato nella melma fin alle spalle, lo scoprirono essi, e gettatagli una soga al collo, il trassero a Minturno. Quegl'Italiani però, memori dell'interesse di lui per la causa de' Socj, non soffrirono che perisse, e probabilmente inventarono la storiella, che essendo mandato uno schiavo cimro per dargli morte in prigione, esso gli gridò, — Miserabile! oserai tu uccidere Cajo Mario?» e lo schiavo fuggì esclamando, — M'è impossibile trafiggerlo».