Mitradate, preso tra due fuochi, mandò proposizioni a Silla, il quale, da un lato desideroso di mescolare le cose d'Italia, dall'altro di togliere la gloria delle imprese a Fimbria, (85) accettò un colloquio con esso a Dardano nella Troade. Il re del Ponto vi giunse con ventimila uomini, seicento cavalli, innumerevoli carri falcati, sessanta vascelli; Silla con due legioni e duecento cavalli, e dettò i patti. E furono che il re richiamerebbe le truppe da tutte le città che non fossero state alla sua obbedienza prima della guerra, renderebbe i prigionieri senza taglia, pagherebbe duemila talenti, e darebbe a Silla ottanta vascelli in tutto punto con cinquecento arcieri. — Che mi lasci dunque?» chiese Mitradate. — Ti lascio la destra, con cui firmasti il macello di centomila Romani».
Così Silla, in non tre anni menata a buon compimento una guerra pericolosissima, ebbe ricuperata la Grecia, la Jonia, la Macedonia, l'Asia; dichiarati liberi ed alleati i Rodj, i Magnesj, i Trojani, gli Scioti; uccisi a Mitradate censessantamila uomini; e avrebbe anche potuto prenderlo, e risparmiare trent'anni di guerra alla sua patria. Fimbria, che ricusava sottomettersi, fu ridotto a tali strette che s'uccise.
Per avidità di dominare l'Italia, Silla espilava l'Asia, imponendole una contribuzione di ventimila talenti (100 milioni), mandando soldati a vivere a carico di chiunque erasi mostrato ostile; ed amicavasi i soldati chiudendo gli occhi sull'ingordigia e la libidine loro. Espilati i tempj di Delfo, d'Olimpia, d'Epidauro, essi godeano le suntuose mollezze d'Asia, i palazzi, i bagni, i teatri, gli schiavi, le donne: e mentre la flotta congedata da Mitradate erasi sbrancata in squadriglie che corseggiando desolavano il litorale, i Sillani dandola per mezzo ad ogni crudeltà, rapina, lussuria, occhieggiavano all'Italia per farne altrettanto strapazzo.
E a questa alfine si dirigeva Silla, preceduto da formidabile rinomanza, accompagnato da soldati ingordi di preda e da fuorusciti ingordi di vendetta. Finchè stette oltremare, spacciava non voler che rimettere l'ordine, e rintegrare i senatori nelle prerogative: ma approdato che fu a Brindisi (83) con cenventi navi, quarantamila veterani e seimila cavalli, parve gli si affacciassero tutti i danni e le persecuzioni sofferte; scrisse al senato enumerando le sue imprese, e — Qual premio ne conseguii? La mia testa fu messa a prezzo, uccisi gli amici miei, mia moglie costretta coi figliuoli a ramingare dalla patria; demolita la mia casa, pubblicati i beni, cassate le leggi del mio consolato. Poco ancora, e mi vedrete alle porte di Roma con un esercito vincitore, a vendicar gli oltraggi, punire i tiranni e i loro satelliti».
Roma tremò, e spedita indarno una pacifica ambasceria, adunò centomila uomini sotto i consoli Giunio Norbano e Cornelio Scipione: ma l'esercito del primo restò sconfitto, quel dell'altro disertò a Silla, al quale pure si congiunse il giovane Gneo Pompeo coi numerosi clienti che tenea nel Piceno; e perchè vinse tre eserciti oppostisi al suo passaggio, Silla onorò il fortunato garzone col titolo d'imperatore, per blandire la fazione de' nobili, di cui era rappresentante.
I Mariani, (82) vedendo ogni dì le truppe e il fior de' cittadini accorrere a Silla, perdevano il consiglio, per quanto Carbone, Norbano, Mario faticassero a raddrizzar la nave col soccorso degl'Italiani, esortati d'ogni banda a sostener quella ch'era causa loro. Ma gl'Italiani non sentivansi più riscossi dal grido d'indipendenza, sibbene calcolavano dove ci fosse a lucrar maggiormente, nel campo dei consoli o in quel di Silla. Il quale, leone e volpe, sbaragliando e seducendo, mette in pieno scompiglio i popolari: il giovane Mario si salva in Preneste, dov'è assediato; Norbano a Rodi, e temendo esser tradito s'uccide; Carbone in Africa, poi nell'isola di Cosira, donde fu menato a Pompeo, che, o dimentico, o troppo ricordevole degli antichi benefizj, lo umiliò, poi lo fece scannare, benchè a molt'altri consentisse la fuga. La Sicilia, abbandonata da Perpenna, si arrese a Pompeo.
Silla, vincitore da ogni parte, entrato in Roma di primo lancio, radunò il popolo lagnandosi di quanto aveva patito, nelle cariche surrogò amici suoi a quelli di Mario, e senz'altro che minacce tornò alla guerra. Era sangue italiano che da una parte e dall'altra si versava; e i Sillani, quanti più nemici sterminavano, sapevano che più terreno ed oro resterebbe al lor generale per compensarli. I Sanniti non si erano piegati alla fortuna di Roma, e alla testa di quarantamila Ponzio Telesino aveva profittato delle discordie di questa per occupare tutto il Bruzio; e col lucano Lamponio accorse per salvare dai Sillani Preneste, ove il giovane Mario avea radunato i magazzini e l'oro e le statue di Roma.
Trovandosi da Silla recisa la marcia, Telesino difilò sopra Roma, che sapeva sguarnita, dichiarando: — Non per Mario nè contro Silla intendo combattere, ma per la causa italiana, onde vendicare i trucidati nella guerra Sociale, e sterminare questa tana di lupi devastatori d'Italia». Tutti i cittadini uscirono in armi, ma furono respinti: Silla sopragiunto, dovette voltar in fuga, esclamando, — O Apollo Pitio, non elevasti tanto Cornelio Silla se non per abbandonarlo davanti alle mura della sua patria?» Ma rintegrata la mischia, riuscì vincitore; Telesino fu trovato fra' cadaveri, ultimo eroe della causa italiana. Tremila de' suoi Sanniti offrirono di rendersi, e Silla gli accettò, purchè trucidassero i camerati dissenzienti: essi il fecero, e quando raddoppiati di numero gli tornarono davanti, li condusse a Roma, e quivi serrati nel circo, li fece tutti scannare. Arringava egli intanto i senatori nel vicino tempio di Bellona; e vedendoli susurrare alle miserevoli strida degli sgozzati, disse: — Cheti! non è nulla; alcuni riottosi ch'io fo punire», e continuò il sermone.
Tremendo esordio d'inaudite atrocità. In Preneste il giovane Mario e il fratello di Telesino vollero morire al modo de' gladiatori, combattendo fra sè, spettatori e spettacolo: il Romano uccide il Sannita, ma cade su lui, e si fa uccidere da uno schiavo. Allora Preneste si arrende, e Silla pianta tribunale per giudicare i cittadini a sè contrarj, ascoltandoli tanto per dare qualche aspetto di legalità all'assassinio: poi vedendo trarsi la cosa per le lunghe, ne fa chiudere molte migliaja insieme e trucidare, assistendo egli stesso all'orrendo spettacolo e compiacendosene. Ad uno, della cui famiglia era ospite, voleva perdonar la testa; ma il generoso: — Io non voglio dover la vita al carnefice de' miei patrioti», e si mescolò ai morituri. Quei di Norba in Campania, temendo sorte eguale ai Prenestini, posero fuoco alle case, e si uccisero gli uni gli altri, da uomini di cuore[42].
Con questi macelli terminava la guerra Sociale, non rimanendo più Italiani ma Romani soli. Terminava anche la civile; e Silla tornato a Roma, ove non potè prender sonno per gli applausi del popolo e pel proprio tripudio, adunò i comizj e disse: — Ho vinto. Quei che mi costrinsero ad armarmi contro la città, fin ad uno espieranno col sangue quello ch'io versai».