Ma Sertorio amava la sua patria, riveriva la terra che chiudeva la madre sua dilettissima; e desideroso di rientrarvi in pace, mandò che si sottometterebbe congedando le truppe, purchè fosse abolito il decreto di sua proscrizione. La severità romana, che non patteggiava mai se non vincitrice, ricusò d'esaudirlo; e Mitradate, che allora appunto agguerriva l'Asia onde rinnovare il sanguinoso duello, e viepiù dopo morto Silla, spedì ambasciadori a Sertorio che, paragonandolo a Pirro ed Annibale, gli offrissero tremila talenti e quaranta galee in tutto punto, con cui guerreggiare i Romani, mentr'egli in Asia recupererebbe le provincie che avea dovuto cedere nella pace. Sertorio, che volea considerarsi come rappresentante, non come nemico della patria, rispose: — Cessi il cielo ch'io cresca in potenza a detrimento della repubblica. Egli s'abbia pure la Bitinia e la Cappadocia, che i Romani non vogliono disputargli; ma nell'Asia Minore non gli assentirò un palmo di terra di là dei trattati conchiusi».

Mitradate udendo il messaggio esclamò: — Se tanto esige proscritto e fuggiasco sulle coste dell'Atlantico, che farebbe presedendo al senato di Roma?» Pure ne coltivò l'amicizia, gli spedì il denaro e le galee; e Sertorio, colla detta riserva, l'ajutò d'un corpo di truppe. Bastò perchè fosse da Roma dichiarato traditore, e posta sulla sua testa la taglia di cento talenti e ventimila jugeri di terreno.

Men che nei Barbari, Sertorio metteva fiducia ne' Romani angolatisi seco: ma costoro erano un'accozzaglia di fuorusciti, pieni di vanti, che se anche nol tradivano, alienavangli i popoli colle vessazioni. Gli Spagnuoli accortisi che nè Mariani nè Sillani pensavano al loro meglio, ma soltanto ad acquistare primato in patria, inveleniti si rivoltarono contro Sertorio, il quale per punirli scannò o vendette i fanciulli raccolti in Osca. Era dunque perduta la sua popolarità; e Perpenna, uno de' suoi luogotenenti, che da lungo tempo lo invidiava, in una cena lo trucida (72), e va a consegnare l'esercito a Pompeo, insieme colle lettere che al generale scrivevano i suoi partigiani da Roma. Pompeo fa uccidere il traditore ed alcuni magistrati, e le carte getta al fuoco per non compromettere illustri cittadini: altri ebbero morte da' natìi, o misera vita e infame in Africa. La guardia spagnuola che aveva giurato non sopravivere a Sertorio, tutta si uccise: e la facilità onde la Spagna venne assoggettata non prova tanto i meriti di Pompeo, quanto quelli di Sertorio che era bastato e sostenerla dieci anni.

Pompeo menò un secondo trionfo, prima che l'età gli permettesse di entrare fra' senatori. I cavalieri ogni quinquennio comparivano alla rassegna davanti ai censori, come al tempo che questi limitavansi a visitare l'armadura ed il cavallo; e dopo che aveano esposto sotto chi e quanto avessero servito, erano rinviati con biasimo o con lode. Pompeo si presentò anch'esso in abito consolare e coi littori, e chiesto dal censore, — Hai tu militato, o Pompeo Magno, tutte le volte che la legge prescrive?» rispose: — Tutte, e sotto il comando di me medesimo». Gli applausi andarono a cielo, e i censori stessi col popolo l'accompagnarono a casa.

L'inumanità, come già la guerra dei servi, così produsse in Italia quella de' gladiatori. Mancò sempre ai Romani quell'armonico sentimento umano onde abbondavano i Greci; e mentre a questi, abbandonate le prische religioni sanguinarie, piaceva commoversi nei teatri alle regie miserie od alle ridicolaggini umane, esposte in una poesia maestosa od arguta; i Romani, versanti in continue battaglie, e fra lo spettacolo di re incatenati e di prigionieri uccisi, nel combattimento e nel sangue cercavano anche il diletto; l'inferocire delle belve aizzate, gli sforzi contro la morte imminente, i ruggiti feroci, l'ultima convulsione, porgevano uno spasso virile agli Scipj ed ai Catoni, poi anche alle loro donne.

Il circo che Romolo eresse presso al fôro, indica che tali giuochi risalgono alle origini della città: Tarquinio Prisco murò il Circo Massimo fra il Palatino e l'Aventino, lungo tre stadj e mezzo, largo quattro jugeri, e capace di cencinquantamila persone, poi di censessantamila quando Cesare l'ebbe ampliato, infine di trecentomila allorchè Trajano il rifabbricò. Ben dieci se n'apersero poi in Roma, quadrilunghi finiti in semicircolo, divisi per lo lungo da un parapetto (spina), che ornavasi di statue ed obelischi[43], e terminava in colonnette (metæ), attorno alle quali volgeansi le corse.

Gli anfiteatri piegavansi in elissi, attorno al cui piano (arena) correvano sedili a gradinate pei magistrati e per le dignità (podium), indi pei cavalieri e il popolo. Ivi combatteano le fiere; e dopo conquistata la Macedonia, Metello vi condusse cencinquanta elefanti da guerra, che furono uccisi a frecciate; Silla e Scauro v'introdussero leoni e pantere; Pompeo, a tacere molte altre belve, espose quattrocento pantere e seicento leoni, di cui trecenquindici colle giubbe; Cesare esibì fin quattrocento leoni chiomati, fece combattere quaranta elefanti contro cinquecento pedoni, poi contro altrettanti cavalieri; e nel circo di Flaminio trentasei cocodrilli furono uccisi, dopo essersi azzuffati tra loro. Tanto ancora abbondavano sulla terra quelle razze ferine, che omai cedettero il posto all'estendentesi umana specie.

Crebbe cogl'imperatori cotesto lusso, ed uno può sorridere a tali follie e compatirle pensando alle nostre; ma profondamente si geme al vedere gli uomini spinti a lottar colle fiere o tra sè, per offrire spasso ad un popolo, il quale mai non conobbe la più dolce delle virtù. I sagrifìzj umani che Etruschi e Campani praticavano sulle tombe, saranno probabilmente passati in Roma insieme cogli altri: ma de' figli di Marte sembrò più degno il vedere la resistenza e la vittoria. Primi Marco e Decimo Bruto chiamarono gladiatori a combattere sul feretro del loro padre Giunio: i tre figli di Emilio Lepido augure ne fecero lottare undici coppie nel fôro per tre giorni, poi venticinque i figliuoli di Valerio Levino, indi crebbero viepiù. Cesare ne presentò seicentoquaranta; Tito, delizia del genere umano, continuò tali conflitti per cento giorni; il buon Trajano per cenventitre, offrendo duemila combattenti. Nè soli schiavi: e quando, sotto gl'imperatori, più era conculcata la dignità umana, Nerone fece pugnare un giorno nell'anfiteatro quattrocento senatori e cinquecento cavalieri; Comodo discese egli medesimo nell'arena. Invano Marc'Aurelio avea comandato di ottundere le armi; il popolo chiedeva sangue, e continuò ad inebbriarsi di quegli spettacoli, finchè un editto di Costantino, e più i rimproveri de' Cristiani e la pazienza eroica onde questi scendevano ad incontrarvi la morte per l'integrità delle loro credenze, posero fine a quegli atroci sollazzi. Voi che vi lagnate perchè i simboli della passione di Cristo oggi sfigurino il Coliseo, ricordate quanto sangue v'abbiano quelli risparmiato.

Dacchè Roma se ne piacque, tali combattimenti diventarono un mestiere; e il vizio, la miseria, l'infamia, la guerra provvedeano quest'orribile merce; appositi maestri (lanistæ) insegnavano anche a liberi e cittadini il dar morte e riceverla in modo di divertire il popolo sovrano. Ma più che dell'erudito ferire, questo prendea diletto degli schiavi e de' prigionieri, condotti da paesi non ammolliti dalla civiltà, e che, nudi le gigantesche membra, lanciavano colpi, ove la ferocia suppliva alla maestria. Impresarj denarosi tenevano una folla d'uomini, pasciuti con apposito nutrimento[44] pel quale avessero più sangue da versar nell'arena, ed esercitati a quest'uso, che si obbligavano con tale formola: — Giuro soffrir la morte nel fuoco, nelle catene, sotto la sferza o la spada; e ad ogni volontà del padrone sottopormi, anima e corpo, da vero gladiatore». L'edile che doveva offrire spettacoli al popolo, il ricco che voleva attirarsene l'amicizia e l'ammirazione, dirigevasi all'appaltatore, comprandone o a tutto rischio, o soltanto, direi, a consumo. In questo caso procuravasi ne uscissero col minor danno possibile: ma chi volesse lode di generosità, gli esibiva all'intero arbitrio del popolo.

Gran varietà fra essi: v'era l'essedario che combatteva in carro; v'era il gallo (mirmillo) armato di coltello e scudo, e che portava per cimiero la figura di un pesce; v'era il retiario, che inseguiva il gallo finchè l'avesse accalappiato in una rete e trafitto col tridente, a guisa d'un mostro marino; v'erano i bestiarj, che s'azzuffavano colle fiere; v'erano gli andabati, che pugnavano a occhi bendati, chiamandosi e inseguendosi dietro alla voce, mentre il popolo schiattava dalle risa a quelle spade che ciecamente cercavano un uomo, il quale non potea schermirsi. Altre volte combatteansi dalle navi; e mentre nelle pugne vere i battelli stanno pronti a raccorre chi s'annega, in queste badavano a respinger dalla riva chi volesse afferrarla.