Anzi nell'orazione stessa Cicerone narra siccome, essendo pretore in Sicilia Lucio Domizio, uno schiavo uccise un cinghiale d'enorme grossezza; onde il pretore desiderò vedere quell'uomo destro e forzuto. Ma come intese che uno spiedo gli era bastato a quel colpo, non che lodarlo, ne prese tale sospetto, che il fece crocifiggere, sotto il crudele pretesto che agli schiavi era proibito usar arma qualunque. Cicerone lo racconta freddamente; e conchiude: — Ciò potrà parer severo; io non dico nè sì nè no».

E del disprezzo che s'avea per ciò che romano non fosse è grand'indizio la causa stessa che esponiamo. Il senato scorgeva in essa la propria condanna, laonde pensò prevenire lo scandalo che ne sarebbe venuto dalla pubblicità dei rostri; e prima che Cicerone avesse compito il suo libello, condannò Verre all'esiglio, ed a restituire non più di quarantacinque milioni di sesterzj ai Siciliani, che ne avevano domandati cento. Le arringhe girarono manoscritte, e restano a provare le trascendenze dell'aristocrazia, e giustificare l'odio che nelle provincie si portava a questi luogotenenti di Roma. Con una franchezza, di cui vogliamo fargli merito per quanto spalleggiato, Tullio rivelò una folla d'altre prevaricazioni de' nobili che aveano secondato Verre, talchè dava di colpo a tutta l'aristocrazia, la quale riconoscea se stessa in qualcuno almeno de' lineamenti attribuiti a Verre; dimostrava quanto danno derivasse dal lasciar i giudizj in arbitrio del senato; ed elevando la giudiziaria a questione politica, diceva: — La mano degli Dei suscitò questo gran processo per porgervi il destro di cancellare le disonorevoli taccie apposte a voi e alla giustizia romana: chè ogni giorno più si diffonde la voce che nei vostri tribunali mai non possa aver torto il ricco colpevole. Pompeo v'ha detto alle porte della città, Le provincie sono messe a sacco, la giustizia all'incanto; bisogna riparo a questi scompigli. Sì, bisogna; e l'anno venturo quand'io sarò edile, vi porrò sott'occhi con prove irrefragabili la lunga tela degli orrori e delle infamie commesse in questo decennio dai tribunali affidati al senato. Sinchè la forza ve la costrinse, Roma soffrì il despotismo vostro, degno di re; ma dacchè il tribunato recuperò i suoi diritti, intendetela bene, il vostro regno è finito».

In fatti Pompeo riuscì ad ottenere, rinnovando la legge Plauzia, che le funzioni giudiziarie fossero ripartite fra i senatori, i cavalieri e i tribuni del tesoro, restando così annichilata l'opera di Silla. Da quel momento i cavalieri acquistarono vera importanza nella repubblica, annodatisi attorno a Pompeo e Cicerone.

CAPITOLO XXIV. Scompiglio della proprietà. Consolato di Cicerone. Catilina.

I ripetuti esempj di potere illimitato sfioravano le gelose attrattive della libertà, e rendevano temerarj i soldati, e ligi ai capi che per molti anni gli avevano condotti al trionfo. I quali a vicenda, ne' lunghi comandi disavvezzatisi da ogni subordinazione, trovavansi anche nella pace altrettanti satelliti quanti aveano antichi uffiziali; sicchè i comizj presero aria d'un campo di battaglia, gli stessi amici dell'ordine tendeano ai loro fini collo scompiglio, e tutto riducevasi a governo personale.

Cajo Cornelio tribuno (67) propone di reprimere le usure de' governanti, e le dispense che da alcuni senatori vendevansi dall'osservar le leggi: il console Calpurnio Pisone gliel contrasta; e contro la tumultuante folla manda i littori, ma li vede respinti a sassate e rotti i loro fasci. Cornelio propone di punir le brighe che si fanno pei candidati; e Pisone, con artifizio non mai disimparato, lo sorpassa, aggiungendo che chi fa broglio sia espulso dal senato, escluso dalle cariche, multato. Cornelio, che non vuole lasciarsi vincere in popolarità, eccita nuova sommossa, fa cacciar Pisone dal fôro, e questo si circonda d'amici, e a forza fa passare la sua legge. Quando Cornelio scade, viene accusato di non avere tenuto conto del veto de' colleghi; ma Cajo Manilio, amico di Pompeo, compare con un pugno di bravi, e minacciando morte dissipa gli accusatori. Tali erano divenuti i comizj.

Quel gran nome di Roma, nel quale si congiungevano patrizj e plebei alla gloria comune, perdeva il fascino da che Mario e Silla avevano condotto i cittadini gli uni a guerreggiare gli altri; e le nimicizie suggellate col sangue faceano riguardare ciascuno, non come membro della stessa repubblica, ma come congiurato d'una fazione. Nelle lunghe guerre la plebe erasi educata alla licenza, al lusso, al furto; tornando satolla di preda, profondea colla spensierata prodigalità di chi acquistò senza fatica; poi trovandosi risospinta nella pristina povertà, maggiormente sentiva le privazioni, guatava con invidia i ricchi, e ribramava guerre e tumulti e torbido in cui pescare, inabile del pari e a possedere e a soffrire chi possedeva.

Nessun fatto rivela tanto la condizione sociale d'un paese quanto le leggi e le consuetudini che regolano la proprietà; onde non ci sarà apposto il tornarvi spesso, massime da chi badi ai germi che or vanno crescendo.

Chiunque conosce che la possidenza è la base materiale della società, come base morale n'è la famiglia, non potrà non meravigliarsi della poca stabilità che ebbe fra gli antichi, e sin fra i Romani. Piuttosto che un diritto naturale, consideravasi come una conseguenza di formole religiose o legali, subordinata poi sempre all'alto dominio dello Stato. La delimitazione dell'augure segnava i confini di ciascun fondo; l'ara o le tombe lo consacravano: talchè al dileguarsi del sentimento religioso diminuivasi la sicurezza della proprietà. Divenuta legale, restava all'arbitrio de' legislatori o de' violenti, e trenta volte noi la vedemmo rimpastata, ora con parziali confische, ora colle spropriazioni in cumulo, or colle proscrizioni, colle colonie, colle distribuzioni ai veterani. Soltanto col cristianesimo il sentimento di giustizia dovea diventare una potenza, bastante a difendere la proprietà.

Al tempo di Cicerone, la guerra civile, le proscrizioni, l'abolizione de' debiti aveano mutato violentemente il padrone a tutti i campi, non però il modo di possesso: come già si soleva nelle conquiste esterne, il vincitore sottentrava al vinto coi diritti medesimi, senza che della plebe restasse migliorata la condizione, non onorato il lavoro, non aperte vie onorevoli al guadagno. Se non che il possesso non fondavasi quasi su altro che sull'ingiustizia, sull'usurpazione, sulla denunzia, sull'assassinio. La campagna d'Asia introdusse un lusso corruttore, che si manteneva od emulava coll'opprimere i poveri ed espilare le provincie. La venalità delle magistrature costringeva i nobili a caricarsi di debiti per ottenerle, indi rifarsene come potevano nelle provincie o ne' tribunali.