Ed opportunissimi erano in fatto a chi per via della sommossa e degli assassinj politici pensasse tentar le riforme, siccome fece Lucio Catilina. Usciva dall'illustre gente Sergia, la quale pretendeva derivare da Sergesto compagno d'Enea[90], ed aveva ricevuto onore da Marco Sergio, che perduta in guerra la mano destra, se ne fece far una di ferro, e seguitò a combattere per quattro campagne; ventitre volte fu ferito; preso da Annibale due volte, due volte fuggì di prigione, dopo rimasto in catene venti mesi; allargò l'assedio di Cremona, difese Piacenza, prese dodici campi di nemici nella Gallia: i quali meriti ed altri molti annovera egli stesso in un'orazione recitata quando i pretori suoi colleghi voleano escluderlo dai sacrifizj come infermo[91]. Catilina senatore, colto, educato, destro negli affari, di seducenti maniere, franco parlatore, largo del suo, ingordo dell'altrui, simulatore e dissimulatore, pronto in parole e in metterle ad effetto, versatile ne' mezzi, ambiva alle cose; serviziato cogli amici, s'avea bisogno di un cavallo? d'armi? di disporre giuochi gladiatori? bastava ricorrere a lui; a lui per eludere l'oculatezza d'un padre, la severità d'un giudice, le persecuzioni d'un creditore; a lui per comprare voti ne' comizj, testimonj falsi ne' tribunali, assassini prezzolati. Queste erano le arti con cui uno poteva a Roma acquistarsi reputazione e clientela, quanto oggi si ottiene colla virtù, coll'onoratezza, o colle loro apparenze. Del resto biscazziere, gozzoviglione, di rotti costumi, nella prima gioventù innamoratosi d'Aurelia Orestilla, vedova bella e null'altro, per farla sua tolse di mezzo un figliastro; più tardi sposò una fanciulla generatagli da essa; corruppe una Vestale, cognata di Cicerone.

Al tempo di Silla erasi segnalato per ferocia nell'eseguirne e trascenderne i comandi (pag. 70), e per tali vie attinse le primarie dignità: questore, luogotenente in molte guerre, alfine pretore in Africa, ivi commise tali vessazioni, che una deputazione fu spedita a richiamarsene in senato, alla quale poco mancò non fosse resa giustizia. Alle sue prodigalità non bastando le concussioni, affogava nei debiti; e non sentendosi bastante potenza nè ricchezza per far dimenticare gli assassinj e gl'incesti passati, cercava modo di capovoltare la repubblica per erigersi sopra le ruine, e gliene davano lusinga quelle cose in aria e la facile riuscita di Silla.

Col largheggiare ai bisognosi, col prestar denaro, favore, e all'uopo il braccio e il delitto, erasi assicurato uno stormo d'amici, alcuni buoni, allettati da certe apparenze di virtù; i più, fradici nel vizio, strangolati dal bisogno, sospinti da ambizione o avarizia; veterani di Silla, che avevano sciupato facilmente i facili guadagni; figliuoli di famiglia, che in erba s'erano mangiata l'eredità; Italiani spossessati, provinciali falliti, gente consueta a vendere la testimonianza e la firma ne' giudizj e ne' testamenti, la mano nelle schermaglie civili, e che guatavano ai ricchi, ed aspettavano solo il destro di far suo l'altrui. Tra siffatti, Catilina primeggiava per maggiore sfacciataggine, corpo tollerantissimo della fatica e dello stravizzo, anima robusta, acume d'ingegno, mediante il quale conosceva il suo tempo sì bene, che diceva: — Io vedo nella repubblica una testa senza corpo, e un corpo senza testa; quella testa sarò io»[92].

Cercava singolarmente appoggio col blandire gl'Italiani. La gran nemica della libertà italica chi era? Roma. Chi fabbricava e ribadiva le catene a tutti i popoli? quella classe aristocratica, che come privilegio traeva a sè nobiltà, ricchezze, giudizj, e per conseguenza le potenti clientele e le magistrature. Si sovverta dunque il mal composto edifizio, e l'incendio di Roma divenga segnale dell'affrancamento di tutta Italia: i beni siano restituiti agli spropriati da Silla, distribuite terre ai poveri, cassati i debiti: in somma il fallimento pubblico, la sovversione sociale. «I soffrenti non troveranno un difensore fedele se non scegliendo un uomo anch'esso soffrente. I poveri, gli oppressi qual fiducia potrebbero riporre in promesse di ricchi e di potenti? Chi vuol riavere il perduto, ripigliare il maltolto, guardi ai debiti miei, alla mia posizione, alla disperazione mia: agli oppressi, agli sgraziati fa mestieri d'un capo ardito e più sgraziato di tutti»[93].

Da noi, neppure il partito più svergognato osa confessare d'essersi proposto per fine nè per mezzi l'assassinio, l'incendio, il saccheggio: ma allora non aveano cominciato di tal passo e Mario e Silla e Carbone e Lepido?

Alle speranze dava agio l'essere lontani gli eserciti e Pompeo (63). Tessuta dunque una congiura, dovea scoppiare il primo giorno del 691 di Roma all'atto che, scaduti i vecchi consoli, i nuovi non si trovavano per anco installati se non dopo il sacrifizio solenne in Campidoglio: ma un caso la sventò e allora e in febbrajo, e i congiurati si lusingarono di poter riuscire per vie legali. In fatto Catilina si presentò a domandare il consolato, tanto fidava nella briga de' suoi e nel denaro; e bisogna bene spogliarci delle moderne delicatezze per capire come un tal uomo potesse chiedere di divenir capo della repubblica. Il senato gli oppose che dovesse in prima scagionarsi delle accuse di concussione dategli dagli Africani; col che lo rimosse, e fece prevalere nella domanda, non un aristocratico di ceppo antico, ma un moderato, un parlatore, Cicerone. La costui nomina (63) dovea garbare all'oligarchia senatoria che se l'era guadagnato, ai cavalieri al cui Ordine apparteneva, agl'Italiani come arpinate, alla plebe come uomo nuovo.

Catilina per dispetto accelerò l'impresa, che da basso ladro e assassino lo convenisse in gran cospiratore, e alla quale avea guadagnato cavalieri, senatori, plebei, d'ogni sorta scontenti. Tra l'abitudine vulgare d'attribuire sozzure od atrocità alle congreghe secrete, tra l'interesse dei ricchi a screditarlo, non era infamia che non si bucinasse sul conto di Catilina e de' suoi: suggellarsi i loro giuramenti col tuffare tutti insieme le mani nelle ancor palpitanti viscere d'uno schiavo, e bevere l'uno il sangue dell'altro[94]; sacrificarsi vittime umane alla trovata aquila argentea di Mario; che Catilina mandava ad assassinare questo o quello, per puro esercizio; che ordiva d'appiccar fuoco a Roma, e trucidare il meglio dei senatori. A queste basse e mutili atrocità presteremo noi fede, qualora pensiamo che alla congiura presero parte più di venti personaggi senatorj ed equestri, fra cui Autronio Publio, escluso dal consolato perchè convinto di broglio, Gneo Pisone consolare, fors'anche Antonio Nepote console, Cornelio Cetego tribuno, due Silla figli del dittatore, Lentulo Sura, il quale vantava tra' suoi avi dodici consoli, e che dai Libri Sibillini fosse promesso il regno a tre Cornelj, cioè Cinna e Silla e lui terzo? Tanti illustri proseliti (63), quand'anche reputiamo mera vanteria dei congiurati che con loro assentissero Licinio Crasso ricco non men di denaro che di valore, e maggior di tutti Giulio Cesare, pontefice massimo, già primeggiante in una repubblica, ch'e' doveva ambire d'acquistare, non di distruggere. Se Catilina divisasse qualche riforma grandiosa, non conosciamo; o se, come il più de' cospiratori, volesse abbattere prima di sapere che cosa sostituirebbe, o rinnovar solo la guerra civile e le proscrizioni, gavazza di chi ambiva denaro, sfogo di passioni, voluttà di prepotenza. Ma avesse anche ideato alcun bene, potea compirlo con simili mezzi? tanti ribaldi sguinzagliati poteano portar altro che il saccheggio, l'assassinio, l'irruzione de' poveri viziosi contro l'ordine sociale? mal si spera la rigenerazione da un obbrobrioso; male la si comincia col trascinare altri ne' proprj vizj, siccome Catilina faceva; e una causa appoggiata a ribaldi può dar su per un momento, non mai riuscire.

Già quel cupo susurro che precede la tempesta, e qualche imprudente rivelazione, e alcuni portenti interpretati dagli Etruschi diffondevano una vaga paura d'uccisioni, d'incendj, di guerre civili, talchè a stornarli si erano ordinate litanie e sacrifizj. Cicerone ne sapea di più, ma que' rumori non ismentiva: preparavasi, scaltriva il senato, teneasi sull'avviso.

Compariva tra' congiurati Quinto Curio, ridottosi al verde per corteggiare Fulvia, donna di buona nascita e di pessima fama, la quale, com'egli cessò le largizioni, cessò i favori. Rifiorito di grandi speranze pei vanti di Catilina, Curio cominciò a prometterle mari e monti; ed ella insospettita, ne succhiellò il secreto, e lo vendette a Cicerone, che del congiurato si fece una spia: mutazione agevole in anime depravate.

Fra un popolo che avea perduto il senso della giustizia, non quello della dignità (63), mal sarebbesi osato appoggiar un'accusa sulle deposizioni d'una spia e d'una cortigiana, come farebbe la Polizia d'oggi: ma Tullio aveva raccolto altre prove, dissipato un tentativo all'occasione de' comizj, salvato Preneste da una sorpresa dei cospiratori, spiato ogni passo di Catilina, il quale, quanto denaro potè mandò a Fiesole in Etruria, colonia di Sillani, che facilmente guadagnò e fece nocciolo del suo partito, armandolo sotto Cajo Mallio prode veterano di Silla, mentre altri eccitavano nell'Umbria, nel Brucio, nella Campania, e fin nella Spagna e nell'Africa, e legavansi intelligenze nella flotta a Ostia.