Abbiamo veduto (pag. 20-21) come accanto alla fiera Gallia Transalpina si fosse piantata la colonia jonica di Massalia, esempio di corruzione e fomite di discordie fra i vicini; mentre i Romani, assodato il loro dominio sì nella Gallia Cisalpina sì nella Provenza, cresceano terribili all'indipendenza di quel popolo che un tempo avea minacciata la loro. E tanto più che i Galli, in una mezza civiltà di cui non perirono affatto le memorie, discordavano tribù da tribù, e nelle fraterne querele invocavano la micidiale intervenzione straniera. Gli Edui, superbi dell'alleanza del popolo romano, impedivano il commercio dei majali ai Sequani; e questi per vendetta chiamarono i fierissimi Galli Elveti, che sulla loro frontiera orientale trovandosi incalzati dalle popolazioni germaniche, in numero di trecensettantottomila per Ginevra difilarono sopra la Gallia romana, spandendo terrore quanto al venire dei Cimbri e dei Teutoni. Cesare, accorso a schermire la provincia, in otto giorni (mirabile prestezza!) si trovò in riva al Rodano; potè sconfiggerli e rincacciarli; fiaccò Ariovisto, re de' Germani Svevi chiamato in soccorso, e che ripassando il Reno, fra i Germani diffuse lo spavento del nome romano, ed arrestò la migrazione che fin d'allora cominciava[117].

Cesare giovossi delle discordie per sottomettere una dopo una le varie tribù galliche; penetrò nel Belgio e fin nell'Armorica (57), cioè nel paese a mare che fu poi detto Bretagna; e al confluente della Mosa col Reno scompigliò novamente i Germani; campagna splendidissima, narrataci mirabilmente da lui stesso. Accortosi però che non otterrebbe intera la soggezione finchè stimoli alla sommossa venissero dall'isola di Bretagna, santuario della religione gallica, vi sbarcò con grande coraggio; ma poco pratico del paese non più toccato da' Romani (55), e assalito vigorosamente, fu costretto ritirarsi. Per riparare a quello smacco, poco stante tornò, e servito ivi pure dalla scissura fra due capi, seppe indurre gl'isolani a pagare un tributo e rimanersi in pace; e rinavigò al continente. Con ducento navi, null'altro ne avea tratto che alquanti schiavi e perle; non vi lasciò guarnigione, non munì castelli; il tributo non fu pagato mai, nè egli l'aspettava; e Roma berteggiavalo d'aver vinto un paese, ove nè argento nè oro nè vestigio d'arte e sapere[118]. Chi avesse detto allora qual doveva diventare quell'isola a confronto della beffatrice!

Tolta la speranza d'ajuti dalla Germania e dalla Bretagna, parea sottomessa stabilmente la Gallia; ma questa fremeva della dominazione forestiera, della licenza soldatesca e del governo militare, decretato per altri cinque anni a Cesare col titolo di proconsole, e per cui egli era costretto (53) rincarire i tributi, spogliava i luoghi sacri, ai magistrati paesani surrogava persone ligie a Roma ed a sè. Gli scontenti elevarono a Carnuto il grido della riscossa, che la sera medesima di terra in terra si diffuse per censessanta miglia; a Genabo (Orléans) si fa macello de' mercadanti italiani; e a capo degl'insorgenti si pone Vercingetorige, giovane di antica famiglia arverna, caldo patrioto, inaccessibile alle seduzioni di Cesare. Rivoltatogli il paese, chiama alle armi fin i servi della campagna, intima il fuoco a chiunque mostri viltà, e preparasi ad assalire la provincia Narbonese e i quartieri invernali de' Romani. E perchè Cesare, accorso colla mirabile sua rapidità malgrado della stagione, rassoda nella fede i Narbonesi balenanti, e varcando sui ghiacci, sorprende gli Arverni, Vercingetorige induce i Galli a bruciar tutte le case isolate e le città non difendibili, acciocchè non servano di allettamento ai nemici o di rifugio ai codardi: in un giorno più migliaja di borgate andarono in fiamme, e la popolazione si dirigeva alle frontiere, nuda e grama, eppur consolata dal pensiero di salvare la patria, la quale non perisce colle mura.

Bisogna leggere in Cesare medesimo i prodigiosi sforzi ch'egli dovette sostenere, ora contro tutti uniti sul campo, ora coi singoli che l'appostavano di dietro le fratte o allo sbocco delle vallee: ma benchè l'audace e risoluto Vercingetorige mai non s'allentasse, benchè i suoi giurato avessero non tornare alle case se non dopo attraversato due volte le file nemiche, Cesare colla disciplina, colla rara perizia militare, coll'alternare ferocia e dolcezza, e collo spargere zizzania fra i Galli stessi, potè sostenersi. Assalito Avarico (Bourges) (52) nodo della guerra, e presolo dopo ostinata resistenza, trentanovemila ducento persone inermi mandò per le spade: i capi che cadessero in mano dei vincenti, erano battuti a sferze, poi decollati: altre volte a tutti i prigionieri si troncavano le mani, imperante quel Cesare, che era vantato ad una voce per indole umana e per volonterosa generosità[119]; che soleva dire, troppo molesto compagno di sua vecchiaja sarebbe l'avere una sola crudeltà a rimproverarsi; e che tanti macelli racconta senza un motto di compassione o di scusa, senza un cenno d'aver tentato impedirli.

Dopo prodigi di valore, egli riesce ad aver nelle mani Vercingetorige, e colla prontezza che previene il riparo, piomba sui divisi popoli Galli e li sconfigge (50). Molti abbandonarono la patria, cercando terre ove almeno non vedessero i Romani. In dieci anni l'eroica Gallia restò soggiogata: mille ottocento piazze prese, trecento popolazioni dome, tre milioni di vinti, di cui un milione morti e altrettanti prigionieri[120], formarono il vanto di Cesare. Industriandosi a sanar le piaghe del paese, percorse le città, mostrandosi umano, lasciando leggi adatte; non confische, non proscrizioni, non colonie militari peggiorarono il destino dei vinti; l'imposta di quaranta milioni di sesterzj fu palliata col titolo di stipendio militare; e la nuova provincia della Gallia comata ottenne prerogative sopra la togata. Il proconsole evitava quanto potesse di offender uomini irascibili per indole e pei dispetti soliti dopo recenti sconfitte: trovata sospesa in un tempio la sua spada, ch'eragli caduta in battaglia nella Sequania, sorrise, e — Lasciatela, è sacra»; la legione di Galli veterani, che sul caschetto portavano l'allodola simbolo di vigilanza, eguagliò alle romane in equipaggio, soldo e prerogative; arrolò ausiliarj delle varie armi in cui i Galli prevalevano; forze ch'egli sottraeva a' suoi rivali ed alla patria per farsene ostaggi di sicurezza e stromenti a nuove imprese.

A chi avesse chiesto per mano di chi dovea Roma perire, sariasi risposto, dei Galli; essi che altra volta l'aveano presa, poi distrutti gli Umbri, fiaccati gli Etruschi, occupata l'Italia settentrionale. Bisognava dunque abbatterli; e Cesare lo fece, con ciò ritardando di quattro secoli la grande invasione, e lasciando tempo alla civiltà di maturarsi col cristianesimo prima di diffondersi a tutto il mondo. Abbattè i Galli, ma li menò a vendicarsi di Roma, poi gli ammise tra i figli di questa. Imperocchè l'esercito, come succede nelle lunghe spedizioni, erasi affezionato a colui che lo guidava alla vittoria, e poteva dirsi non della repubblica, ma di Cesare, il quale ormai più spigliato procedeva nelle sue ambizioni.

Intanto a Roma Cesare grandeggiava per la sua assenza; il vago di quelle guerre lontane lasciava che l'immaginazione ne esagerasse i pericoli ed il frutto, rimanendo eclissato Pompeo da trionfi sovra gente da tutto l'orbe divisa, quella gente che era venuta altre volte sino appiè del Tarpeo; e se a Camillo e Mario tanta lode derivò dall'averli respinti, che dire di Cesare, il quale mosse a cercarli e li soggiogò?

Potenti avversarj ormavano, è vero, i passi di lui, raccogliendo e denunziando le ruberie, i tradimenti, le uccisioni, lo sterminio de' prigionieri; e quando furono proposti ringraziamenti a Cesare, l'austero Catone proruppe: — Che ringraziamenti? espiazioni piuttosto, supplicare gli Dei non puniscano sui nostri eserciti le colpe del generale, e consegnar questo ai nemici affinchè Roma non paja comandare lo spergiuro». Altri, meno austeri e più positivi, palesavano il pericolo de' prolungati comandi, e del lasciare entrambe le Gallie in mano d'un solo, il quale così potrebbe nella Transalpina agguerrire l'esercito, poi per la Cisalpina condurlo fin alle porte di Roma. Gli amici però del proconsole, fra' quali s'era aggregato Cicerone[121], riflettevano: — Se nella Gallia ha domato grandissime nazioni, egli non le ha ancora sistemate con leggi, con diritto certo, con ferma pace; questa guerra non può essere terminata se non dallo stesso che la cominciò; dobbiamo anzi saper grado a Cesare, che al soggiorno di Roma e alle delizie d'Italia preferisce terre sì aspre, sì rozze borgate, genti sì grossolane».

Tali voci e i suffragi per farsi prolungare il comando, dovea Cesare acquistarseli, lusingando il vulgo, mercando i demagoghi. Per venti milioni e mezzo comprò un'area, e vi eresse un fôro con portici di marmo, allettamento popolare; comprò per otto milioni e mezzo la neutralità del console Emilio; comprò per dodici milioni la connivenza d'un tribuno: tutte armi che affilava contro la repubblica.

E la repubblica nel decennio ch'egli avea combattuto nelle Gallie, sopraffannata dall'anarchia, pareva un cavallo bizzarro che ha bisogno di un domatore. Lo impoverire de' molti rendeva onnipotenti i pochi ricchi; i comandi prolungati e le commissioni accumulate sopra una sola testa avvezzavano a identificare la causa nazionale con un uomo; talchè non parlavasi più della repubblica, sibbene di Cesare e Pompeo, sopra i quali ormai si concentra l'interesse. Ma in queste ultime lotte nulla appare di elevato; gelosiuccie, ambizioncelle, vacillamenti, un passare dall'anarchia all'oligarchia, e sempre il governo personale, appoggiato sulla violenza e sui bravacci; e come prima gli schiavi erano stati ruina dell'agricoltura, così adesso i gladiatori erano ruina della costituzione.