Ma Cesare colla sua portentosa alacrità[148] s'avvicina; oggi il corriere porta ch'egli prese Arezzo, domani Pesaro, poi Fano, poi Osimo; in tutto il Piceno è accolto a braccia aperte: solo Corfinio è difesa da quel Domizio che il senato gli aveva sostituito nel comando della Transalpina; ma le trenta coorti di guarnigione non tardano ad aprire le porte al vincitore, che perdona ai senatori ivi côlti e a Domizio stesso dicendo, — Io non vengo a far del male, ma a rimettere ne' diritti e nella libertà il popolo romano, soverchiato da un pugno di ricchi»; restituì persino sei milioni di sesterzj trovati nella cassa militare, e scriveva agli amici: — Diamo l'esempio d'un nuovo modo di vincere; e assicuriamo la fortuna nostra colla clemenza e l'umanità». Il trionfo e più il perdono sbigottiscono Pompeo, che si ritira a Brindisi nell'estremità meridionale dell'Italia; ma Cesare, ingrossato da cerne italiane, lo raggiunge, l'assedia: se non che, avanti sia chiuso anche il porto, Pompeo fugge verso l'Oriente, lasciando il campo all'emulo che, in sessanta giorni conquistata l'Italia senza sangue, cavalca sopra Roma.

Quivi simulando rispetto a quell'antiquata legalità che il suo brando spezzava, accampa ne' sobborghi; il popolo esce in folla ad ammirare e festeggiare il sommo capitano; e i tribuni ricoverati al suo campo ne magnificano i meriti, e inducono i pochi senatori rimasti a venir ascoltare l'arringa, in cui egli giustifica il suo operato, rianima le speranze, cheta le paure, e consiglia a mandar persone credute per indurre alla pace Pompeo e i consoli; tutto a fine di riversar la colpa sopra il nemico.

Sul tesoro accumulato contro i Galli fin dai tempi di Brenno, non tocco neppure nelle necessità di Pirro, d'Annibale o delle fazioni, Cesare pose le mani dicendo, — Io ho dispensata Roma dal suo giuramento, poichè più non v'è Galli». Dall'erario pubblico, lasciato sconsigliatamente dai fuggiaschi, levò trecentomila libbre d'oro[149], spoglie delle genti vinte, con cui potè rianimare la guerra contro la vincitrice. Spedì governatori suoi in tutte le provincie, Marco Antonio per l'Italia, Cajo Antonio nell'Illiria, Licinio Crasso nella Cisalpina; ad Emilio Lepido affidò Roma da governare, a Dolabella ed Ortensio la flotta; e non sentendosi pari ancora a tener testa a Pompeo nell'Asia fra sì poderosi amici e fra tanti re vassalli, disse: — Andiamo in Ispagna a combattere un esercito senza generale; vinceremo poi un generale senza esercito».

Nella Spagna, provincia prediletta da Pompeo, si erano raccozzati i fautori di quella che ancora chiamavasi libertà. Cesare, benchè sulle prime sconfitto, in quattro mesi l'ebbe tutta sottoposta; volato a Marsiglia Pompejana, l'ha a discrezione, e perdona le vite e la libertà, facendosi consegnare armi e navigli, e torna a Roma. Cicerone, come vide andare a fascio le cose di Pompeo, volentieri se ne sarebbe spiccato se non l'avesse trattenuto vergogna o punto d'onore, e ad Attico scriveva: — Tu dici lodato quel mio motto, amerei piuttosto esser vinto con Pompeo, che vincitore con Cesare. Sì; l'amerei, ma col Pompeo che era allora o che mi parea: ora con questo che fugge prima di sapere cui fugga nè dove, che lasciò in mano di Cesare l'aver nostro, abbandonò la patria, l'Italia, se amai d'esser vinto, l'effetto ne seguì». Si ritirò alla campagna; ma come Cesare andò in persona a sollecitarlo di ritornare, persuaso che l'esempio molti altri senatori indurrebbe, egli rispose: — Tornerò, purchè mi sia lecito dir francamente la mia opinione»[150]. Appena però si sparse voce che Cesare era perduto nella Spagna, con molt'altri deliberò di raggiungere Pompeo, per quanto Cesare gli scrivesse che un uom d'onore in guerra civile non deve chiarirsi, e che parrebbe spinto non da sentimento di giustizia, ma da personale disgusto.

La vanità di lui dovette appagarsi della festa che vi ricevette; ma il suo senno conobbe quanto poco fondamento fosse a fare sopra que' giovani pretensivi, arroganti, la cui prodezza consistette nel protestar col fuggire, e ricoverati nel campo pompejano, chiamar traditore chiunque era rimasto in patria, e perseguirlo di sarcasmi e di calunnie: quivi intanto sognar riscosse e vittorie, spartirsi in prevenzione le prede; l'uno avrà il pontificato massimo, vacante per la morte di Cesare; l'altro le ville e i giardini di questo o di Attico: chi appigiona una casa nel fôro per trovarsi più comodo a brigar i voti ne' prossimi comizj; chi già s'accaparra i suffragi; e preparano le tavole di proscrizione, ognuno iscrivendovi come nemico della patria il proprio nemico. Chiunque sta indifferente, chiunque non abbastanza infervorato, dee soffrirne gl'insulti: i consigli moderati, l'aspettare l'opportunità, il calcolare i mezzi saranno considerati codardia e tradimento. Intanto si servono di Pompeo; ma quando per suo mezzo avran vinto Cesare, lui pure sbalzeranno, onde ripristinare la pura aristocrazia e il sistema di Silla.

Cicerone prese stomaco di costoro che nol lasciavano parlare, non consigliare, non arringare; da uom disingannato mostrava quella diffidenza dell'esito che mal si perdona, e non facea risparmio d'epigrammi. A Pompeo che gli disse, — Tardi arrivasti» rispose: — Eppure non trovo ancora disposto nulla». Chiedendogli quegli ove fosse Dolabella suo genero, replicò, — È con vostro suocero». A Nonnio che l'esortava a far cuore, perchè aveano ancora sette aquile, — Eccellenti, se avessimo a combattere cornacchie». Udendo che un tale avea lasciato via il cavallo, — Provvide meglio alla salute della bestia che alla propria». Dando Pompeo la cittadinanza a un disertore gallo, — Che bizzarro! (esclamò) promette una patria ai Galli, e non sa assicurarla a noi». Pompeo, adontato di sarcasmi che più ferivano quanto più ingegnosi, gli intonò: — Vattene una volta a Cesare, ove comincerai a temermi». Catone stesso gli mostrò avrebbe meglio servito la causa loro tenendosi di mezzo; alcuni perfino il sospettavano d'intelligenze con Cesare; talchè esso, fedele alla teorica delle evoluzioni opportune che spiegò più volte con ingenuità, abbandonò il campo, disgustate ambe le parti, e supponendo a Pompeo feroci divisamenti e il proposito d'imitare Silla[151].

Il più de' senatori aveano raggiunto il fuggiasco Pompeo a Durazzo, sicchè nessun ostacolo v'ebbe in Roma a dichiarar Cesare dittatore, mentre le bestemmie contro Pompeo mostravano che nulla è sì popolare quanto l'odio contro coloro che furono idolo del popolo[152]. In undici giorni di potere supremo, Cesare si conciliò patrizj e plebei, ribandì gli esuli, eccetto il facinoroso Milone che scorrea l'Italia a capo d'una banda; ai proscritti di Silla permise di sollecitare magistrature; non abolì i debiti, ma ridusse a un quarto gl'interessi; concedette la cittadinanza a tutti i Galli transpadani; come pontefice massimo riempì i posti vacanti ne' collegi sacerdotali (48); indi si fece rieleggere console, ed entrò in via per guerreggiare Pompeo nella Grecia.

Un anno intero avea questi avuto per prepararsi; dal Mediterraneo all'Eufrate gli venivano forze e approvvigionamenti, ed oltre le legioni italiche, i veterani, le nuove cerne, il fiore de' giovani nobili, i mercenarj, i tributarj, in diversissime foggie e comandati in venti lingue diverse; cinquecento vascelli di fila ed infiniti leggieri pendevano da' suoi cenni; egli stesso era carico d'allori; la sua intitolavasi la buona causa, e acquistava ogni giorno illustri partigiani; e poichè egli affettava ancora la legalità quando già non sussisteva che la violenza, con ducento padri coscritti formò un senato, più numeroso di quel di Roma, il quale si dichiarò rappresentante della patria, e proibì d'uccidere verun Romano se non in battaglia regolare.

Cesare, alla moderna, fondava tutta la sua strategia sulla rapidità; onde vedendo tardare le legioni, s'imbarcò a Brindisi con pochissimi, poi rimandò le navi a pigliare i restanti, ed osò assediare tante forze in Durazzo, o le sprezzasse, o più si piacesse dove più ardua riusciva la prova, come tutti i grand'uomini, confidando nella propria fortuna, e sentendo d'avere per sè il popolo, e la forza di chi intende il suo tempo ed apre l'avvenire. Eragli nato in casa un cavallo coll'unghia fessa in forma di dita, che non si lasciava scozzonare nè montar mai se non da lui; e gli aruspici aveano predetto al suo domatore l'impero del mondo; sicchè egli il teneva con gran cura, e ne dedicò l'effigie davanti al tempio di Venere Genitrice[153]. Voglio dire che adoprava anche le superstizioni; ma più quella magìa di generale che crea i soldati, e gl'identifica con sè. Inesorabile col tradimento e coll'indisciplina, sul resto chiude un occhio: dopo la vittoria, denaro, pasti, piaceri, armi d'oro e d'argento; ma finchè dura l'azione, non risparmia fatiche: è giorno di riposo? scoppia un temporale? non importa, bisogna mettersi in marcia; ma Cesare marcia coi soldati. Li vede spauriti dai mostri, dai giganti onde si dice abitata la Germania? restino pur indietro i timidi; egli si avanzerà soletto colla sua fedele legione decima. Cadono di cuore all'udir in Africa che re Giuba viene con immense forze? egli esagera il pericolo, e — Sì; domani il re ci sarà a fronte con dieci legioni, trentamila cavalli, centomila soldati leggieri, trecento elefanti; io lo so, io ho veduto e provveduto: voi non cercate altro, ma rimettetevi in me; se no, cotesti novellieri li butterò s'una nave, e li spingerò in balìa del vento». Ode che una legione fu distrutta? veste il bruno, lasciasi crescer la barba.

Così s'acquista la piena devozione de' suoi soldati, che contavano come gran vanto l'esser veduti da Cesare soccombere valorosamente. Nella Bretagna un d'essi salva i centurioni avviluppati dal nemico; fatte prove incredibili, lanciasi a nuoto, e uscito a riva viene a chieder perdono a Cesare d'aver dovuto lasciare lo scudo. Nel conflitto navale presso Marsiglia, Acilio, saltato s'una nave nemica, ha tronca la destra, e pur non dà indietro, e battendo lo scudo in volto agli avversarj, s'impadronisce del legno. Cassio Seva a Durazzo, perduto un occhio, trapassata la spalla da un pilo, con centrenta freccie confitte nello scudo, chiama i nemici in atto di volersi rendere, poi come ne ha vicini due, li trucida e si salva. Innanzi la pugna di Farsaglia, Crastino interrogato da Cesare qual esito predicesse, rispose tendendogli la mano: — La vittoria; i nemici andranno in rotta, ed io, morto o vivo, otterrò le tue lodi». Un altro soldato all'intimata d'arrendersi rispose: — I soldati di Cesare sogliono conceder la vita agli altri, non dagli altri riceverla».