Catone, colle coorti radunate a Corfù e con molti illustri, si tragittò in Africa per raggiungere Pompeo; e uditane la fine, giurarono morire per la libertà; Catone ne accettò il comando, promettendo di non salir più cavallo o carro, di mangiare seduto anzichè a sdrajo come usavasi, e di non coricarsi che per dormire. Avuta volontariamente la città di Cirene, traverso al deserto andò nella Mauritania per unirsi all'esercito rifuggitovi con Metello Scipione suocero di Pompeo, e fece a questo attribuire la suprema capitananza, perchè un oracolo asseriva perpetua vittoria agli Scipioni in Africa. Giuba figlio di Jemsale, re della Numidia e della Mauritania, s'era messo con quella bandiera; e se, mentre Cesare perdevasi in quel suo amorazzo alessandrino, i Pompejani avessero operato con concordia e abnegazione, virtù troppo rare nei partiti, potevano rimettere in forse ciò che a Farsaglia parea deciso.

Cesare si riscosse a tempo (46), e ripigliata l'abituale rapidità, sovragiunse con pochi, ma risoluti guerrieri, fra cui alcuni Galli, trenta dei quali rincacciarono ducento Mauritani fin alle porte di Adrumeto. Ivi però il dittatore si trovò ridotto a pessime strettezze per la possa dei nemici e la scarsità dei viveri: se non che il generale avverso, mal ascoltando a Catone che consigliava di evitare gli scontri, accettò la battaglia presso Tapso, ove lasciò cinquantamila uccisi e la vittoria. Le città a gara schiusero le porte; i capi dell'opposta fazione o s'uccisero o furono uccisi; Petrejo e re Giuba vennero a duello, in cui il primo cadde, l'altro si fece ammazzare da uno schiavo; solo Labieno trovò modo di fuggire nella Spagna, ove Catone aveva spedito Gneo e Sesto figli di Pompeo.

Catone, che colla robusta sua calma aveva raccolto a Utica un senato di trecento Romani, gli esortò a stare concordi, unico mezzo di farsi temere resistendo, o d'ottenere buoni accordi cedendo; e non dover disperarsi delle cose mentre la Spagna reggeasi in piedi, Roma inavvezza al giogo, Utica munita e provvista. Deliberato di difendersi, i mercadanti italiani ivi accasati proponevano di dare la libertà e le armi agli schiavi, ma Catone si oppose a questa violazione della proprietà; quasi la legge stessa non ponesse per supremo oggetto la pubblica salute! Però i timidi prevalsero, e giudicando insania il resistere a colui, cui l'universo avea ceduto, mandarono a Cesare la loro sommessione. Catone non disapprovò quel consiglio, ma nulla volle chiedere per sè, dicendo: — Il conceder la vita suppone il diritto di toglierla, il quale è un atto di tirannia; e da un tiranno io nulla voglio».

Irremovibile nelle sue dottrine, vagheggiava una repubblica non solo diversa da quella d'allora, ma quale non la riscontrava nemmanco nel passato; pure, in difetto di meglio, venerava le istituzioni della patria, sperandole capaci di ringiovanirsi. Perciò stette col partito senatorio contro quelli che la repubblica sovvertivano; al di là del quale sovvertimento egli non potea preveder nulla, egli strettamente romano, e quindi incapace di presentire l'azione di genti nuove e d'una nuova fede. Perduta la lite a Farsaglia, che più rimanevagli? Trascinar in lungo una guerra che sempre avea deplorata, e di cui sentiva ineluttabile la perdita? transigere sull'indomito patriotismo, e accettando la clemenza di Cesare, mettersi con quelli che nel sacrario della patria accomunavano Orientali e Galli; che promettevano al popolo giustizia, quiete e pane invece di libertà? Altra uscita gli additavano i filosofi stoici, alle cui dottrine s'era temprato, e che ripeteano, — Quando la vita è di peso, muori». Vero è che alcuni insegnavano non doversi disertare il posto ove Dio ci collocò, senza ordine di lui: ma ordine pareva una disgrazia, specialmente pubblica, o l'impossibilità di trovare una sfuggita decorosa.

Di queste massime disputava Catone con filosofi, dei quali un branco avea sempre seco; e dopo il bagno e una lieta cena, passò con loro la sera dibattendo teoremi stoici, e principalmente questo, — Non esser liberi che i virtuosi; i malvagi essere tutti schiavi»; poi ritiratosi lesse il dialogo di Platone sull'immortalità dell'anima, chiese la spada, e poichè un servo, accortosi del suo disegno, tardava a recargliela, lo schiaffeggiò di modo che si ferì la mano. Rimandò i figliuoli e gli amici che s'ingegnavano a dissuaderlo, e ai filosofi disse: — Muterò risoluzione, quando voi mi dimostriate che non sarebbe indegno di me il chieder la vita al mio avversario». Que' gran filosofi nol seppero, onde gli fu mandata la spada: esaminandola esclamò, — Ora mi sento padrone di me»; dormì tranquillo, e al cantar dei galli si trafisse. Era dispetto d'orgoglio mortificato; era disperazione dell'avvenire; e la virtù del gran savio riusciva ad un intempestivo abbandono del posto, nel quale sarebbe stato coraggio d'uomo e dovere di cittadino il sostenersi.

Gli Uticesi e quanti il conobbero lo piansero come il solo Romano ancora libero; Cesare esclamò, — M'ha invidiato la gloria di conservargli la vita»; pure allorchè Cicerone ne scrisse un panegirico, gli oppose l'Anti-Catone, mettendone in chiaro i difetti e le intempestive virtù. In realtà Cesare aveva le doti moderne, Catone le antiquate; quegli aspirava al voto de' contemporanei e de' posteri, l'altro proponeasi una virtù ideale, e può dirsi perisse con lui la stirpe degli antichi repubblicani: onde la causa soccombente pretese tutto per sè l'onore di questo martire, oppose il voto di lui a quello del destino[163], e lo divinizzò qual simbolo dell'odio contro Cesare. Il quale, ridotte a provincia la Numidia e la Mauritania (46 — giugno), vi lasciò proconsole Crispo Sallustio storico, cui così apriva la strada di rientrar nel senato, donde era stato escluso.

Non erano però ancora spenti i nemici di Cesare. Cecilio Basso, cavaliere romano, ritirato a Tiro sotto velo di traffici, rannodò i Pompejani, e ben presto si trovò in grado di venir a battaglia con Sesto Cesare governatore della Siria, indusse l'esercito di questo ad assassinarlo e seguir lui, e chiamando in ajuto Arabi e Parti, si sostenne fino alla morte del dittatore. In Ispagna i due figli di Pompeo, battendo la campagna, aveano confinato i Cesariani entro le fortezze; finchè il dittatore, venutovi in persona, gli affrontò nel piano di Munda presso Còrdova (45 — marzo). I così detti repubblicani con disperata risoluzione avventandosi, sulle prime ebbero tale vantaggio, che Cesare fu sul punto d'uccidersi; ma ripreso coraggio, gridando a' soldati suoi, — Non vi vergognate d'abbandonare il vostro capitano a codesti ragazzi?» precipitossi fra i combattenti, e rintegrata la pugna, e combattuto dal levare al tramonto del sole, riuscì vincitore, uccidendo trentamila nemici e tremila cavalieri. Gneo Pompeo fu morto, e la sua flotta distrutta; Sesto, suo fratello minore, andò a nascondersi fra i Celtiberi: e Cesare ebbe finita in sette mesi una guerra difficilissima.

Venne accolto a Roma con onori che rendeva abjetti il mancare d'ogni misura; quaranta giorni di ringraziamento agli Dei; egli acclamato dittatore perpetuo, unico censore, tribuno; cresciuti a settantadue i ventiquattro littori di sua guardia, dichiarata sacra la sua persona; nelle assemblee dica pel primo il suo parere; agli spettacoli gli si prepari una sedia curule, che deva rimanere anche dopo la sua morte; non si comincino le corse del circo finchè egli non dia il segnale; quattro cavalli bianchi conducano il suo cocchio, come quello di Camillo vincitore dei Galli; si chiami giulio il mese in cui nacque; accanto a Giove sorga la statua di lui, poggiante sul globo della terra, coll'epigrafe A Cesare semidio.

I grandi onori spesso rivelano grandi paure; a mitigar le quali, Cesare proclamò non rinnoverebbe le stragi di Mario e Silla: — Così avessi potuto non una stilla versare di sangue cittadino! Ora, domi i nemici, deporrò la spada, intento a guadagnare colle buone coloro che persistono a odiarmi. Serberò gli eserciti non tanto per difesa mia, quanto per la repubblica; a mantenerli basteranno le ricchezze che d'Africa portai; anzi con queste potrò dare ogn'anno al popolo ducentomila misure di frumento e tre milioni di misure d'olio».

I padri e il popolo rassicurati gli decretarono quattro trionfi nel mese stesso, de' Galli, dell'Egitto, di Farnace, di Giuba. Nel primo si ostentarono i nomi di trecento popoli e ottocento città, ed essendosi spezzato l'asse del suo carro trionfale, fece venire quaranta elefanti, carichi di lanterne di cristallo che illuminarono la ritardata processione. Al tempio del Campidoglio salì a ginocchi, e vedendo la statua erettagli accanto a Giove, volle abraso il titolo di semidio. Non meno pomposi furono i tre seguenti trionfi; ma nell'ultimo spiacque il veder figurare le statue di Scipione, Catone e Petrejo. Sessantacinquemila talenti (360 milioni) si valutarono i vasi d'oro e d'argento allora portati, oltre duemila ottocentoventidue corone donate dalle varie città, pesanti ventimila libbre, cioè del valore di due milioni e mezzo; col cui ritratto pagò e donò lautamente. Come ogni vincitore di rivoluzione, dovea riconoscere due sovrani, il popolo e i soldati. Questi tenne nei limiti, e li distribuì fra le popolazioni, ma soltanto su terre abbandonate, affine di mescolarli coi borghesi, dando inoltre ventimila sesterzj a ciascun soldato, il doppio a ciascun centurione e cavaliere. Ogni cittadino ebbe dieci misure di grano, dieci libbre d'olio e quattrocento sesterzj: e ventiduemila tavole da tre letti accolsero centonovantottomila convitati a bere il vino di Scio e di Falerno, e gustare ogni squisitezza.