Nelle feste Lupercali, tramandate dall'antico Lazio, i giovani patrizi e alcuni magistrati correano seminudi per la città, battendo con coregge chiunque scontrassero; e le dame ambivano que' colpi, credendo agevolassero i parti. Mentre una volta Cesare vi assisteva, Marc'Antonio affocato dalla corsa gli si gettò ai piedi, offrendogli un diadema intrecciato coll'alloro. Alcuni, forse ad arte disposti, applaudirono: ma quando Cesare fece atto di ricusare quella regia insegna, la moltitudine proruppe in esultante approvazione, e più quando disse: — Re de' Romani non può esser che Giove; a quello si rechi la corona in Campidoglio». Il domani, tutte le statue di Cesare si trovarono inghirlandate di fiori: ma Flavio e Marcello tribuni del popolo ne li tolsero, e punirono quelli che aveano applaudito all'atto di Antonio. Cesare indispettito li cassò della carica.
Abbia egli dunque il potere più assoluto, ma non il nome di re. Sprezzando que' senatori, o inabili custodi del passato, o ciurma nuova da lui introdotta, faceva egli stesso i decreti e li firmava co' nomi de' primarj, senza tampoco consultarli[166]. Un giorno che i magistrati curuli vennero ad annunziargli non so che nuovo onore e privilegio decretatogli, egli nè tampoco si levò da sedere: il qual segno di sprezzo ferì più che non l'oppressione. I Romani all'antica si lagnavano di vedersi sminuita la dignità personale, l'importanza politica, tutti i fregi della vita[167]: Cicerone gemeva che, mentre dianzi stava al timone, allora si trovasse confinato nella sentina, e di non ottenere una mezza libertà se non eclissandosi e tacendo[168]. Non meno poi de' nemici a Cesare contrariavano gli amici, di cui avea deluse le ingorde aspettative, o frenata l'irrequietudine facinorosa coll'impedire che facessero da tirannelli e col garantire le proprietà, che allora soltanto poterono dirsi assicurate ai possessori. E nella storia degli affetti umani merita osservazione che il debole Pompeo eccitò passionata devozione in molti, in Bruto, in Catone, in Cicerone stesso; mentre Cesare non era amato nè tampoco da quelli che tutto faceano per lui, a lui tutto doveano. Ma egli metteva il freno a due tirannie, la passata degli oligarchi e la futura dell'impero: e l'uomo della resistenza strappa l'ammirazione riflessiva, non l'entusiasmo di chi presta fede alle panacee politiche.
Cajo Cassio Longino dalla fanciullezza aborriva la tirannide a segno, che udendo Fausto figlio di Silla vantarsi dell'illimitata potenza di suo padre, lo prese a schiaffi; e chiamato dai parenti di quello, non che fare scusa, protestò gliene darebbe di nuovi se osasse ripetere simili discorsi. Contro Cesare pigliò particolare nimicizia perchè gli avesse preferito Bruto nella pretura, e tolti alcuni leoni con cui volea farsi ben volere dal popolo. Dal privato rancore infervorata la naturale ambizione, se l'intese con altri scontenti, ed ebbero l'abilità di coprire le loro macchinazioni coll'autorevole nome di Marco Giunio Bruto.
Questo giovane era contato fra' più bei dicitori; scriveva latino e greco con una concisa purezza, che poco aggeniava a Cicerone, il quale di rimpatto pareva prolisso e snervato a Bruto; di belle lettere, di storia, massime di filosofia sapeva quel che n'era; allevato nelle massime platoniche, per secondare suo zio Catone piegò alle stoiche, donde apprese a indurirsi a sacrifizj e a violente abnegazioni. Pompeo gli uccise il padre; ed egli, per non parerne sviato da ira personale, abbracciò la causa di esso; vero è che fu l'ultimo a raggiungere e il primo ad abbandonare il vessillo repubblicano, e dopo Farsaglia cercò ricovero nel campo nemico. Cesare che, per la lunga dimestichezza avuta con Servilia madre di lui, lo riguardava quasi proprio figliuolo[169], esultò di vederlo salvo; e non che perdonargli, gli affidò l'importantissimo governo della Gallia Cisalpina, ove meritò dai Milanesi una statua. Passionato degli studj, non seppe per essi distogliersi dalle agitazioni politiche; ma nè queste nè quelli il faceano trascurato degli interessi, giacchè ne' governi lavorò forte d'usura. Pure tutti i partiti lo desideravano, e più dacchè erano periti i capi raccomandabili; e se il vincitore lo blandiva, i vinti rammentavano che, al dire del genealogista Pomponio Attico, discendeva da quell'antico Bruto, la cui statua sorgeva fra quelle dei re in Campidoglio; e fatto genero di Catone, voleva imitarlo per austerità di costumi e inflessibilità di principj, talchè Cesare soleva dire: — Molto importa che cosa voglia costui; tempra d'acciajo, checchè vuole, e' lo vuol fortemente»[170].
In realtà egli era più orgoglioso che robusto, e i nemici del dittatore indovinando da qual lato bisognasse pigliarlo, gli fecero intravvedere che, tenendo con Cesare oppressore della patria e usurpatore, parrebbe anteporre l'affetto privato alla libertà comune, un uomo alla pubblica cosa; e scrivevano talvolta sulla porta di lui, — Vivesse oggi un Bruto! Tu Bruto non sei. — Bruto, dormi?» Cassio, suo cognato, pallido d'invidia e di stravizzi, conosciuto per abile e valoroso, forse autore di questi motti, gli ripeteva qual fosse obbrobrio il tollerare la servitù della patria, e che, mentre il popolo agli altri pretori chiedeva spettacoli, da lui aspettava d'esser redento dal tiranno. Così passo passo lo condusse al punto dove potè svelargli che erasi ordita una congiura; sicchè avviluppato e sospinto, vi accettò il primo posto, col suo illustre nome vi trasse altri di case primarie, e furono sessantatre, o nemici antichi di Cesare per sentimento repubblicano, o nemici nuovi perchè da lui beneficati e non satollati. Porcia, figlia di Catone e moglie di Bruto, accortasi che qualche cosa bolliva nell'animo del marito, si fece alla coscia una profonda ferita, e col mostrare così di saper reggere al tormento, non indegna di tal padre e di tal consorte, meritò d'esser fatta partecipe della congiura.
I Romani superstiziosi notarono una serie di prodigi che precedettero la morte di Cesare, al quale scoppiavano da ogni parte indizj della trama; ma o non vi credeva, o non si spaventava, solendo dire, — Meglio è subir la morte una volta, che temerla sempre». Nel fatal giorno, alla moglie Calpurnia che, sbigottita da sogni sanguinosi, volea trattenerlo, non badò; incontrato l'astrologo che gli avea intimato di guardarsi dagli idi di marzo, gli disse — Ebbene, gli idi son giunti», e quegli — Giunti, ma non passati». Entrò nel senato (44 — 15 marzo), raccolto quel giorno nel portico di Pompeo; i congiurati se gli accostarono in apparenza di chiedergli un nuovo atto di clemenza, e lo assalirono coi pugnali. Si difese egli, ma come vide tra essi Bruto, esclamò: — Anche tu, figliuol mio?» s'avvolse alla testa la toga, e trafitto da venti colpi, spirò a' piedi della statua di Pompeo.
CAPITOLO XXVIII. Italia alla morte di Cesare.
Patria per gli antichi equivaleva a quel che per noi ragion di Stato. Sparta la irrigidì fin a togliere la libertà individuale; Atene precipitò la democrazia nell'anarchia; Roma seppe contemperare un sistema coll'altro. Fondamento del primitivo diritto romano era la superiorità d'una stirpe sull'altra, e di Roma su tutti i popoli: ma la tirannica inflessibilità della parola patrizia erasi piegata innanzi all'editto pretorio, la curia innanzi alla tribù. Da che i plebei si furono alzati fino a tor via l'originaria distinzione tra gli individui, mancava il titolo di conservarla fra le nazioni. Di fatto nella guerra Sociale i diritti della metropoli furono estesi a provincie italiane remote; e ciò non parve sacrilegio nè tampoco ai patrizj, sicchè svanendo i pregiudizi di località, guardavasi con occhio eguale non tutto l'impero, bensì coloro che in tutto l'impero fossero privilegiati come cittadini. Questo accomunarsi della cittadinanza scalzava la prisca costituzione, affatto municipale, che ragioni d'esistere più non trovava nei costumi e nelle opinioni presenti; e mentre il senato persisteva a considerare il governo del mondo come privilegio de' conquistatori, o di chi essi v'avessero aggregato, nell'universale si diffondeva la persuasione che di un sentimento unico, di un'unica volontà fosse mestieri affine di governare dal centro questo corpo, sempre più smisurato.
Il graduale procedere verso il pareggiamento delle stirpi era stato sovvertito dalla rivoluzione di Silla, che scompigliò le proprietà, sostituì la forza alla legge, l'inebbriamento d'un partito all'universale subordinatone; e ne furono solleticati tutti i desiderj, tutte le ambizioni, perocchè al crollare d'una potenza morale, vilipesi i concetti antichi, le fantasie concitate tutto attendono da un avvenire indeterminato. Mal agiato del presente, desideroso d'un meglio di cui non avea che un sentimento vago, il popolo cercava uno di quei capi, i quali nell'oscillazione pubblica riescono perchè possedono idee decise ed azione risoluta; voleva un eroe che gli strappasse l'ammirazione, che lo traesse nel suo vortice; e lo accettava con quella morale apatia che, dopo le rivoluzioni, fa incarnare tutte le aspirazioni in un uomo, qualunque esso sia. Mario e Silla gli si imposero colla forza, ma durarono appena una generazione. Pompeo, incapace d'aprirsi orizzonti nuovi, abbagliò un istante, come tutti cotesti feticci da piazza e da giornali che il vulgo oggi incensa, domani sfrantuma, e, per non confessare d'essersi ingannato, gli accusa d'averlo deluso. Catilina, Sertorio, Spartaco grandeggiarono alla lor volta, ma non li coronò quella riuscita che fa il ribelle intitolar eroe. Perfin Cicerone destò un momentaneo entusiasmo, ma gli mancava quella posata intelligenza che si richiede a menar innanzi il popolo. Molti altri venivano a galla valorosi capitani, abili amministratori; ma incapaci d'intendere, di arrestare, o di guidare la rivoluzione sillana, non sapeano che lodare lo stato antico, che ritorcere gli occhi verso i Romoli e i Camilli; mentre gli spiriti, disingannati d'uno sterile passato, agognavano a un promettente avvenire.
L'avventuriero più abile d'oggidì, colla felicità che caratterizza gli scritti suoi come i suoi fatti, ha detto: — Camminate contro le idee del vostro secolo, esse vi abbattono; camminate dietro a loro, esse vi trascinano; camminate alla loro testa, vi secondano e sorreggono». Così era accaduto; e prostrato Catone, trucidato Pompeo, riconoscevasi come l'uomo del tempo Giulio Cesare: e, chi accuserà di stoltezza il popolo romano, se oggi stesso l'occhio spassionato riscontra in lui virtù che lo sceverano a pezza dagli anteriori e dai contemporanei, e lo additano il solo valevole a riconciliare in politica unità la plebe e i patrizj, i vincitori e i vinti, i nuovi ricchi e gli antichi, e dare una nuova costituzione alla repubblica? L'esito chiarì come il cadere di questa nel governo di un solo fosse inevitabile; ma i congiurati, secondo è stile degli utopisti, s'affissarono all'idea non alla possibilità, al momento non all'avvenire, e pretesero ristabilire quella costituzione aristocratica ed esclusiva, per la quale troppo eransi cambiate le condizioni. Statilio, interrogato qual gli paresse men male, sopportar un tiranno o liberarsene colla sommossa e la guerra civile, avea risposto: — Preferisco la pazienza». Ma anche senza di ciò, avrebbero essi potuto leggere la condanna della repubblica nello smisurato depravamento delle classi privilegiate.