Conseguenza della servitù domestica era la prostituzione. La schiava era forse signora del suo corpo? oltrechè bramava o il favore dei padroni, o di farsi un peculio onde acquistare la libertà. Acquistatala, si trovava in miseria, avvezza alle blandizie signorili, e già malavviata dall'obbedienza o dalla speculazione; sicchè usufruttava i suoi vezzi, e l'abilità nel canto e nel suono. Così aprivasi un altro gorgo alle fortune dei figli di famiglia[201], ed alle spoglie che i soldati recavano dalle vinte nazioni. Nè si dica che solo il cristianesimo affisse merito alla castità, e che noi serviamo ai pregiudizj d'oggi nel farne colpa agl'idolatri. Conoscevano anch'essi il merito della virtù femminile, ma la esigevano soltanto dalle matrone; nè que' ritegni chiedeano alle liberte[202], le quali anzi diedero nome al libertinaggio.
Coteste non erano squisitamente colte come le eterie greche, ma assai più delle matrone; destinandosi queste a generare eroi, esse a dilettarli. La maggior parte erano nate schiave, e per la bellezza prescelte, salvandole dai lavori faticosi e degradanti. Educavansi all'arte di piacere col ballo, col canto, colla letteratura; tante cure adoprandovi, quante oggi a fare una grande cantatrice. Compagnie d'imprenditori profondevano somme per allevare una di codeste, la quale riuscendo poteva rifare al decuplo della spesa, ed esser fatta liberta da un amante, che alle voluttà voleva aggiungere quella di saper ch'ella poteva negarglisi.
Sotto i portici, le matrone rinvolte nella stola, coperte della palla, velate il capo, passavano cinte da custodi e servi che allontanassero la folla; i littori che facean largo dinanzi al console, non poteano rimoverle; il marito che seco le avesse nel carro, era come in un asilo. Sulla via Appia, il corso d'allora, procedeano lentamente in lettighe scoperte, accanto alle quali giovani schiavi con flambelle di pavone agitavano l'aria e cacciavano gl'insetti. La cortigiana invece, distinta per abito più corto, pompeggiava di manti sfarzosi, variati in mille guise e mille nomi; e procedendo con quello andar rotto che ne rivela le arti, lasciava dall'ondeggiante tunica indovinar le bellezze recondite; la vecchia sua seguace traevasi da banda all'accostarsi di giovani effeminati, in toga elegante e carichi di anelli e stillanti profumi, e colla faccia ornata di mosche. Talora guidava essa medesima i cavalli a gran corsa, e dietrole i vaghi, che pareva menasse in trionfo. Aveano un prediletto (vir), cui doveano ingannare per darsi ad altri amanti; rilasciavano obblighi di fedeltà per un tempo determinato, ai quali se mancassero poteano esser citate ai tribunali disciplinari[203]. Neppure ad uomini assennati recava scredito il frequentare la loro conversazione[204], impiacevolita da quel raffinamento che le oneste non poteano acquistare dai circoli domestici: anzi i misteri religiosi attribuivano ad esse una specie di consacrazione.
Nojati di lor famiglia, dei tumulti civili e dell'incertezza del domani, gli uomini cercavano distrazione in voluttà febbrili, meglio che nella calma del focolare, presso una moglie ch'era stata d'altri, e d'altri potea diventare domani: che anzi, le romane matrone proteggeano le meretrici, e teneansi in casa quelle che corrompevano i loro mariti e la prole[205]. Eppure l'esistenza d'una classe intera destinata alla voluttà non toglieva depravazioni più sordide cogli schiavi, indi anche tra liberi[206].
Il celibe poi esercitava una specie di principato[207] sopra un'altra genia, scomparsa dalle età moderne, gli uccellatori di testamenti. Qual era viltà cui non scendessero costoro per amicarsi il vecchiardo? dir sempre sì, secondarne le fantasticherie, lodarlo fin di bellezza, applaudire alle sue bambolaggini, strigliarne i nemici, sacrificargli la moglie, supplicar gli Dei in palese per la salute sua, in segreto per la sua morte. Che meraviglia se nojava il matrimonio, benchè così agevole a gettarsi dal collo? e il celibato vizioso era piaga cui i legislatori tentarono invano rimedj.
Eppure fra i pesi del matrimonio non contavasi l'allevamento de' figliuoli, giacchè con facilità e con impudenza si esponevano, e a tal uopo venivano tessuti apposta certi panieri di vimini (corbem supponendo puero); e comune intreccio delle commedie è il riconoscimento d'un trovatello. Terenzio, l'amico dei colti Scipioni, faceva da un padre dire alla moglie, nello scoprir una loro figlia gettata vent'anni prima: — Se tu avessi fatto a modo mio, bisognava ucciderla, non finger una morte che le lasciava la speranza di vivere». Tanto lassi erano i vincoli domestici, il che appare anche dalla facilità delle adozioni; e restiamo stupiti quando all'amico suo Cicerone scrive: — M'è morto il padre ai 24 di novembre. Guarda se puoi trovarmi arredi da ginnasio pel luogo che ben conosci. Del mio Tusculano mi piacio per modo, che non posso aver bene prima d'arrivarvi»[208].
Nelle arringhe di esso Cicerone, più che la corruttela ci colpiscono la sfacciataggine onde è recata quasi in trionfo, e la lunga impunità. Sono suocere che amoreggiano il genero e avvelenano le figlie; sono parenti che si sbrigano dei coeredi col farli od uccidere o condannare[209]; comuni gli amori incestuosi e contro natura; comunissima la prevaricazione de' giudici, l'infedeltà de' magistrati. Rivelata che abbia, ed eloquentemente svolta questa lunghissima tela di turpitudini, Cicerone deve ancora insistere perchè i giudici prendano ardimento a punirle. Difende egli un giovane accusato di ree pratiche con Clodio? Anzichè negare il fatto, lo mostra scusabile; la severità de' costumi essere stata forse dicevole ai Camilli, ai Fabrizj, ai Curj; oggi appena leggersi nei libri, essendo invecchiate fin le carte dov'era descritta. — Omai (soggiunge) coloro che predicano di camminar dritto alla lode con fatica, sono lasciati soli nelle scuole. Abbandonando la via deserta e spinosa, si conceda alcuna cosa all'età, sia più libera l'adolescenza, non tutto si neghi alla voluttà; la vera e diritta ragione non prevalga sempre, ma si lasci alcuna volta superare dalla passione e dal diletto, purchè serbi moderazione; e la gioventù quando siasi piegata alla voluttà, ed abbia dato alcun tempo ai sollazzi dell'età e a queste vane cupidini dell'adolescenza, torni alla domestica azienda, al fôro, alla repubblica, onde appaja che, quel che prima non avea ponderato colla ragione, l'abbia respinto per sazietà, disprezzato per esperienza»[210].
Se così largo era il precetto, quanto non si dovea trascendere nell'applicarlo? Di grossolano costume e di sprezzo dell'opinione ci rimangono testimonj alcune indecorose invettive, come di Sallustio contro Tullio, e di questo contro Calpurnio Pisone. Eppure Tullio vantavasi conosciuto per modestia e temperanza di discorso[211].
Con una costituzione caduta d'opportunità, colle proprietà scompigliate, colla famiglia sconnessa, colla opinione storta o non curata, poteva più conservarsi quel vivere in repubblica che suppone dominante la virtù? era a sperare che gente sì fatta accettasse temperamenti agrarj, o potesse rigenerarsi alle austerità repubblicane? o forse ve li avviavano l'educazione letteraria, la religione, la filosofia?
La coltura greca valse da principio a dirozzare i Romani, e vuolsi saperne grado agli Emilj ed agli Scipioni: ma l'indole romana ripigliava il sopravvento, e l'abitudine dei campi viziava gl'insegnamenti della scuola; sicchè dalla bella letteratura non si domandavano che nuovi stimoli all'appetito; alla politica di Polibio o alla morale di Panezio ponevasi mente sol per la felice esposizione; e più che le semplici e tranquille soddisfazioni del vero studioso, si andava in Grecia a raffinarsi nella corruttela, a suggere il peggio della filosofia epicurea, cioè impararvi a sprezzare gli Dei, negare la Provvidenza, godere il più che si potesse, conforme l'esempio di quelle genti che dell'umiliazione nazionale si stordivano colle voluttà, si vendicavano coll'astuzia.