Perchè i due poteri dello Stato si bilanciassero, sarebbe bisognato che ciascuno si reggesse entro i limiti proprj, cioè osservasse la legge, sagrificando l'interesse privato al generale. Ma per conseguire ciò voglionsi o virtù grande o evidenza di vantaggi; mentre qui il rapido arricchire degli uni colle conquiste, l'impoverire degli altri in grazia del lavoro servile facea concorrere e aristocrazia e democrazia alla distruzione comune. Gli autori antichi riversano ogni colpa sul popolo, i moderni sui grandi, e va ascritta a tutti. Quello, cernito da cento nazioni soggiogate, che passione doveva prendere per questa Roma che era stata jeri sua tiranna? I grandi s'erano appassionati dei Greci, adottandone i costumi, le credenze, la letteratura; e l'orgoglio che facea respingere un uomo nuovo d'Arpino o di Venosa, accoglieva all'amicizia il liberto, purchè greco. I cavalieri, appaltatori del fisco, tenendo relazioni lontanissime, poteano divenire ospiti di retori e sofisti e storici, accorrenti a Roma per ottenervi una specie di culto; e costoro non potevano insinuare il patriotismo romano, la stima delle virtù avite, bensì quell'indifferenza per la cosa pubblica, che Cicerone rimprovera sì spesso agli ottimati.

I grandi ambivano impieghi, toccava ai poveri il darli: che cosa aspettarsene se non corruzione e venalità? Il tempo della candidatura era una specie di fiera popolare, dove le toghe si inchinavano al sajo popolare. Allora si facea l'amico con tutti, si davano pranzi, si pagava l'entrata agli spettacoli per intere tribù, si carezzavano i Ciciruacchio del quartiere, si faceano moine allo schiavo prediletto o al liberto d'un personaggio influente; non si trascurava il capo d'un municipio, il priore d'una confraternita di arti; si sapeva a memoria la carta d'Italia, se ne faceva il giro, si parlava a ciascuno di quei che oggi chiamiamo interessi di campanile; si metteano in moto le donne; la mattina, gran cura di vedere il vestibolo pieno di clienti, e numerarli, e informarsi di quelli che mancassero, e trarseli dietro al Campo Marzio, e quivi far inchini, stringer mani, salutare tutti a nome, secondo suggerisse uno schiavo mnemonico.

Ormai sfacciatamente nel mezzo del fôro si piantavano banchi ove contrattare i suffragi; e i candidati se gli accaparravano non col far conoscere le virtù o i sentimenti proprj, ma col promettere più denari, o maggiori distribuzioni di grano, o splendidi giuochi. Durante i comizj, rincariva l'interesse del denaro fin al doppio. Pompeo comprò il consolato per Afranio: i senatori si tassarono per comprarlo a Bibulo[250]. Che non fece Catone per reprimere la corruttibilità de' ragionieri del tesoro, i quali si valeano della loro pratica e della noncuranza de' giovani questori per istornare il denaro pubblico? ne cacciò e processò alcuni; ma in uno di tali processi gli si oppose Lutazio Catulo, conservatore severo e allora censore, e andò mendicando l'assoluzione dell'incolpato, fin a indurre il questore Lollio, allora malato, a farsi portare in lettiga al tribunale per votarvi in pro. Arrivò che la votazione era già compita, ma i giudici vollero contarlo egualmente, e il prevenuto fu assolto.

Memmio deferì al senato una convenzione fatta da lui e dal competitore Domizio coi consoli, ove questi obbligavansi a favorirli nel domandare il consolato, ed essi a fare attribuir loro le provincie che ambivano; depositavano quattrocentomila sesterzj, che andrebbero perduti se non trovassero tre auguri i quali dichiarassero d'essere stati presenti quando il popolo fece la legge curiata, sebbene mai non fosse stata proposta; e due consolari i quali attestassero d'avere assistito alla soscrizione del decreto che assegnava le provincie ad essi consoli, sebbene l'affare non si fosse tampoco riferito in senato[251]. Tanti ribaldi in un contratto solo! Spesso con minori complicazioni la spada del centurione ordinava di eleggere, o il coltello di Milone, di Clodio, di Dolabella determinava le scelte o toglieva di mezzo i competitori. E quest'irruzione de' soldati o de' bravacci ne' comizj fu la conseguenza delle guerre lunghe, e il colpo di grazia alla libertà.

Ma la libertà chi la godeva in Italia? Forse gli schiavi che, in numero di cento per ogni uom libero, affamavano sulla gleba, irrigata del loro sudore? forse i clienti servili al patrono? forse i debitori, che poteano per legge esser fatti a pezzi, e per pietà sepolti nelle prigioni? Fra' cittadini stessi di pieno diritto, il padre è despoto sulla vita della moglie e de' figli, che espone o che manda all'incanto se la cupidigia o le passioni sue lo vogliono. Il padrone trovavasi un nemico, una spia in ogni schiavo, che poteva o trucidarlo, o andare a denunziarlo ai giudici. I tribuni eccedono in prepotenze da tiranni, scomunicano chiunque gli offende, dirupano dalla Tarpea un senatore che attraversa qualche lor atto. I censori frugano ne' penetrali domestici, e appongon note, di cui solo i senatori possono chiedere il motivo.

Tale era la libertà de' cittadini perfetti: che dir poi delle tante gradazioni inferiori? e quale affetto portare a leggi, la cui protezione non assicurava nè la vita nè l'avere a chi non fosse capace di tutelarli da sè o per mezzo d'amici? Secondo Cicerone, Sassia, a cui era stato ucciso il marito, per iscoprire i rei fa porre al martôro i servi (tormentis omnibus vehementissimis quæritur); e poichè asseriscono di non saper nulla, per quel giorno gli amici, al cui cospetto si teneva questa domestica investigazione, opinano di desistere. Dopo qualche intervallo si rimettono alla corda, nulla vis tormentorum acerrimorum prætermittur, tanto che l'aguzzino ne riesce spossato, e gli astanti dichiarano che sono a sufficienza[252]. È vero che non si trattava d'uomini, ma di schiavi.

E in generale i giudici non si limitavano ad accertare il senso delle leggi ed applicarle ai casi particolari, ma si consideravano padroni della vita e dell'onore dell'imputato. Pertanto il reo ed i suoi amici compajono in abito di duolo, stringendo la mano dell'uno e dell'altro; è dovere d'amicizia e pietà di parentela il venire corporazioni intere, interi municipj a sostenere del loro voto un accusato: se pur questo non avrà denari quanti bastino a comprare i giudici, giacchè in proverbio correva, non potersi condannare una buona borsa. L'oratore non s'industrierà tanto a mostrare l'innocenza del suo cliente, quanto a chiarirne i meriti antecedenti, e commovere i giudici a favor di lui, della sua famiglia, de' figlioletti che in bruna veste girano supplicando[253].

Eppure quello stesso che maggior gloria trasse dal fôro, e che in qualche accesso di vanità esclamava, — Cedano le armi alla toga», era costretto confessare che l'eloquenza e le magistrature doveano chinarsi alla forza; la forza, idolo e ragione di Roma. — Questa (diceva egli), al popolo nostro eterna gloria produsse; questa gli sottomise il mondo; questa è il più sicuro modo d'ottenere il consolato»[254].

Lo sentivano gli ambiziosi, e aspiravano a farsi ragione col tumulto e colla sommossa. Quante rivolte in quest'ultimo periodo! Triumviri e dittatori danno il diritto, anzi l'obbligo a ciascun cittadino d'uccidere i proscritti, cioè legalizzano l'assassinio: per contenere la folla irritata o i compri bravacci, conviene postare soldati attorno al fôro od alla curia: l'opposizione stessa dei tribuni non tutela più il popolo colla sola parola sacra, ma Apulejo Saturnino rimove Memmio dal consolato coll'ucciderlo, indi con un branco di ribaldi rifugge al Campidoglio; chiamato a scolparsi civilmente nella curia, è ucciso a sassi egli ed i suoi compagni, e a ludibrio strascinati per la città[255]. Publio Cornelio Silla, parente del dittatore, è accusato di due congiure. Antonio imputato di ambito, con una masnada di disertori e gladiatori sperde i giudici, e si salva[256]. Come avvenisse il richiamo di Cicerone lo vedemmo; e durante tutto quel tempo i privati furono protetti non dalla legge ma dalle pareti, le case de' magistrati cerche con ferro e fuoco, infranti i fasci de' consoli, incendiati i tempj, feriti i tribuni della plebe. Clodio stesso, nel bel mezzo del fôro, è inseguito a spada nuda da Marc'Antonio, il quale fin nel tempio dove si raccoglieva il senato, menava una turba di satelliti, gli uni colle armi in pugno, gli altri portando lettighe piene di scudi e di stocchi, lesti alla prima occorrenza. E queste scene ogni tratto si rinnovavano; e restando esse impunite per la forza de' rei, gli avvocati pretendevano che tanto meno fossero castigate le colpe minori[257]. E bene esclamava Cicerone che, non per alcun caso, ma pei vizj proprj la repubblica era perita: il solo nome ne sopravivea[258].

Era però stata sempre meravigliosa la disciplina dei Romani, appena si mettessero in campo. Bando allora a dissensioni e partiti; i Coriolani e gli Emilj, esecrati nel fôro, venivano ciecamente obbediti da che avevano ottenuto il giuramento militare. Nelle guerre civili i capitani, ancor più avidi di potenza che di gloria, posero l'animo a conciliarsi le legioni, a farle amare il campo più che la patria, più la grandezza del generale che la libertà de' cittadini. Silla fu il primo, per vaghezza di comando, a carezzare la soldatesca, e per forza di questa ottenere ciò che un tempo dai voti dei cittadini s'impetrava. Allora l'esercito, disgiunto dal senato e dal popolo, costituì una terza potenza, che dava la vittoria a quella a cui s'accostasse, alla democrazia con Mario, ai nobili con Silla: Crasso, Pompeo, Cesare aveano abituato l'esercito a credersi il tutto della repubblica, operare a malgrado e contro di questa; Crasso guerreggiò i Parti, Cesare i Galli senza decreto del senato o del popolo; Gabinio, ad onta di questo, andò a ripristinare Tolomeo colle armi, eppure domandò il trionfo; i triumviri si valsero delle forze della repubblica a combattere per la propria ambizione. Cesare assale Roma colle armi vincitrici della Gallia, Pompeo la difende coi vincitori dell'Asia; e dopo che il primo restò superiore, ogni preminenza dovette omai essere appoggiata alle armi, e nella costituzione romana non rimasero più che due poteri, vulgo e soldati.