Il dibattimento fu agitato in prima ne' comizj, perorando e chiedendo leggi e poderi. Rinvigorita la podestà tribunizia per opera dei Gracchi, si ruppe in aperta guerra con Mario, valoroso non meno che invido dei nobili. I Socj Italici da lui ripartiti fra le trentacinque tribù, col numero avrebbero tolto la mano ai cittadini originarj: ma il senato, sostenuto dal crudele quanto abile Silla, li confinò nelle sole otto tribù, il cui voto di rado o non mai occorreva raccogliere. Colle guerre civili e colle proscrizioni Silla ripristina la preponderanza del genio patrizio; e appoggiato ad una aristocrazia vigorosa, consenziente, e munita delle forme legali, elimina le pretensioni italiche; rassoda il potere del senato, introduce soldati mercenarj, e spartisce a costoro, non l'agro pubblico, ma i beni tolti ai proscritti. Quindi malcontento dell'Italia e delle provincie, alle quali appoggiandosi Sertorio, Lepido, Catilina, contrastano alla parte sillana. Questa riprospera sotto Pompeo; ma costui, oscillante nel pericolo, nell'ambizione, nella crudeltà, è eclissato da Cesare, il quale guida francamente la plebe ad acquistare la proprietà, i Barbari ad acquistare l'eguaglianza di diritto. Il coltello de' senatori non gli lasciò tempo di dar compimento e regola a tale progresso; la plebe perdette le libertà politiche, e non si assicurò il pane; la società fu dilatata, ma, piantandosi ancora tutte le istituzioni sopra il patriotismo esclusivo, non raggiunse l'eguaglianza. Al cadere di Cesare rinfocano le sopite dissensioni; il favore del senato per gli uccisori suoi è l'estremo sforzo del patriziato antico: ma Antonio ed Augusto disputantisi la successione di Cesare, si dan mano nell'intento comune di spegnere l'aristocrazia. A Filippi e ad Utica soccombono gli ultimi Romani, cioè quelli che il privilegio, il diritto storico, il senato patrizio fiancheggiavano contro il diritto umanitario, l'eguaglianza delle leggi, l'ampliazione della società. La democrazia trionfante combatte ancora un tratto, ma solamente per conoscere a chi deva obbedire, e per fare che, al posto dei tanti tiranni, un solo sottentri, il quale concentri in sè l'autorità, piena perchè conferitagli dal popolo e come rappresentante di questo.

Non dunque per amore e per concordia era proceduta la nazione al suo meglio, ma per antagonismo. Patrizj e plebei ci si presentano in Roma non più come due genti separate al modo d'altri popoli, ma come due parzialità politiche, le quali disputansi la preponderanza nel fôro e nello Stato. I plebei si tramandano da generazione a generazione l'assunto di acquistare la partecipazione dei diritti e di comunicarla a tutta Italia, poi a tutto l'impero; i patrizj, indi i ricchi s'affaticano a negarla: quelli s'incamminano al progresso, gli altri ghermisconsi al passato e difendono il regno della violenza e della conquista.

Il progresso, com'è sua legge, prevale agli ostacoli, e seco li trascina; dilata le barriere entro cui o le famiglie, o le città, o le nazioni sostengono i loro privilegi a scapito degli altri: le istituzioni aristocratiche s'inchinano più sempre alla democrazia: si estende il dogma dell'eguaglianza davanti alla legge: fuori d'Italia, intere regioni diventano cittadine di Roma, la quale sparge dappertutto il comando e il diritto, in modo da lasciarvene indelebile l'impronta, e spegne l'egoismo delle nazioni soggiogate per far trionfare il suo, ch'ella stessa però svigorisce coll'ampliarlo di troppo.

In tal modo la conquista, ch'era un esercizio per la plebe, uno stromento di dominazione pei nobili, dalla Provvidenza è ridotta a un mezzo di unità, agevola l'affratellamento, e per un istante sospende la nimistà fra i popoli; e Roma, più non trovandosi attorno ove esercitarlo, rassegna il ferro ad Augusto, il quale stendendo il potere egualmente sul patriziato e sulla plebe, sui vincitori e sui vinti, fa cessare il contrasto, ed accomuna i diritti. Ma quella non era che unità violenta, materiale, momentanea; e crudele ironia il nome di pace gittato da Augusto ai popoli, non più capaci di resistere: e mentre questi preparano fuori una tremenda riscossa, dentro continua un conflitto, più vivo quantunque meno avvertito, quello delle credenze. In filosofia, in politica, in religione non v'ha un punto in cui generalmente si consenta; il vulgo ignora quel che deve operare e patire; il dotto vacilla fra le attrattive d'un piacere presente, e gl'impacci d'un dovere mal determinato; i più non pensano che a goder la vita, e gettarla appena riesce di peso.

Di qui l'immensa corruttela del secolo, che gl'idolatri della forma intitolano d'oro. Augusto, incapace di fare una rivoluzione, abilissimo a profittare d'una fatta, veniva in momento opportunissimo a pacificatore. Roma sentivasi sfinita da vent'anni di guerra civile e da quindici di anarchia; i montanari scesi a masnade infestavano, le vie, e traevano schiavo il passeggero; la città in balìa di scherani; il senato accozzaglia di mille persone senza dignità nè fede, che bisognava far frugare perchè non venissero con coltelli nella curia; impoveriti i cavalieri a segno che, per paura de' creditori, non osavano collocarsi ne' seggi distinti agli spettacoli; affamata la plebe, tutte le magistrature confuse, le leggi calpeste, l'Italia inselvatichita, le provincie smunte[285]. Da gran tempo nessun uomo di qualità finiva di natural morte; ognuno consegnava al liberto uno stilo perchè l'uccidesse alla prima richiesta, o portava a lato un sottilissimo veleno. Chi poteva contare sul domani? chi sui campi suoi, sugli schiavi? uscendo attorniato da clienti, poteva imbattersi in un ribaldo che l'assassinasse, o leggere il proprio nome sulle tavole di proscrizione.

Periti in battaglia o proscritti i fervorosi repubblicani, cioè gli aristocratici, ai viventi non altra memoria quasi restava che di sanguinosi tumulti, aspri comandi militari, atroci tirannie. Quando poi Bruto e Cassio davano disperata la causa loro a segno di uccidersi, chi poteva ostinarsi a quella virtù, ch'essi riconosceano per un sogno? Cessato di parer attuabile l'antica libertà, non rimaneva che accostarsi al meno ribaldo fra i tiranni. La moltitudine, sempre adoratrice de' vittoriosi e già da un pezzo esclusa dal potere, che cosa aveva a rimpiangere? Ai poveri rinasceva la speranza degli spettacoli e delle largizioni, unico loro voto; i ricchi vedeansi una volta assicurato quel che possedevano; agli ambiziosi garbava meglio piaggiare un potente, che brogliare fra l'incostante ciurma; le provincie, costrette a blandire la plebe e l'aristocrazia, ridotte a non sapere cui dirigere i loro ambasciatori e le querele, e atterrite dalle gare de' potenti, dall'avidità de' magistrati, dalla debole tutela di leggi stravolte dalla forza, dai maneggi, dal denaro[286], prevedevano più agevole l'ubbidienza e il comando nell'unità, e speravano che la servitù della metropoli lascerebbe ad esse quiete, e sminuirebbe le dilapidazioni legali e le guerresche. Tutto insomma acconciavasi per la calma; e all'uomo che s'affaccia allorchè alle convulsioni sottentra la spossatezza, suole attribuirsi il nome di restauratore e il merito della guarigione naturale.

Augusto non aveva un partito da far trionfare; riuscire prima, di poi conservarsi era il suo scopo, e perciò trovavasi più libero nella scelta dei mezzi: giunto a quella pienezza di potere ove il vendicarsi de' nemici è men tosto ferocia che insensatezza, trovò utile il riporre la spada satolla di sangue, e volgersi a trasformare la vita guerresca nella civile, la pubblica nella privata.

La paura di finire come Cesare fecegli balenare talvolta l'idea di abdicarsi della dittatura come Silla; e Agrippa, franco soldato, dicevagli: — Ridona alla patria la libertà, e convinci il mondo che unicamente per vendicare il padre avevi assunto le armi»: ma Mecenate gli mostrò quanto sia pericoloso l'indietreggiare dopo tanto proceduto; conservasse l'autorità per assicurare la repubblica dai sommovitori, se medesimo dalle vendette[287]. E per verità ogni passo d'Augusto non era stato diretto alla monarchia? Silla, Mario, Catilina, Antonio e gli altri ambiziosi anche in mezzo alle violenze avevano professato voler ripristinare la repubblica: ma Augusto erasi esibito soltanto qual vindice di colui che la repubblica aveva annichilato; e come tutti i trionfanti, si staccava dal partito col quale avea vinto. Prevalse dunque il consiglio più conforme al desiderio d'Augusto; il quale, a somiglianza di Napoleone, amando congiungere a sè le famiglie illustri, già preferiva questo Mecenate, i cui avi erano seduti in porpora sulle eburnee seggiole de' lucumoni etruschi; uomo gaudente, che portava la testa coperta, sedeva a sdrajo sul tribunale colla tunica cascante, andava al fôro tra due eunuchi, faceasi addormentare da lontane sinfonie, proteggeva lo stile fiorito; insieme uomo di idee nuove, dando a buon mercato il patriotismo romano, gli suggeriva d'acconciar l'impero in geometrica unità, dove tutti fossero cittadini del pari, unica legge per tutti, unica l'imposta, le misure, i pesi; i beni pubblici posti nelle provincie si vendessero, e se ne formasse una banca di prestito per l'industria e l'agricoltura.

A quest'unità era però difficile spingersi di tratto, in un popolo tenace delle abitudini; e il concetto riformatore non poteasi ancora dedurre da un incompreso avvenire, ma bisognava fondarlo sul passato, sulla vecchia Roma. Pertanto Augusto, simile ancora a Napoleone, ridomanda al regime vecchio gli elementi che mancano al nuovo, pensa rialzare ciò ch'era stato abbattuto, levandone però quanto potesse dargli impaccio.

Dalle idee religiose e dalla consuetudine era stato impresso ne' Romani un profondo concetto della legalità, la riverenza della parola ancor più che del fondo; per modo che di forme giuridiche rivestivano le più flagranti ingiustizie esteriori, internamente lasciavano che si potesse tutto osare, purchè si rispettassero i nomi. Il procedere de' tempi e il mutare delle contingenze rendono incompatibile una legge? non si deve derogarla, ma perpetuarne l'immagine e la memoria in formole legali e in finzioni ormai spogliate di senso: si cacciano i re, ma se ne elegge uno per compiere i sagrifizj: alcuni riti del matrimonio rimembrano le primitive violenze, personate nel mito delle rapite Sabine: cessato di convocarsi le trenta curie, daranno voto i trenta littori che dapprima li raccoglievano: la micidiale severità delle prische istituzioni rimarrà legittima, quantunque venga modificata dall'editto pretorio.