[131]. Le lettere sue ridondano di fiacchi lamenti: — Mi struggo di cordoglio, Terenzia mia. Io son più misero di te miserissima, perchè oltre la sciagura comune, mi pesa la colpa. Mio dovere sarebbe stato o colla legazione evitare il pericolo, o colla diligenza e gli armati resistere, o cadere da forte. Nulla poteva essere più misero, più turpe, più indegno di questo... Dì e notte mi sta innanzi la vostra desolazione... Molti sono nemici, invidiosi quasi tutti. Vi scrivo di rado, perchè se sono accorato in ogni tempo, quando vi scrivo o leggo lettere vostre vo tutto in lagrime, che non posso reggere. Oh fossi stato men cupido della vita! oh me perduto! oh me desolato! Che ne sarà di Tullietta? pensateci voi, ch'io più non ho capo... Non posso dire di più, perchè m'impedisce l'angoscia». Onde Asinio Pollione (ap. Seneca) diceva: Omnium adversorum nihil, ut viro dignum est, tutti præter mortem; ma soggiunse: Si quis tamen virtutibus vitia pensarit, vir magnus, acer, memorabilis fuit, et in cujus laudes oratione prosequendas Cicerone laudatore opus fuerit.
[132]. Pro Sextio.
[133]. Non multi cibi hospitem, sed multi joci. Ad fam., IX. 26.
[134]. Philipp., II. 32.
[135]. Cicerone, ad Quintum fratrem, II. 6.
[136]. Cic., ad Q. fr., II. 5; ad fam., I. 5
[137]. Diæta curare incipio; chirurgiæ tædet.
[138]. Ad Attico (IV. 3) scriveva: — Clodio sarà da Milone accusato, se pure in prima non lo ammazzi. Io me la vedo che Milone, scontrandolo per via, lo ammazzerà; lo dice aperto».
[139]. Dei senatori, dodici condannarono, e sei assolsero; dei cavalieri, tredici condannarono, e quattro assolsero; degli erarj, quattro assolsero, e dieci condannarono: onde in quel giudizio l'aristocrazia aveva trentacinque voti sopra quarantanove.