[130]. Giovenale, Sat., VI. 366; Tacito, Ann., XV. 32, 37, e XII. 33, 85.
[131]. Svetonio, in Tiberio, 35; Tacito, Ann., II. 85.
[132]. Il generale Armandi, nella Histoire militaire des éléphants (Parigi 1843) sostiene che, al tempo d'Ottaviano, in vicinanza di Roma v'avea serragli di moltissimi elefanti per uso dell'anfiteatro e del circo.
Plinio dice, parlando dei leoni (lib. VIII. c. 16): — Impresa pericolosa era una volta il prendere i leoni, e per riuscirvi si scavavano delle fosse. Imperando Claudio, il caso insegnò un mezzo più semplice, e quasi indegno d'un animale così feroce: un pastore della Getulia (nell'Africa settentrionale) attutava il furore dell'animale gettandovi sopra un panno. Questo maraviglioso spettacolo si trasportò tantosto nei pubblici giuochi, e appena credevasi a' proprii occhi, mirando un animale tanto feroce cadere di subito in un torpore assoluto, col più leggiero drappo che gli fosse gittato in capo, e lasciarsi legare senza opporre difesa: perocchè la sua forza consiste tutta negli occhi. Perciò fa meno maraviglia l'udire che Lisimaco, rinchiuso con un leone per ordine d'Alessandro, abbia potuto strozzarlo». Se si dubita di un fatto avvenuto sotto gli occhi del popolo romano, del quale Plinio aveva spesso potuto essere testimonio, si avrà interesse a conoscere che questo mezzo è ancora in uso nell'India, e con esso arditi cerretani arrestano il furore dei leoni.
Il capitano Williams, autore d'un Giornale delle caccie durante un soggiorno nell'India (Bibliothèque universelle di Ginevra, 1820, aprile, p. 387), descrivendo la caccia d'una jena, narra che i due Indiani adoperati a ciò portavano solo una stanga di ferro aguzzata, della lunghezza di un piede, un mazzo di corde, e uno squarcio di stoffa di cotone «destinato probabilmente (ei dice) a coprire la testa dell'animale per impedirgli la vista».
Nemesiano (Cynegeticon, p. 303 e seg.) descrisse una specie di caccia men pericolosa, ma non meno straordinaria, e che produce la stessa maraviglia: Bisogna tra gli altri stromenti di caccia provvedersi d'una tela, che possa avvolgere i grandi boschi, e rinserrare nei loro chiusi gli animali, spaventati alla vista delle penne che vi saranno attaccate; perchè queste penne, siccome baleni, fanno stordire gli orsi, i cignali più grossi, i cervi veloci, le volpi, i lupi audaci, e gl'impedisce di rompere quell'ostacolo sì lieve. Datevi dunque la cura di tingere queste penne a diversi colori, di mischiarle alle bianche, e dar molta estensione a tale varietà di colori, che inspirano tanto spavento agli animali selvaggi....; preferite il color rosso».
Marziale, De spect., XI, parla d'un orso che nel circo romano fu impigliato nel vischio, come noi facciamo cogli uccellini.
Mongez, nei Mém. de l'Académie, vol. X, 1833, annoverò e descrisse tutte le belve condotte a combattere nel circo fra il 502 di Roma e la morte dell'imperatore Onorio.
[133]. Svetonio, in Nerone, 11.
[134]. De spectaculis, passim: e Tertulliano, c. 15.