Le quali ultime sigle devono forse leggersi: Si quis dominun loci ejus non cognoverit, ad... Ma sono strane quelle novecento botteghe in una sola città. Pergole chiamavansi i terrazzi dove i venditori esponeano le loro merci: i cenacoli equivalgono alle trattorie.

Un ghiotto esclama: Quæ gula quæcumque in vino nascitur; un altro: Ad quem non cœno, barbarus ille mihi est. Uno schiavo liberato: Labora, Aselle, quomodo ego laboravi, et proderit tibi; uno impreca: Asellia tabescas; un altro taccia di ladro: Oppi embolari (facchino) fur furuncule; e con espressione più mercatina: Miccio cocio tu tuo patri cacanti confregisti peram.

Anche Cicerone (in Verrem, III. 33) ci fa sapere che contro l'amasia di Verre i Siciliani scriveano satire fin sopra le pareti del tribunale e la testa del pretore: De qua muliere versus plurimi supra tribunal et supra prætoris caput scribebantur.

Quelle iscrizioni diedero modo di capirne altre, che prima non intendevasi alludessero all'abitudine di graffire sui muri con un aguto o con carbone o minio. Così a Forlimpopoli leggeasi: ITA CANDIDATVS FIAT HONORATVS TVVS ET ITA GRATVM EDAT MVNVS TVVS MVNERARIVS ET TV FELIX SCRIPTOR SI HOC NON SCRIPSERIS. Il tuo candidato giunga agli onori, e ti dia in compenso un combattimento, purchè tu non lo scriva qui; cioè desiderava non scrivesse su quella fabbrica il suo voto. E principalmente faceasi tal preghiera sui sepolcri che, come esposti lungo la via, erano prescelti per porvi le iscrizioni.

PARCE OPVS HOC SCRIPTOR TITVLI QUOD LVCTIBVS VRGENT
SIC TVA PRÆTORES SEPE MANVS REFERAT

è la fine d'un epitafio di Mola di Gaeta, riferito da Mommsen (Inscriptiones regni neapoletani): come quest'altra: INSCRIPTOR ROGO TE VT TRANSEAS HOC MONVMENTVM AST... AN QVOIVS CANDIDATI NOMEN IN HOC MONVMENTO INSCRIPTVM FVERIT REPVLSAM FERAT NEQVE HONOREM VLLVM GERAT. Prego lo scribacchiante a lasciar intatto questo monumento: il candidato, il cui nome vi sarà scritto, possa esser rejetto nelle elezioni, e non giunga ad onore alcuno.

Alle volte l'iscrizione è tale, che chi la legge imprechi a se stesso; come la 1810 dell'Orelli: M. CAMVRIVS HORANVS H. M. H. N. S. SED SI HOC MONVMENTO VLLIVS CANDIDATI NOMEN INSCRIPSERO NE VALEAM. Mal mi capiti se a questo monumento iscriverò il nome di qualche candidato; mentre la 4751 dello stesso dice: ITA VALEAS SCRIPTOR HOC MONVMENTVM PRÆTERI. Ben t'avvenga se non scarabocchi questo monumento. E dianzi presso Narni fu trovata questa: ITA CANDIDATVS QVOD PETIT FIAT TVVS ET ITA PERENNES SCRIPTOR OPVS HOC PRÆTERI HOC SI IMPETRO AT FELIX VIVAS BENE VALE. Il tuo candidato divenga ciò che desidera, e tu abbi lunga vita; ma non scrivere su questo monumento. Se mel concedi, t'auguro salute e bene. Vedi Athenæum français, agosto 1855.

Pompej era città osca, e però gli annunzj e le indicazioni faceansi spesso in quella lingua. Ciò ch'è più notevole, essendo graffite le epigrafi da persone incolte, vi abbondano scorrezioni: così nel programma di un grammatico, Saturninus cum discentes rogat; versi di Virgilio, di Properzio, d'Ovidio (nessuno d'Orazio) son riferiti con errori e varianti. E quegli sbagli molte volte servono di riprova a quanto altrove assumemmo, cioè alla coesistenza d'un parlar vulgare, e alla sua somiglianza col moderno italiano. Cosmus nequitiæ est magnissimæ, esclama uno; un altro: O felice me; un terzo: Itidem quod tu factitas cotidie...

Dopo altri, più compiutamente ne trattarono Garrucci, Inscriptions gravées au trait sur les murs de Pompej; Fiorelli, Monumenta epigraphica pompejana ad fidem archetyporum expressa. Napoli 1854, edizione di soli cento esemplari a spese di Alberto Detken. E meglio Inscriptiones parietariæ pompejanæ, herculanenses, stabianæ etc. edidit C. Zangemeister, Berlino 1871, nel Corpus inscriptionum latinarum.

[399]. Roma in montibus posita et convallibus, cœnaculis sublata et suspensa, non optimis viis, angustissimis semitis. Cicerone, in Rullum, 33.