Non sarem noi certamente che declameremo contro queste comodità belle e buone; ma somigliano a novelle orientali i racconti delle ricchezze e del lusso d'allora. Lollia comparve ad un banchetto con indosso per otto milioni di perle, frutto de' rubamenti di suo avo, vittima ch'era stato d'Agrippina. Uno, deplorando le gravi perdite sofferte in tempo della guerra civile, lasciò morendo quattromila centosedici schiavi, tremila seicento paja di bovi, ducencinquantamila capi d'altro bestiame, e dodici milioni di lire, non calcolando i terreni[137]. Crispo da Vercelli possedeva quaranta milioni di lire nostre; sessanta il filosofo Seneca; cinquanta l'augure Cneo Lentulo e Narcisso liberto di Claudio; ancor più Icelo favorito di Galba: Palla, altro liberto di Claudio, radunò tali ricchezze, che riducendole a terreni avrebbero coperto la trecencinquantesima parte della Francia[138]. Secondo Plinio, i beni da Nerone confiscati a sei ricchi costituivano metà dell'Africa proconsolare[139]. Più tardi abbiam da Vopisco che Aureliano depose in una villa privata dell'imperatore Valeriano cinquemila schiavi, duemila giovenche, mille cavalle, diecimila pecore, quindicimila capre[140]: sicchè non è più declamazione esagerata quella di Seneca ove dice che provincie e regni bastavano appena a pascolar le mandre di taluni, i cui schiavi erano più numerosi che belliche nazioni, la casa più vasta che città[141].
Nerone consumò ottocento milioni in donativi; Caligola cinquecencinquanta; settanta milioni Domiziano nella sola doratura del Campidoglio[142]. Poi venne il farnetico de' profumi: l'Arabia non stillava incensi bastanti pei funerali degl'imperatori; Adriano, ad onore della suocera e dell'antecessore suo, regalò incredibile copia d'aromi a tutto il popolo, e fece scorrer balsami per le scene e pei giardini; Elagabalo nuotava in piscine miste d'essenze, e profondeva a caldaje il nardo[143]. E fuori e dentro, il corpo aspergeasi d'aromi: perfino i guerrieri ai giorni solenni ungevano le bandiere e le aquile, e profumavano se stessi di preziosità: reputavasi lode ad una donna se, passando, colla fragranza adescasse fin quelli che ad altro stavano intenti[144].
Il trattato delle pietre preziose, che Plinio desunse da uno di Mecenate, mostra quanto più di noi avessero raffinato questo lusso. Le dita, dal medio in fuori, s'empivano di anelli[145]; di gemme si facevano le tazze; e singolare stima godeano i vasi murrini, venuti dalla Caramania e dalla più interna Partia[146]. Anche le perle aveansi in pregio, e le donne se ne ornavano, anzi caricavano testa, collo, petto, braccia, fin le pianelle; Caligola n'andava ingombro, e ne fregiava le prore delle navi, come Nerone i letti di sue lussurie; eppure si pagavano il triplo dell'oro sulle rive del golfo Persico e di Taprobana (Seilan)[147], ed una sola fu comprata sei milioni di sesterzj.
A peso d'oro pagavasi la seta; onde allorchè Giulio Cesare fece velare il suo teatro di quella stoffa, i soldati tumultuarono, quasi n'esaurisse l'erario; e di barbarica morbidezza fu appuntato Claudio, perchè sotto un padiglione serico coronò due re dell'Asia[148]. Tuttavia se ne allargò l'uso, ad onta delle prammatiche di Alessandro Severo ed Aureliano. Dalla Persia la traevano, come anche tappeti di Babilonia variopinti; un de' quali da un imperatore fu pagato quattro milioni[149].
Le tele d'India erano pure cercatissime; l'avorio dell'Etiopia e della Trogloditide, e massime dell'India ornava i tempj, le sedie dei magistrati curuli, i mobili e le soffitte de' ricchi; e tanto crebbe il consumo, che più non se ne trovando, doveansi segare ossa d'elefanti. Nè meno ambiti erano l'ebano e il cedro d'Africa; vascelli egizj sferravano apposta dalle cale di Berenice per andarsi caricare di testuggini lunghesso l'Africa; e più in delizia erano quelle color d'oro dell'Oceanitide, isola alle foci del Gange.
Tutte poi le provincie s'avaccino a mandare a Roma quel che di meglio producano: papiro, vetri, lino l'Egitto; frutti e piume l'Africa; tappeti la Mesopotamia; lane fine, cere e miele la Spagna; la Gallia panni, bestiame, olio, lavori di ferro, di rame, di piombo, di stagno; cuoj e pesce salato il Ponto, stagno la Britannia; i mari settentrionali l'ambra, di cui portavansi addosso figurine da costar più d'un uomo[150]; la Grecia finissimi tessuti, lavori artistici, e quel pedante, arnese speciale nelle case d'allora, che ne' corteggi compariva insieme colle meretrici e coi bagascioni, che sapea tutto, che facea tutto, dai servigi di lenone all'educazione dei figli, che soffriva con pari longanimità i favori e gli strapazzi, purchè potesse godere l'onor de' banchetti e della conversazione signorile. Romano di conto sarà quello che usi lane dell'Attica e di Mileto, le meglio pregiate dopo le nostre di Taranto, porpore di Laconia, panni d'Arsinoe, tappezzerie d'Alessandria, vetri di Diospoli, papiro del Nilo, bronzi di Corinto, formaggi dell'Asia Minore, miele del monte Imetto, cere e stoffe dell'Egeo, stoviglie di Copto e della Lidia. Aggiungete altro oggetto d'esecrabile lusso, gli eunuchi, viziosi stromenti del vizio; e dieci milioni fu pagato uno da Sejano[151].
Questo lusso gigantesco insieme e miserabile, espressione d'un raffinamento materiale che non istà in proporzione col morale, il despotismo lo fomenta, acciocchè la mollezza e i godimenti distraggano dal sentire la tirannia, l'egoismo lo volge ai triviali diletti della gola. Cinque pranzi il giorno si facevano, vuotando lo stomaco per rimpinzarlo di nuovo. Gareggiavano d'avere i pesci più rari e più grossi, ne tenevano vivaj, costituivano magistrati sopra l'impedire che alcuni se ne allontanassero dai lidi; talvolta si mettevano in tavola vivi, acciocchè le varie gradazioni che dava ai loro colori l'agonia, ricreassero i convitati, che, un istante dopo esserseli sentiti guizzar sotto la mano, li godevano conditi. Calliodoro vendè un servo milletrecento denari onde comprarsi una triglia di quattro libbre[152]: un altro spese tremila sesterzj per comperare tre barbi: essendone regalato uno a Tiberio, questi il credette di troppo valore e mandollo a rivendere, e Ottavio lo pagò cinquantamila sesterzj. Quest'Ottavio era l'emulo d'Apicio, il quale fu maestro e tipo di ghiottornia in Roma[153], e poichè ebbe consumato tesori alla tavola, si uccise per non trovarsi ridotto a vivere con soli dieci milioni di sesterzj (2 milioni di lire)[154]. Il cuoco pertanto era il servo più considerato; la squisitezza dei banchetti, primaria occupazione degli schiavi. Poi repente il ricco vuol assaggiare la povertà, e in una cameruccia soffitta mangia s'un tagliere per terra[155]; e si giudica meravigliosa invenzione il fondere la tartaruga in modo che sembri legno, e così aver mobili che valgano mille volte più di quel che mostrano.
Perocchè non è tanto alla gola o alla mollezza che vogliasi soddisfare, quanto al farnetico dello straordinario (monstrum). Da qui le bizzarrissime fantasie degli imperatori e dei privati; le effigie colossali, repugnanti a quella misura che avea costituito la finezza dell'arte greca; e il gigantesco ponte di Caligola, e venti cavalli aggiogati al carro di Nerone, e il suo smisurato palazzo con statue smisurate; e più ammirato ciò che più esorbitava. Da qui volere all'inverno rose, neve all'estate; e cercare il vizio per lo scandalo che produce[156]. Agrippina pagò milleducento lire un usignuolo. Caligola non di rado stemperava le perle ne' suoi bicchieri, o faceva servire in piatti d'oro, che poi distribuiva ai convitati; molti giorni seguitò a lanciar dall'alto somme d'oro al popolo; fece compaginare galee di cedro con vele di seta e prore d'avorio ornate di margarite; trasportare d'Egitto un obelisco sovra un vascello sì grande, che quattro uomini appena ne abbracciavano l'albero. Nerone ha tappeti babilonesi che valgono quattro milioni di sesterzj, oltre la tazza murrina da trecento talenti; nei funerali d'una scimia spende i tesori d'un ricco usurajo da lui esigliato; in que' di Poppea, più cannella e cassia che in un anno non ne produca l'Arabia. Vasi preziosissimi quanto fragili devono solleticare il gusto col pericolo di vedere a un tratto perire un tesoro: una tavola di cedro costò a Cetego trecentomila lire. Per la ragione stessa aveasi a noja la luce diurna[157], e Pedo Albinovano ci racconta di avere abitato sopra la casa di Spurio Papino, che era di cotesti lucifugi. — Verso la terz'ora di notte, sento colpi di scudiscio. Che fa egli? domando. — Si fa rendere i conti (era il tempo che castigavansi gli schiavi). Sulla mezzanotte, odo un grido penetrante. Cos'è? — Egli si esercita a cantare. Verso le due di mattina, — Che fragor di ruote è cotesto? — Egli esce in calesso. Al levar del giorno si corre, si chiama; cantiniere, cuciniere sono in moto. Che è, che non è? egli esce dal bagno, e chiede vin melato»[158].
Petronio Arbitro, in un romanzo intitolato Satyricon, ci descrive la vita di Trimalcione, doviziosissimo baggeo, e prosopopea de' tanti ricchi che lussureggiavano allora a Roma. Parrà forse lungo, non certamente disopportuno il qui riferirne una cena, spogliandola dalle interminabili digressioni, e accorciandola d'assai, non senza premunire contro le esagerazioni consuete dei satirici:
— Sapete presso chi oggi si fa baldoria? presso Trimalcione, uomo suntuoso, che nella sala da pranzo ha un oriuolo ed un trombetta, cioè due schiavi, istruiti ad avvertirlo di tutti i momenti ch'egli consuma nella vita. Ci rivestimmo lesti lesti, e finchè venisse l'ora, ci diemmo a ronzare e a trastullarci, entrando pe' circoli de' giocolieri; quando ad un tratto vedemmo un vecchio calvo, vestito di palandrane rossiccio e coi calzari, che stava facendo alla palla con alcuni fanciulli a lunghi capelli[159]. Egli non ribattea la palla che avesse toccato il terreno, ma un servo ne aveva in un sacco quante ai giocatori bastassero. Altre singolarità notammo: eranvi due eunuchi posti in diversi punti del circolo, de' quali uno teneva una mastelletta d'argento, l'altro noverava le palle che cadeano. E intanto che ammiravamo cotali splendidezze, Menelao venne a dirci: — Quest'è colui, presso al quale mangerete. Non vedete che a tal modo principia la cena?»