«Il famiglio egiziano recava intorno il pane sopra un tamburino d'argento, egli pure con pessima voce canticchiando una goffa canzone sul laserpizio. Noi ci acconciavamo tristamente a quelle trivialità, ma Trimalcione disse: — Ceniamo, che tale è l'ordine della cena». Così detto, sopragiunsero alcuni, i quali ballando un quartetto a suon di musica, scoprirono la parte superiore di quel credenzino, e allora vedemmo per di sotto, cioè in un altro servizio, ventresche e grassi circondanti una lepre coll'ale, che pareva il cavallo Pegaso; e ai canti quattro satiretti, dai cui ventri versavasi un liquore impepato sopra i pesci, i quali pareano nuotar nel mare. Applaudimmo, facendo eco ai famigli, e lietamente assalimmo quelle squisitezze. Trimalcione contento del buon ordine, — Trincia», esclamò; e tosto lo scalco si fece innanzi, e a suon di musica sì destramente fe in pezzi le vivande, che l'avresti creduto un cocchiere in lizza fra lo strepito dell'organo idraulico...
«In questo mezzo comparvero valletti, che agli strati sovraposero coperte, su cui erano dipinte reti, e cacciatori colle aste, e un intero apparecchio di caccia. Non sapevamo che pensare di ciò, quando fuor del triclinio alzatosi un gran romore, entrarono tutt'a un colpo alcuni cani di Sparta, che intorno alla mensa si diedero a correre. Un altro desco tenne lor dietro, sul quale era posto un cignale imberrettato di prima grandezza, da' cui denti pendevano due cestelli trecciati di palma, un de' quali colmo di datteri della Siria, e l'altro di datteri della Tebaide. All'intorno v'avea porcellini fatti di torta, come se fossero lattonzi, per significare che il cignale era femmina; essi pure inghirlandati. A tagliare il cignale non venne quello scalco che aveva appezzate le altre vivande, ma un gran barbone, colle gambe ne' borzacchini, e con un abitino a più colori, il quale impugnato il coltello da caccia, gli percosse gagliardamente un fianco, e dalla piaga volaron fuori dei tordi. Pronti furono colle canne gli uccellatori, che li presero mentre svolazzavano per la sala. Dipoi, avendo Trimalcione fattone dar uno a ciascuno, soggiunse: — Vedete come questo porco selvatico abbiasi mangiate tutte le ghiande?» E tosto i donzelli corsero ai cestini che pendevano dai denti, e i datteri divisero tra i commensali.
«Io, che stavami quasi solo in un canto, ruminavo per qual ragione il cignale portasse berretto; e non trovandola, me ne apersi a quel mio interprete. Ed egli: — Te lo spiegherebbe fino il tuo servo; non c'è enigma; la è cosa lampante. Questo cignale essendo rimasto intatto alla cena di jeri, e dai convitati rimandato, oggi torna al convito in guisa di liberto»[165]. Condannai il mio stupore, e null'altro richiesi, per non parere non avessi mai cenato con galantuomini.
«Tra questi discorsi, un bel ragazzo, cinto di viti e d'edera, che or Bromio dicevasi, or Lieo, ora Evio, portò intorno un panierino d'uve, cantando con voce acutissima poesie del suo signore; al cui suono voltosi, Trimalcione gli disse, — Dionisio, tu sei liberto». Allora il ragazzo tolse al cignale il berretto, e sel pose sul capo; e Trimalcione di nuovo, — Ora non negherete ch'io possieda il padre Bacco». Applaudimmo all'arguzia di Trimalcione, e diemmo assai baci al ragazzo, che venne intorno...
«Chi poteva indovinare che, dopo tante lautezze, non fossimo che a mezza strada? Di fatto, levate a suon di musica le mense, si condussero nel triclinio tre majali bianchi, a nastri e campanelli, dei quali il cerimoniere diceva uno avere due anni, l'altro tre, il terzo esser già vecchio. Io pensai che coi porci venissero i giocolieri, onde, com'è costume ne' circoli, far qualche maraviglia; ma Trimalcione troncando ogni dubbio, — Qual di cotesti (disse), amereste voi che in un istante si mettesse in tavola? Così i fittajuoli fanno dei polli, d'un fagiano o di simili bagattelle: ma i miei cuochi usano cuocere un vitello tutto intero». E chiamato il cuoco, senz'aspettare la nostra scelta, comandò ammazzasse il più vecchio; poi ad alta voce, — Di qual decuria se' tu?» ed essendogli risposto, della quarantesima, soggiunse: — Comperato o nato in casa? — Nè l'un nè l'altro (rispose il cuoco), ma vi fui lasciato per testamento da Pansa. — Bada bene (gli replicò) d'affrettarti, altrimenti io ti caccerò nella decuria dei valletti». Il cuoco, stimolato da questa minaccia, andossene col majale in cucina; e Trimalcione rivoltosi a noi piacevolmente, — Se il vino non vi aggrada, lo cambierò; ma sta a voi il mostrare che vi piaccia. Grazie al cielo, io non lo compro, ma ogni cosa che spetta al gusto nasce in un mio poderetto, ch'io per altro non conosco. Mi si dice che arrivi da Terracina fin a Taranto. Ora io penso di unir la Sicilia a quelle mie glebe, perchè, se voglio andare in Africa, non abbia a scorrere per altri terreni che per i miei»...
«Ancor non avea svaporate queste fandonie, quando un altro tagliere, carico di quel gran majale, coprì la tavola. Noi ci diemmo ad ammirare tanta prestezza, ed a giurare che neanco un pollo potevasi cuocere così detto fatto, e tanto più quanto maggiore ci parea quel porco di quel che ci fosse prima sembrato il cignale. Trimalcione guardandolo attento, — E che? (disse), questo porco non è stato sventrato. No, perdio, qua, qua subito il cuoco». Questo comparve malinconioso, e avendo detto che se n'era dimentico, — Che dimentico? (gridò Trimalcione), pensi tu che trattisi di non avervi messo il pepe o il cimino? Fuor camiciuola». Senz'altro indugio il cuoco viene spogliato, e tutto mesto si stava in mezzo a due aguzzini; ma tutti ci ponemmo a pregare e dire: — Gli è un accidente; lascialo, di grazia; e se altra volta mancasse, niun di noi s'interporrà più per esso».
«Io non mi potei trattenere dal piegarmi all'orecchio d'Agamennone e dirgli: — Questo servo deve per certo essere un gran birbo. Chi mai si scorda di sventrare un majale? non gli perdonerei, perdio, se si trattasse d'un pesce». Non fece però così Trimalcione, il quale, serenata la fronte, disse: — Or bene, poichè tu sei di sì manchevole memoria, sventracelo qui pubblicamente». Il cuoco, ripreso il grembiule, impugnò il coltello, e con man timorosa tagliò qua e là il ventre del porco; ed ecco dalle ferite, allargantisi per l'urto del peso, scappar fuora salsiccie e sanguinacci. A questo spettacolo tutta la macchinale famiglia de' servi fe plauso, e con istrepito felicitò Gajo; e il cuoco non solo fu ammesso a bere tra noi, ma ricevette una corona d'argento ed un bicchiere sopra un bacile di Corinto; e perchè da vicino l'osservava Agamennone, Trimalcione disse: — Io sono il solo che abbia del vero metallo di Corinto»...
«Entrò poi il suo agente, il quale, come venisse a recitare i fasti di Roma, lesse quanto segue: — Ai 25 luglio, nati nel territorio di Cuma, di ragione di Trimalcione, trenta fanciulli maschi e quaranta femmine; portate dall'aja nel granajo millecinquecento moggia di frumento; buoi domati cinquecento. Nello stesso giorno, Mitradate schiavo affisso alla croce per aver bestemmiato il genio tutelare di Gajo nostro. Nello stesso giorno, riposte in cassa centomila lire, che non si poterono impiegare. Nello stesso giorno, accesosi il fuoco negli orti Pompejani, cominciato la notte in una casa da villano. — Aspetta (disse Trimalcione); da quando in qua ho io comperato gli orti Pompejani? — L'anno scorso (rispose l'agente); perciò non erano ancor messi a libro». Trimalcione fece l'adirato, e soggiunse: — Qualunque fondo mi si compri, se dentro sei mesi io non ne sarò avvertito, proibisco che mi si porti in conto».
«Entrarono finalmente i saltatori, ed un certo Barone, sciocchissima figura, si presentò con una scala, sulla quale fece salire un ragazzo, e comandogli saltasse e cantasse, tanto salendo, quanto standovi in cima. Il fece in appresso attraversare de' cerchi di fuoco, e tener co' denti una bottiglia. Il solo Trimalcione maravigliavasi, e diceva che quello era un ingrato mestiere; nelle umane cose però due sole esser quelle ch'egli con molto piacere osservava, i saltatori e le beccacce...»
Qui vengono grossolane baje di Trimalcione, indi il romanziere prosiegue: — Continuava egli così a tor la mano ai filosofi, quando portaronsi in un vaso alcuni viglietti, ed il paggio gli estraeva, e ne leggeva le sorti. Uno diceva, Denaro buttato iniquamente; e si portò un prosciutto con branche di gamberi sopra, un orecchio, un marzapane ed una focaccia bucata. Recossi di poi una scatoletta di cotognate, un boccone di pane azimo, uccelli grifagni, insieme con un pomo, e porri, e pesche, e uno staffile, ed un coltello. Uno ebbe passeri, uno un ventaglio, uva passa, miele attico, una vesta da tavola ed una toga, e tele dipinte: un altro ebbe un tubo ed un socco. Portossi pure una lepre, un pesce sogliola, un pesce morena, un sorcio acquatico legato con una rana, ed un mazzo di biete. Erano seicento i viglietti, de' quali altri non mi ricordo; e ridemmo lungamente di questa lotteria...