Quando il gusto del bello, del giusto, del generoso, del patriotico più sembrava dileguarsi, consola l'imbattersi in quest'uomo, appassionatissimo per la gloria e devoto alla virtù. Immacolato sotto pessimi imperatori, talvolta levossi ad accusare i ministri e consigliatori di loro iniquità; maneggiò la giustizia col nobile orgoglio del galantuomo, eppure ottenne cariche e rispetto; e non si trovò impreparato quando sorsero tempi migliori. Al cessare del regno delle spie e de' carnefici, fu invitato ad onorare e guidare la rigenerantesi società; e gli troviamo le cariche di augure, questore di Cesare, legato d'un proconsole, decemviro a giudicar le liti, tribuno della plebe, pretore, flamine di Tito, seviro de' cavalieri, curatore del Tevere e della via Emilia, prefetto all'erario di Saturno e al militare, governatore della Bitinia e del Ponto. Eletto console l'anno 100, recitò il panegirico a Trajano imperatore, ossia un ringraziamento. Questa lunga sua fatica aveva egli, come solea sempre, letta a diversi amici, che lodavano più le parti ove minore studio aveva adoperato: di ciò stupivasi egli, senza arrivar a comprendere quanto bisogno avesse di naturalezza. E davvero quel suo discorso, tronfio di parole e frasi studiate, forbite, compassate, è un perpetuo scostarsi dalla maniera semplice di pensare e d'esprimere, per sorreggersi in una forzata elevatezza, con pompa d'acuto ingegno, con pretensione di novità, e antitesi e raffronti inaspettati. Agli inesperti sembra conciso pel suo periodare frantumato, mentre in realtà, al pari di Seneca, gira rapidamente intorno alle idee, ma a lungo intorno alla stessa.

Il nostro secolo, che non sa più ammirare, si stomaca di lodi buttate in faccia a un vivo e potente: ma anche senza di ciò Trajano era tal imperatore da potersi lodare meglio che con vuote generalità; e un console, un augure davanti al popolo poteva usare altro che adulazioni, quali converrebbero a schiavo verso un tiranno. Trajano serbò amicizia per Plinio, anche giunto al fastigio della fortuna; e le lettere che gli diresse mentre governava la Bitinia sono un'importante rivelazione de' migliori tempi del concentramento imperiale. E lettere moltissime conserviamo di Plinio stesso[295]: a troppo gran pezza dalla cara ingenuità delle ciceroniane, mostransi destinate al pubblico ed alla posterità; ma anche in quel loro tono accademico e declamatorio ci rivelano un eccellente naturale, e c'introducono nella vita, massime letteraria, d'allora.

Plinio era legato con quanto allora vivea di meglio; e con lui amiamo incontrare Italiani, ben differenti da quelli con cui ci famigliarizzarono Tacito e i satirici; un Caninio comasco, che donò una somma per imbandire un annuo convito al popolo; Calpurnio Fabato, onorato di somme dignità, che la patria Como abbellì di un portico, e diè denaro per ornarne le porte; Pompeo Saturnino, uom giusto, bel parlatore, poeta da emulare Catullo, che a Como stessa lasciò un quarto della propria eredità; Virginio Rufo, che quattro volte console, generale dell'armi romane, vincitore di Giulio Vindice, ricusò l'impero del mondo, preferendo la quiete della sua villa d'Alsio nel Milanese. In Aristone suo tutore Plinio ammirava la frugalità, la prudenza, la sincerità, lo zelo nel patrocinare altri. Sua moglie Calpurnia alle doti del cuore univa quelle dello spirito, leggeva avidamente i libri del marito, ne riponeva in mente i versi e vi adattava le armonie, andava ascoltarlo quando parlasse in pubblico. Gloriavasi che la posterità saprebbe che fu amico di Tacito: — Come l'avvenire dirà che noi ci amammo, che ci siamo compresi! Aveano l'età stessa, egual grado, egual rinomanza, dirassi, e a tante cause d'emulazione la loro amicizia resistette. E come già ci collocano l'un presso all'altro! già siamo inseparabili nella pubblica opinione: chi preferisce te a me, chi me a te: ma venire dopo te è per me una preminenza»[296].

Da Spurina Plinio imparò non solo la giurisprudenza, ma l'ordine e la compostezza; nella casa di questo buon vecchio ammirando quella regolare occupazione, quella serenità d'uomo che si accosta al sepolcro. A sette ore svegliavasi, e subito ripassava i casi di jeri: alle otto era levato, e faceva una corsa a piedi: dopo l'asciolvere, ritiravasi nel gabinetto a comporre in greco o in latino poesie piene di gusto e brio. Fra giorno discorreva, leggeva, faceasi leggere, raccontava i fatti di cui era stato testimonio. Alle due prende il bagno, poi passeggia al sole: quindi giuoca alla palla, per un pezzo combattendo così la vecchiaja: gettasi poi s'un lettuccio, ed accoglie gli amici. Ha tavola ricca e frugale, con argenterie massiccie che rammentano i vecchi tempi. Durante il pasto discorre e legge, spesso si fa venire buffoni, commedianti, ballerine, sonatrici inghirlandate d'amaranto. Così dopo le fatiche del fôro, del sonato, del campo, il nobile vecchio a settantasette anni conservava ancora la vista, l'udito, la vivacità, la facile parola.

Protetto dai grandi, Plinio proteggeva amici ed inferiori; molti giovani, la cui principale passione era quella dell'istruirsi, esercitava nell'eloquenza, e ajutava ne' primi passi verso gl'impieghi; dotò la figlia di Quintiliano per gratitudine di scolaro, e quella di Rustico Aruleno che «coll'anticipargli elogi aveagli insegnato a meritarli in avvenire»; fornì lautamente Marziale, reduce nella Spagna; alla nutrice diede un terreno che valeva centomila sesterzj, e gliel faceva amministrare da Vero, suo amico, scrivendogli: — Ricordatevi che non sono gli alberi e la terra che vi raccomando, ma il bene di quella che da me li tiene». Corellio avea sollecitato i primi impieghi per Plinio, e raccomandatolo a Nerva, e morendo diceva a sua figlia: — Spero avervi fatto degli amici; contate sopra di essi, ma più di tutti su Plinio»; e Plinio ne prese la difesa in una causa. Sottentrò a tutti i debiti del filosofo Artemidoro, affinchè tranquillo partisse da Roma quando Domiziano proscrisse i filosofi[297]. Molti servi affrancò, agli altri permise di far testamento; per gli abitanti di Tiferno, ove sua madre possedeva e che lo avevano adottato, eresse un tempio; largheggiò cogli Etruschi. Governando la Bitinia, lasciò dappertutto tracce di sua munificenza; mutò in città il villaggio di Calcedonia, riparò Crisopoli (Scutari), a Libina rialzò la tomba d'Annibale: in Nicomedia guasta da incendio fece ricostruire il palazzo civico e il tempio d'Iside, ed aprire una piazza, un acquedotto, un canale, e pensava riunir quel lago al mare: riparò i bagni di Nicea, e vi pose ginnasio e teatro; un acquedotto a Sinope, uno a Bitinio, bagni a Tio: a Como mandò pel tempio di Giove una preziosa statua antica; vi istituì scuole pei garzoni, contribuendo il terzo della spesa; assegnò cinquecentomila sesterzj per mantenere fanciulli ingenui, venuti al meno; fondò una biblioteca presso le terme; ed altri benefizj, la cui lode sarebbe anche maggiore, s'egli medesimo non si fosse troppo compiaciuto di narrarceli. Ma sarem noi così rigorosi a tal vanità? — Se non meritiamo che di noi si parli (diceva egli stesso), siamo rimproverati; se meritammo, non ci si perdona di parlarne noi stessi»[298].

Ma non soltanto lodi sapeva tesser Plinio, e' s'infervorò contro i delatori, appena il costoro regno crollò. Aquilio Regolo, già sollecitatore di testamenti, che poi in una sola denunzia guadagnò tre milioni di sesterzj e gli ornamenti consolari, e che avea causato la morte di Elvidio, si vide da lui ridotto a perdere non solo la reputazione, ma metà dell'oro, passione sua. Allora Plinio badò meno all'eleganza che alla forza: ma nello stendere quell'accusa rileggeva di continuo l'arringa di Demostene contro Midia[299]: eppure, potenza del denaro, poco poi avendo Regolo perduto un figlio, ecco tutta Roma accorrere a portargli condoglianze in Transtevere, nella casa improntata d'infamia dall'avarizia e dalla ricchezza del sordido vecchio. Avea dunque ragione Giunio Maurico allorchè, alla tavola di Nerva rammentandosi un Catulo Messalino, spia e provocatore del regno precedente, e domandando l'imperatore che ne sarebbe se fosse ancor vivo, con franchezza soldatesca rispose: — Perdio, sarebbe qui a cena con noi».

Gli antichi ebbero scarso il sentimento delle bellezze della natura; il paesaggio tra essi non fu meglio che decorazione; i più gentili quadri di Virgilio traggono vita dalle figure onde sono popolati. Ma Plinio mostrasi compreso dalle vaghezze del suo lago e della villa che v'aveva, e con esso ci dilettiamo ancora cercare quei platani opachi, quell'insensibile pendìo che guidava alla sua campagna, quel canale protetto d'ombre ospitali, dov'esso veniva a cercar riposo dall'assordante operosità di Roma. Là pesca, là caccia ne' boschi popolati di cervi e di damme; là comprendeva che non solo Diana, ma anche Minerva ama le foreste. Arricchito, volle avere più ville su quel lago, ed una intitolò Commedia perchè dimessamente situata, quali gli attori comici sul socco, mentre l'altra elevavasi come i tragici sul coturno, onde la nominò Tragedia: e quella è lambita dalle acque, questa le domina. Ivi erano appartamenti per l'inverno e per l'estate, pel giorno e per la notte; ivi bagni; ivi una fontana intermittente[300], che cascava romoreggiando in una sala decorata di statue, e perdeasi nel lago, sul quale vogando, suo padre gli raccontava le storielle de' luoghi, e gli mostrava il terrazzo da cui una donna, avendo il marito ammalato di incurabile ulcera, volle mostrargli come si possa sottrarsi ai dolori, precipitandosi essa nelle onde e seco traendolo. E questa miserevole disperazione al filosofo parea degna di monumento quanto la costanza di Arria moglie di Trasea Peto[301].

Viepiù comoda eragli la villa di Laurento a diciassette miglia da Roma, fra pascoli di pecore, di bovi, di cavalli, in clima d'eterna primavera e di calma ridente, ove il sole non si mostra in estate che a mezzo il dì. Spazioso portico a vetriate, riparo contro la cattiva stagione, introduce all'abitazione, e attorno praterie sempre verdi, boschi fantastici, impenetrabili dai raggi solari. La sala da pranzo si sporge sul mare, e lo prospetta da tre lati, mentre apre s'un verziere, arricchito di mori, di fichi pompejani, di rose tarantine, di legumi d'Aricia, d'erbe per la cucina: a mezzo della galleria trovasi la camera da letto, vicino all'incessante mormorio d'una fontana: poco lungi è lo studio, al gran sole, rivestito di marmo e colle lucide pareti adorne d'uccelli, fiori, fronde, e coi libri che mai troppo non si leggono e rileggono. La sala è ricreata da una nappa d'acqua, e l'inverno da un tepidario nascosto ne' muri. Una scala conduce nel bagno a sole aperto, un'altra all'ombreggiato. Nè vi mancano il giuoco della palla, la cavallerizza, una galleria sotterranea dove ripararsi dalla canicola, una esposta che conduce ad una fuga di camere sì ben collocate da evitare il sole dall'una all'altra[302]. E le cerchiate di platani connessi dall'edera e dal flessibile acanto, e i viali orlati di bosso o di rosmarino, e i sedili di marmo caristio, e gli zampilli d'acqua riuscenti in vasca di bronzo, e il labirinto verde, e il tempietto di marmo, e le statue, i mobili, i libri, i cavalli, gli argenti, gli schiavi, ci fanno meravigliare come tanto potesse avere un privato, che non era de' più ricchi, e che pur possedeva una casina a Tusculo, una a Tivoli e a Preneste in commemorazione di Tullio e d'Orazio.

Compose anche versi; e tuttochè onest'uomo e di spirito grave e dignitoso, scrisse endecasillabi lascivi, dei quali si scusa con troppi esempj. Forse egli, come molti oratori, credeva necessario l'esercizio poetico per formarsi alla prosa; ma Quintiliano diceva: — La poesia è nata per l'ostentazione, l'eloquenza per l'utilità. Noi oratori siam soldati sotto le armi, e non ballerini di corda; combattiamo per interessi rilevanti, per vittorie serie. L'armi nostre devono brillare e colpire al tempo stesso; avere il lustro terribile dell'acciajo, non la brunitura dell'oro e dell'argento. Via quell'abbondanza lattea, che annunzia uno stile infermiccio; parlate con sanità». E nitidezza avea sempre Plinio, non sempre forza. Giornalista officioso della letteratura di quel tempo, egli c'informa della futilità di quelle consorterie, che invitate come si trattasse d'aprire un testamento, si raccoglievano per applaudire non per consigliare, per divertir sè, non per giovare al poeta. Claudio, Nerone, Domiziano vi assisteano non solo, ma vi leggeano tra obbligati applausi. Un codice nuovo erasi combinato per codeste letture, dove s'insegnava: — Il lettore dapprincipio appaja modesto, gli uditori indulgenti. A che con letterarie sofisterie farsi nemico quello, cui veniste a prestar le orecchie benigne? Più o meno meritevole ch'e' sia, lodate sempre. Il leggente presentisi con diffidenza rispettosa, qual l'uso impone; abbia disposto un complimento, una scusa: — Sta mane fui pregato di arringare in una causa: non vogliate imputarmi a dispregio questa mescolanza degli affari colla poesia, giacchè io soglio preferire gli affari ai piaceri, gli amici a me stesso»[303].

L'autore è di sgraziata voce? affida la recita ad uno schiavo[304]. Declama egli stesso? è tutt'occhi all'impressione che produce sugli uditori, e tratto tratto fermasi, palesando timore d'averli nojati, e aspettando che il preghino di proseguire. Ai passi belli, e ancor più alla fine sorgono gli applausi, divisi anche questi artatamente in categorie. Nell'una il triviale Bene! benissimo! stupendo! nell'altra si battono le mani; nella terza balzasi dal sedile, percotendo del piede la terra; nella quarta si agita la toga; e così via crescendo.