A Stazio lodano qualche invenzione di stile; uscì anche talvolta dai luoghi comuni, e seppe trovare caratteri veri, e delinearli con semplicità e vigore: ma al sorreggerli sino al fine gli nuoce la facilità, per la quale in due giorni compose l'epitalamio di Stella in ducensettantotto esametri. Così svaporava la potenza d'un ingegno, bello senza dubbio e colto, ma sacrificato ai vizj del suo tempo, e alla sciagurata abitudine del contentarsi il pubblico di cose improvvisate, l'autore degli applausi del pubblico.
Epigramma, come indica la voce stessa, dapprima fu l'iscrizione che poneasi a qualche statua o monumento; e tali noi ne trovammo sulle tombe degli Scipioni, di Ennio, di Nevio (V. l'Appendice I). Ma già fra i Greci era passato ad esprimere pensieri lievi, arguzie, riflessioni commoventi o esilaranti. Di tal modo ne fecero molti i Latini d'ogni tempo; ma il più fecondo e per ogni occasione fu Marco Valerio Marziale (40-103). Da Bilbili di Spagna venuto a Roma, si volse per pane a Domiziano, e metà de' suoi millecinquecento Epigrammi, distribuiti in quindici libri, sono fetide adulazioni al tonante Romano, e variate guise di chiedergli denaro, vesti, pranzi, un rigagnolo d'acqua per la sua villa[313]; riducendosi alla condizione di abjetto parasita, e rinnegando sempre quella dignità morale, che sola decora i begli ingegni. Giove è posposto a Domiziano perpetuamente, quasi l'iddio fosse scaduto tanto di reputazione, da sembrare poco l'essergli paragonato. Parla del ricostruito Campidoglio? lo dice così suntuoso, che Giove stesso, mettendo all'incanto l'Olimpo ed ogni avere degli Dei, non potrebbe raccorre il decimo del costo. Altrove esorta Domiziano a salire tardi alla netterea bevanda; che se Giove vuol bearsi di sua compagnia, venga al convito di lui[314].
Eppure queste e peggiori piacenterie non pare rimediassero alla povertà di Marziale, il quale, colla veste rifinita e carico di debiti, va accattando qualche lira e vende i regali per satollarsi di pane, e fa versi su tutte sorta di vivande, affine d'essere invitato ad assaggiarne alcuna[315]. E in tali angustie sostenere il peso della fama! e trovarsi inoltre tribuno onorario, cavaliere onorario, e padre onorario, cioè senza nè militare, nè esser censito, nè avere tre figliuoli! Perseveri dunque a cantare, ad esaltar ogni minimo bene che Domiziano faccia o che non faccia: poi quando questi è ucciso, lo bestemmii, e preconizzi Nerva d'essersi conservato buono sotto un principe ribaldo[316], e faccia Giove meravigliarsi delle disastrose delizie e del grave lusso del re superbo[317].
Le lascivie, di cui bruttò i suoi versi[318], vengono dal medesimo bisogno di adulare; d'adulare non un uomo solo, ma i pravi costumi di tutta la città; e quand'anche egli volge in altrui l'arzillo epigrammatico, il fa con libertinaggio plateale, quasi da altro allora non potesse eccitarsi il riso, se non da vizj che dovevano far arrossire.
Eppure costui sembra fosse capace, come Stazio, di gustare la vita domestica, e di comprendere che la felicità non consiste nell'oro e nello splendore. — Sai tu quali cose rendono beato? Una sostanza acquistata senza fatica e per eredità, un campo non ingrato, il focolare sempre acceso, nessuna lite, pochi patroni, quieta mente, naturali forze, corpo sano, cauta semplicità, conformi amici, facile convito, mensa senz'arte, notte non ubriaca ma scarca di pensieri, talamo non disaggradevole eppure pudico, sonno che renda brevi le notti, amar ciò che sei, non agognare di meglio, nè temere nè bramare l'ultimo giorno»[319].
Questo medesimo epigramma, che pure è de' suoi migliori, quale povertà accusa di poesia in quella enumerazione fredda senza immagini! Egli stesso diceva de' suoi versi: — C'è del buon, del mediocre, e assai del male»[320]; e gli encomj prodigatigli dai commentatori indicano quanto si passioni per l'autore chi invecchiò nel trovargli meriti che non aveva[321]. Nè in Marziale si riscontra mai sentimento profondo; e a quel continuo frizzo o triviale o scipito o lambiccato nessun reggerebbe, se non fosse la lingua che per lo più va corretta ed espressiva, quanto poteasi là dove ogni spontanea ispirazione era sbandita dalla paura di spiacere ad ombrosi regnanti, o a schizzinosi protettori.
Pure la natura de' suoi lavori, istantanei di concetto come d'esposizione, lo salva da uno dei difetti più usuali a' suoi coetanei, il farsi pallidi riflessi degli scrittori del secolo d'Augusto. Nella baldanza della sua immaginativa, inventa modi nuovi ed efficaci, e innesta felicemente ciò che gli stranieri introducevano nello idioma della dischiusa città; ed estendendosi alla vita reale e a tutto il mondo romano, ci porge preziose indicazioni sui tempi, sui caratteri, sulle usanze.
Di Spagna venne pure a Roma Marco Anneo Lucano (38-65), ed ebbe tutte le fortune desiderabili; nipote di quei Seneca che davano il tono alla società letteraria, allievo di que' grammatici e retori che pervertivano la felice disposizione degl'ingegni. Seneca lo esercitava a comporre ed amplificare senza pensieri nè sentimenti, fomentandone la lussureggiante facilità, invece di sfrondarla, ed esponendolo a quelle pubbliche recite, ove, recando noja, si buscavano applausi. Nerone suo condiscepolo lo fece questore prima del tempo, legato, augure; ma Lucano, avvezzo da fanciullo ai trionfi, osò competere coll'imperatore e vincerlo: Nerone gli proibì di più leggere in assemblea, e il poeta indispettito tenne mano alla congiura di Pisone. Scoperto e preso, denunziò gli amici e la madre; ma invano colla viltà tentato conservare la vita, la lasciò eroicamente (pag. 112).
Il trovarsi perseguitato dispensavalo dalle uffiziali codardie e dalle accademiche fanciullaggini: chiuso nel suo gabinetto, poteva comporre originale: e di fatto egli ritrae del suo tempo più di quegli altri imitatori, ma non ne palesa che la depravazione del gusto, lo sfiancamento delle credenze.
Chi attribuisce l'inferiorità della Farsaglia all'avere scelto un soggetto troppo vicino, che impediva al poeta le finzioni, essenza della poesia, trae storte deduzioni da arbitrarj principj. Buon soggetto d'epopea sono le guerre tra nazioni forestiere, mentre le lotte di dinastie e le guerre civili e le interne commozioni di Stati convengono meglio alla rappresentazione drammatica. In Lucano non ci è presentato che il medesimo popolo, diviso in due; due protagonisti troppo vicini e somiglianti; sicchè i fatti non han più una distinzione abbastanza evidente. Inoltre vuolsi che l'epopea presenti una lotta più d'entusiasmo che di calcolo, e che trovi la ragione e la sequela nella storia universale, come quella dei Greci contro gli Asiatici, de' Cristiani contro i Turchi, dei Portoghesi contro gl'Indiani: e qui pure difetta Lucano, poichè la guerra fra Pompeo e Cesare, da lui cantata, è lotta di due sistemi meramente accidentali; e vinca l'uno o l'altro, l'umanità non v'avrà che vantaggi speculativi. Il che viepiù risulta dacchè Lucano non seppe nei due capi personificar la parte che ciascuno sosteneva, e darvi quell'individualità viva, per cui tutte le azioni esterne son ricondotte al carattere interno, alla coscienza, alla risoluzione. Egli poi frantese il soggetto fin a credere che una battaglia avrebbe potuto ristabilire l'antica repubblica, cioè rassodare la tirannide dei patrizj sopra la plebe. Qual eroe di poema cotesto Pompeo, mediocre sempre, più ancora nell'ultima guerra, ove misurava se stesso dalle adulazioni che lo avevano abbagliato? Cesare, forse il più grande dei Romani, insignemente poetico per l'infaticabile ardimento e per la popolarità, è da Lucano svisato; e per rappresentarlo come un furibondo ambizioso, il quale nel dubbio s'appiglia sempre alla via più atroce[322], ricorre a particolari insulse quanto bugiarde: in Farsaglia fa che esamini ogni spada, per giudicare il coraggio di ciascun guerriero dal sangue ond'è lorda; spii chi con serenità o con mestizia trafigge; contempli i cadaveri accumulati sul campo, e neghi ad essi i funebri onori; e imbandisca sur un'altura per meglio godere lo spettacolo dell'umano macello. Ma può far con questo che Cesare non appaja il protagonista dell'azione? e di Pompeo vede altro il lettore se non le blandizie onde lo careggia il poeta, col tono stesso onde piaggiava Nerone?