Eppure su questi scarsissimi ricordi esercitò la retorica P. F. Giambullari nella Storia dell'Europa. Ch'egli sia caro ai maestri di retorica, che un retore nostro contemporaneo l'abbia chiamato la più compita prosa del Cinquecento, passi: ma è strano che alcuno se ne serva per raccontare ai giovani la storia d'Italia. Com'egli inventi le circostanze per amplificare, lo mostri questa descrizione della morte di Berengario: «Flamberto sollecitò i compagni tanto, che la notte seguente vennero armati dove lo innocentissimo re, senza guardia alcuna, tutto sicuro si riposava allato alla stessa chiesa dove fu preso il re Lodovico; essendo solito levarsi la notte all'ora di mattutino, ed entrare co' religiosi a lodare il suo creatore. Il che eseguendo ancora quella notte al solito suo, giunse Flamberto coi suoi seguaci; i quali per essere non pochi facendo pure qualche strepito, venne il re sulla porta a vedere che cosa era questa. Veduto dunque cotanti armati, e Flamberto con esso loro, lo dimandò che cosa e' cercavano a quell'ora e in quella guisa. Il traditore, per cavarlo fuori della chiesa, avvicinatosi più a lui, — State (disse) di buona voglia questi sono amici e servitori vostri, che sapendo come voi state qua su senza guardia alcuna, per lo amore che vi portano sono venuti armati da voi per guardia e sicurtà vostra, apparecchiati, se malignitate alcuna apparisse, a combattere contro a ciascuno che pensasse volervi offendere; e però sarà bene che voi meco li conosciate, e riceviateli allegramente. — Il re da queste parole ingannato, uscì lieto verso di loro; ed entrando sicuramente tra essi per dimesticarsi con tutti e per ringraziarli, lo scellerato Flamberto fattogli strada, lo lasciò trapassare avanti, e rivoltosegli poi alle spalle con un partigianone che egli aveva, lo passò dalle reni al petto, e così gli tolse la vita».

[282]. Quando l'elezione di Carlomanno a re d'Italia era in pratica in Lombardia, il papa scriveva ad Ansperto arcivescovo di Milano sconsigliandolo da questo malaticcio, e soggiungeva: — Nessuno voi dovete ricevere senza nostro consenso, perchè quegli che dev'essere da noi ordinato imperatore, da noi primamente dev'essere eletto». Labbe, Concil. VIII. 103. È notevole la formola dell'elezione di Carlo Calvo, usata da Giovanni VIII, negli atti del concilio di Roma l'887: «Noi l'abbiamo eletto secondo giustizia, ed approvato col consenso e il voto dei vescovi fratelli nostri e degli altri ministri della santa Chiesa romana, dell'illustre senato, di tutto il popolo romano, e dell'ordine de' cittadini; e giusta l'antico costume l'abbiamo solennemente elevato all'impero e decorato del titolo d'augusto».

[283]. Spiego in questo senso le parole inventum est, ut omnes majores Romæ essent imperiales, di Eutropio prete longobardo, avverso molto alla Corte romana.

[284]. Il religiosissimo Baronio esclama: Quam fœdissima Ecclesiæ romanæ facies, quum Romæ dominarentur potentissimæ æque ac sordidissimæ meretrices, quarum arbitrio mutarentur sedes, darentur episcopi, et, quod auditu horrendum et infandum est, intruderentur in sedem Petri earum amasii pseudopontifices, qui non sunt nisi ad signanda tantum tempora in catalogo romanorum pontificum scripti. All'anno 912, nº 14. Ma forse, nel credere tante iniquità, egli fidò soverchiamente in Liutprando, satirico od enfatico. Il Muratori, non sospetto di papista, trova ragionevoli objezioni a fargli: e dopo lui fu scoperto un poemetto De romanis pontificibus che un Frodoardo scriveva al tempo di Leone VII, dove a molti d'essi papi sono attribuite lodi di gran virtù. Al Baronio, ostilissimo a Sergio, il Muratori oppone argomenti non deboli. Il suo epitafio è di non infelice latino.

Limina quisquis adis Petri metuenda beati,

Cerne pii Sergi, exuviasque Petri.

Culmen apostolicæ sedis is, jure paterno

Electus, tenuit ut Theodorus obit.

Pellitur urbe pater, pervadit sacra Johannes,

Romuleosque greges dissipat iste lupus.