«Parendo giusto e salutevole che, quando uomini di buona fama desiderano associarsi al consorzio della città di Pisa, e farsi cittadini pisani, siano ricevuti con equa benignità dopo prestato il giuramento di cittadinanza, e godano degli onori e privilegi dei Pisani, in ogni luogo, io Opizzino, figlio di Sano di Bientina, giuro sui santi vangelj di Dio che non sarò in consiglio od atto perchè la città pisana perda l’arcivescovado, nè i suoi vescovi, nè il primato, nè la legazione di Sardegna, nè l’onore e gli onori che ora ha o è per avere. E se abiterò nella città o no, qualunque cosa mi sarà ingiunta dal potestà, dai rettori, dal pretore, dai consoli, o da qualche delegato o capitano per l’onore della città, o per le persone o per le cose, sia direttamente o per nunzj o per lettere, senza frode lo farò e osserverò. Quando sappia che alcuno voglia sminuir l’onore della città, se lo potrò senza grave spesa, l’impedirò; se non potrò, lo significherò ad alcuni dei predetti al più presto. Le persone e cose de’ Pisani in terra, in acqua e dovunque possa difenderò. Le credenze che da alcuno de’ suddetti per giuramento mi siano imposte, non manifesterò. Queste cose per coscienza, senza frode osserverò, secondo la consuetudine degli altri cittadini di Pisa; e n’ho rogato Stefano giudice e notaro e cancelliere di Pisa.
«Fatto a Pisa fuor porta ecc. l’anno 1198 dell’incarnazione, indiz. XV, al V dagli idi d’aprile».
E incontinente, alla presenza de’ medesimi testimonj rogati, il signor conte Tedicio podestà del Comune e della città di Pisa, investì detto Opizzino di tutti gli onori e privilegi, di cui godono i cittadini pisani nella città e fuori, ne’ fondaci, nelle botteghe, nelle navi e in qualunque luogo di terra e d’acqua, talchè ne goda come gli altri cittadini pisani; e lo costituì e confermò cittadino pisano; e lui e gli eredi e i beni suoi liberò da tutti i pesi rusticani, sicchè più non sia tenuto fare servizj rusticani, nè dare la data, ecc.
Altri di tali giuramenti sono nel Muratori, Antiq. M. Æ., diss. XLVII; e per esempio Guicellone da Camino e Gabriele suo figlio il 1183 facendosi cittadini di Treviso giuravano:
«Abiteremo in essa città d’ogni anno due mesi in tempo di pace, e tre in tempo di guerra; qualora non ne siamo dispensati: ma in modo che, standovi l’uno, non sia obbligato l’altro; faremo giustizia e ragione sotto ai consoli o al podestà; apriremo tutte le borgate in pace e in guerra ai Trevisani per far guerra ai loro nemici; con buona fede e senza frode, custodiremo e salveremo i Trevisani e le cose loro in tutt’i borghi e le ville nostre, in piano e in monte; faremo oste e cavalcata, coi nostri uomini che sono dalla Livenza sin qua, liberi e servi; se si farà colletta o boateria (tassa sui bovi) fuor di città sopra i campagnuoli, vogliamo che vi obbediscano anche i nostri; daremo opera e consiglio affinchè quelli di Conegliano vengano a pace col Comune di Treviso, e prestino giuramento che noi prestiamo; faremo giurare dieci uomini di ciascuna nostra parrochia (curia), ad elezione dei consoli o del podestà, di seguirli e render ragione, e guardare e salvare gli uomini di Treviso e le cose loro.
Il podestà e i consoli e il Comune di Treviso di rincontro giuravano, salvare e mantenere essi da Camino, come qualunque cittadino di Treviso, e i loro paesi e gli abitanti liberi o servi; se il comune di Treviso distruggerà alcun loro castello, lo riedificheranno; non osteranno a che ottengano ragione in qualunque lite o querela; non impediranno le guerre private già in corso, quand’anche le parti volessero fare il duello innanzi ad essi consoli o ai loro successori; non s’intrometteranno delle liti di libertà, mosse dagli uomini del loro contado; dan piena rimessione de’ danni e delle ingiurie passate, e delle pene e multe e dei bandi; e non si brigheranno degli uomini loro, abitanti di là della Livenza e in Cadubria; che se mancassero in alcuna di queste promesse, pagheranno lire quattromila venete, obbligando in sicurtà i beni comunali, di modo che possano occuparli e prenderne i frutti; e tutto ciò sarà giurato ogni dieci anni da cento militi e ducento pedoni.
Nel 1199 Alberto e Magninardo de’ conti Guidi cedevano ai Fiorentini il castello di Semifonte, giurando sui vangeli di salvare, custodire, difendere ogni persona della città di Firenze e dei borghi e sobborghi, far carta di vendita del poggio di Semifonte, quale è contenuto coi muri e le fossa, e lasciar copiare dal podestà e dai consiglieri le carte che vi sono; faran guerra quando ne siano domandati con lettere portanti il sigillo del Comune, nè faran pace o tregua o accordo co’ nemici senza consenso del podestà o de’ consoli; abiterà ogn’anno un di loro un mese in Firenze; faranno dazio al Comune di Firenze, sicchè possa mettere accatto su tutti i beni e le persone loro; del quale accatto metà andrà alla città di Firenze, metà al conte Alberto e sua discendenza; di qualunque strada passi sulla loro terra e giurisdizione non toglieranno pedaggio ad alcun cittadino o mercante di Firenze; non faranno alcun castello, nè incastelleranno alcuna terra nel poggio fra Virginio e l’Elsa, se non con permissione del magistrato di Firenze. Lami, Memor. Eccl. florent., pag. 389.
Di simili patti n’ha molti nel II volume delle Carte nei Monum. Hist. patriæ. Così nel 1181 Ansaldo di Valenza giura la cittadinanza di Vercelli, promettendo comprarvi una casa di cinquanta lire pavesi ed abitarvi, difendere i Vercellesi, far guerra e pace con essi, dare ai consoli il fodro di quattrocento lire susine. Nel 1183 Obizzo marchese Malaspina e suo figlio Obizzino ai consoli di Piacenza consegnano il castello, il dongione, la torre e tutta la fortezza di Oramala. Nel 1185 Giacomo Zabolo e Pietro Bello di Cavaglià giuravano la cittadinanza di Vercelli, e comprerebbero una casa, la quale obbligavano ai consoli; l’anno seguente Guglielmo di Quarenga e Ansaldo; poi altri, sempre obbligandosi a comprare una casa e sottostare ai pesi comuni. Nel 1198, 22 aprile, si rogano i patti che gli Astigiani impongono ai signori di Manzano, Sarmatorio, Montefalcone, obbligandoli specialmente a far guerra ai marchesi di Monferrato e ai conti di Biandrate. Altri giuramenti al comune d’Asti vi sono alle pagine 1320, 1321, 1354, 1357, 1358, 1360. Ai 13 febbrajo 1190 Alba riceve per cittadini gli uomini di Magliano, Monticelli, Mango.
* Il Comune di Vercelli fu de’ primi e più operosi a fondare borghi franchi, che furono sin 22 nel piccolo territorio. Sul che vedi Mandelli, Il Comune di Vercelli nel medioevo, 1858.
[66]. Ex quo fit ut tota illa terra (Lombardia) intra civitates ferme divisa, singulæ ad commanendos secum diœcesanos compulerint; vixque aliquis nobilis vel vir magnus tam magno ambitu inveniri queat, qui civitatis suæ non sequatur imperium. Otto Frisingensis, lib. II. cap. 3.