[269]. Il carroccio di Cremona chiamavasi Gajardo; quel di Padova, Berta; quel di Parma, Crepacuore o Regoglio ecc.

[270]. Vedi spesso il Machiavelli, che dice come le guerre prima de’ suoi dì «si cominciavano senza paura, trattavansi senza pericolo, finivansi senza danno»; lib. V. Anche il Guicciardini dice la battaglia del Taro «memorabile, perchè fu la prima che da lunghissimo tempo in qua si combattesse con occisione e col sangue in Italia». E più umanamente il buon Muratori narra d’una battaglia del 1469, importante «ma con uccisione di pochi perchè in questi tempi gli Italiani faceano guerra non da barbari ma da cristiani, e davano quartiere a chiunque non potendo resistere si arrendeva».

[271]. Chron. Ferrariæ, Rer. It. Scrip., VIII.

[272]. Chi ricorda le colonie civilizzanti e lavoratrici che proponevano i Sansimoniani nel 1833, e i Falansteri di Fourier predicati dopo il 1840, ne troverà già il modello nei Cistercensi. Dove era il grosso dei loro possessi doveva porsi una colonia di frati conversi, diretti da un professo, il quale era come il fattore di tutta la grancia o cascina. Egli dava il segno quando dovessero uscire al lavoro, egli distribuiva ad essi i ferri del mestiere, egli ne fissava le funzioni di armentiero, carrettiere, zappatore, boaro, e così via. Non doveva accettarsi frate se non chi potesse guadagnarsi il vivere colle proprie mani. I conversi non doveano tenere alcun libro, nè imparar altre preci che il pater, il credo e il miserere. Chi avesse dei fondi male andati chiamava una colonia di Cistercensi a rimetterli in essere: così Rainaldo arcivescovo di Colonia, ch’era venuto a portarci guerra col Barbarossa, avendo trovato la sua prebenda in disordine, chiamò di tali frati, qui et curtibus præessent, et annuos redditus reformarent.

Il monastero di Chiaravalle fu fondato nel 1135 con tenuissime rendite, ma i monaci lavorando, comprando principalmente i zerbi cioè incolti, e prendendo a livello, ebber in breve quattro buone possessioni: indi acquistarono il fondo di Cerreto nel Lodigiano, e Morimondo nel Pavese, e altri. A Chiaravalle, sopra uno spazio di tre pertiche appena, si incrocicchiano ben sette acquedotti artifiziali. Fin del 1138 ci resta un contratto, ove quei monaci compravano alquanti zerbi da un Giovan Villano col diritto di trarre acqua dalla Vetabia, e di potere all’uopo fare fossati traverso ai poderi d’esso Villano e una chiusa: ut monasterium possit ex Vectabia trahere lectum, ubi ipsum monasterium voluerit: et si fuerit opus, liceat facere eidem monasterio fossata super terram ipsius Johannis ab una parte vie et ab alia, et possit firmare et habere clusam in prato ipsius Johannis, etc. Di simil tenore molte carte sono addotte nelle Memorie Longobardiche Milanesi, e massime per l’acquisto delle acque d’un fosso che i Milanesi aveano fatto attorno alla città, obbligandosi di tenerlo spurgato. Fin d’allora vi riscontriamo tutti gli artifizj presenti di paratoje, stravacatori, salti di gatto, bocchelli, incastri; insegnarono essi l’economica distribuzione per ore, vendendo e affittandone il diritto. Coltivavano anche la vigna, e tutti gli storici nostri menzionano una botte di 500 brente di vino, ch’essi distribuivano in elemosina. Prati marcidi son mentovati in carte del 1233 e 35 e 54.

È un dovere il rammentare al secolo gaudente le opere di quei poltroni di frati (nota tratta dalla Storia di Milano del Cantù).

[273]. Affò, Storia di Parma, tom. II. p. 249. Anche più tardi Amedeo VIII di Savoja faceva doni a un eremita che s’occupava di mantenere le strade presso Ginevra, ed altri a un canonico che fondò la strada da Meillery a Bret. V. Cibrario, Economia polit., 363. Una supplica sporta il 5 aprile 1317 alla Signoria di Firenze comincia: Cum fratres Sancti Salvatoris de Septimo et fratres Humiliatorum omnium Sanctorum de Florentia, olim et hodie multipliciter servierint et quotidie serviant communi et populo florentino in omnibus quæ ipsi communi expediunt etc.

[274]. «E tutte le creature appellava fratelli e sirocchie, dicendo che tutti aveano uno cominciamento da un medesimo creatore e padre». Vite de’ Santi Padri.Fratres mei aves, multum debetis laudare Creatorem.... Sorores meæ hirundines... Segetes, vineas, lapides et silvas, et omnia speciosa camporum, terramque et ignem, aerem et ventum, ad divinum movebat amorem.... Omnes creaturas fratris nomine nuncupabat, frater cinis, soror musca. Tom. Celano suo discepolo. Acta SS. octobris. Vedi i Fioretti di san Francesco, uno de’ più ingenui libri del nostro Trecento.

[275]. È particolarità notevole nei frati questa venerazione per le opere di Dio, e la custodia delle piante storiche. Abbiamo già accennato l’albero di san Benedetto a Napoli: a Roma si sta volentieri al rezzo di quello ove san Filippo Neri col bello educava alla virtù i giovani del suo Oratorio: ivi pure a Santa Sabina additano un arancio piantato da san Domenico: uno da san Tommaso d’Aquino a Fondi. Se Aristotele o Teofrasto scrivessero ora la storia naturale, non dimenticherebbero queste particolarità.

[276].