[348]. Bianchini, St. delle finanze nel regno di Napoli. Il Regestum Friderici II, ann. 1239 e 40, edito dal Carcani nel 1786, contiene mille e otto lettere di Federico, desunte dall’archivio di Napoli, e che concernono principalmente le finanze, dove l’imperatore mostra molta intelligenza, sebbene costretto dalle continue guerre a smungere il paese ch’e’ volea rifiorire.
Non è superfluo l’esaminare con quali fornimenti Federico e i suoi nemici nutricavano la guerra in tempo che scarsissimo era il contante:
Federico guastò il bel sistema d’imposte della Sicilia con espedienti rovinosi, che appajono dalle sue lettere: ordinò una colletta generale; pose ingenti contribuzioni sui beni degli ecclesiastici, e fece amministrare da economi regj i vacanti; chiedeva ogni tratto tutto il denaro che fosse entrato nelle casse regie, lasciando così a scoperto le spese cui era destinato, e persino il vestire e nutrire Rinaldo d’Este e re Enrico suoi prigionieri od ostaggi. Una volta il giustiziere di Terra di Bari avendogli recate sole once d’oro cinquecento (lire 31,500), Federico volea farlo precipitare dalle mura, poi s’accontentò di destituirlo, surrogandogli il saracino Raasch; e ai sopportanti ordinò fra quindici giorni soddisfacessero, pena la galera (Matteo Spinelli di Giovenazzo, Diurnali, § 44). Limitò gl’interessi al dieci per cento, eppure tolse a prestanza fin al tre cadun mese; poi alla scadenza, mancandogli fondi, pagava il quattro e il cinque d’aggiunta. Avendo preso per tre mesi da diversi mercanti settemila ottocensessantatre once al tre e fin al cinque per cento il mese, alla scadenza capitalizzò l’interesse, crescendo così a undicimila seicentotre once. Queste somme erano contate in moneta di Venezia, sulle quali i mercanti guadagnavano ancora pel giro del cambio. All’assedio di Faenza non solo fuse tutto il suo vasellame e impegnò le gioje, ma battè una moneta di cuojo, avente da una parte un chiodetto d’argento, dall’altra l’effigie dell’imperatore, e dovea valere un agostaro d’oro, colla promessa di cambiarla in moneta buona, come fece. Le truppe, per regola, non avevano soldo, onde variavasi a norma delle circostanze: Federico dava ai pedoni da tre a cinque tarì e il vivere; a un cavaliere tre once d’oro al mese, coll’obbligo di provvedersi uno scudiere, un valletto, cavalli ed armi. L’oncia d’oro, pesante gramme 21.10, divideasi in trenta tarì: e quella valea lire 63.30, questi lire 2.11: onde il medio di un pedone era lire 8.44, d’un cavaliere 190; e il valore sta al quintuplo dell’odierno.
Le rendite del papa consistevano nelle regalie, e in un tanto per fuoco che pagavasi dai Comuni di dominio diretto, ch’era di nove denari ogni fumante, eccettuati ecclesiastici, militi, giudici, avvocati, notaj, e chi non avesse alcuna proprietà aggravezzata. I comuni però solean ridurla a un tanto fisso, che era per Fano, Pesaro, Camerino di cinquanta libbre d’argento ciascuna, cioè lire cinquemila; di quaranta per Jesi. L’imperatore poi occupava la maggior parte del territorio, sicchè ben poco da questo poteasi ricavare. Suppliva la decima del cinque, del dieci, fin dei venti per cento sulle rendite ecclesiastiche di tutto l’orbe cattolico, oltre le collette che si esigevano a titolo di crociata. Quando Gregorio IX noleggiò le navi di Genova per trasportare i cardinali al concilio di Roma, tolse a prestito mille marchi, ipotecati sui beni del clero, e pagò ducento libbre genovesi per un mese d’interesse. Il totale armamento costò cinquemila marchi, cioè lire ducencinquantamila, che alcuni mercanti si obbligarono di far pagare a Genova, a trenta giorni, mediante lo sconto di cinquantasette marchi (Regesta, lib. XIV, nº 3, 4). Esso Gregorio lasciò un debito di quarantamila marchi, pel quale i mercanti molestarono assai il suo successore.
I Milanesi emisero una carta monetata, con cui poteasi pagare le pene pecuniarie; nessun creditore era obbligato riceverla in pagamento, ma il debitore non andava soggetto a sequestro se avesse in cedole di banco tanto di che soddisfarlo. Per ritirarla poi di corso, si formò il catasto delle rendite, sulle quali si stabilì una tassa che in otto anni rimborsò quel debito.
[349]. Ep. Petri de Vineis, lib. III. Preside all’università era il celebre giureconsulto Pietro d’Isernia con dodici oncie d’oro all’anno.
[350]. In testa al ponte v’avea un castello con due torri; era ornato di marmi, bassorilievi, statue, fra cui quelle dell’imperatore, di Pier delle Vigne, di Taddeo di Suessa. Il monumento costò ventimila once d’oro.
[351]. Sigonio, De regno ital., I. pag. 80: Nec enim ob aliud credimus quod providentia Salvatoris sic magnifice, imo mirifice dirigit gressus nostros, dum ab orientali zona regnum hierosolimitanum, Conradi clarissimi nati nostri materna successio, ac deinde regnum Siciliæ, præclara materna nostræ successionis hereditas, et præpotens Germaniæ principatus sic nutu cælestis arbitrii, pacatis undique populis, sub devotione nostri nominis perseverat, nisi ut illud Italiæ medium, quod nostris undique viribus circumdatur, ad nostræ serenitatis obsequia redeat et imperii unitatem.
Il volere che la Sicilia non appartenesse a un principe il quale dominasse altrove, è imputato ai papi come un sentimento antitaliano, figlio della barbarie del medioevo e della stupida ambizione pretina. Ma nell’anno del riscatto dell’italianità, nel 1848, i Siciliani, insorti come tutto il resto della penisola, davansi una costituzione, il cui § 2 diceva: — Il re de’ Siciliani non potrà regnare o governare su verun altro paese. Ciò avvenendo, sarà decaduto ipso facto».
[352]. Ricardo da San Germano, pag. 1039. — Godi, Chron., pag. 82.