Dicono che il papa, interrogato dal re che dovesse farne del prigioniero, rispondesse: — La vita di Corradino è morte di Carlo; la vita di Carlo è morte di Corradino». Se il Giannone, nella sua servilità ai re, che poi doveano ripagarlo di tal moneta, bevette questa brutalità colla sua solita irriflessione, la trovò improbabile perfino il Sismondi, così corrivo in tutto ciò che denigri i pontefici. Anche il sardo cronista di Pisa e ghibellino scrive che Carlo mandò al papa chiedendo «ciò che di loro dovesse fare», e che il papa rispose che «non era consiglio di prete che altri andasse alla justizia». Secondo il Chron. imaginis mundi, la risposta di Clemente fu: De Conradino filio iniquitatis vindictam non querimus, nec justitiam denegamus; nei Monum. Hist. patriæ.
[408]. Presso i Bollandisti, Acta SS. martii, tom. III. p. 190.
[409]. Ut faciat rex de vitulo superstite victimam, Conradinum recognoscentem sæpius contra matrem Ecclesiam deliquisse, nec minus contra regem ipsum vehementer errasse, procuravit per quosdam Ecclesiæ cardinales illuc propterea per sedem apostolicam destinatos absolvi. Malaspina.
[410]. Nell’archivio di Stuttgard esiste il testamento di Corradino, o piuttosto codicillo di testamento anteriore non pervenutoci, dettato il 29 ottobre, presenti Giovanni Bricaudi sire di Nangey, e quell’Erardo di Valery che avea dato a Carlo il suggerimento per cui vinse la battaglia di Tagliacozzo. Provvede al pagamento d’alcuni debiti; fa molti legati a monasteri germanici; ai duchi di Baviera suoi zii lascia «tutti i beni patrimoniali e feudali con tutte le persone d’ambo i sessi a lui appartenenti ne’ paesi germanici o ne’ latini», e raccomanda loro Corrado e Federico d’Antiochia suoi cugini. Della madre non fa cenno, non della sua fidanzata, che si suppone fosse Brigida dei marchesi di Misnia: che non parlasse d’un erede a’ suoi diritti sul trono di Sicilia è facile comprenderlo, dettando egli sotto gli occhi di amici del nemico suo.
È tradizione destituita di fondamento che Elisabetta di Baviera (la quale erasi rimaritata in Mainardo conte del Tirolo della casa di Gorizia) venisse in persona, sovra una galea tutta nera, a raccogliere il corpo del figlio, per farlo sepellire nella chiesa del Carmine da lei fondata; e che in memoria di ciò que’ frati ponessero una statua colla borsa in mano, statua che or mutila è abbandonata in un magazzino del museo degli Studj. L’iscrizione che or accenna quel fatto, fu posta il secolo passato per cura di Michele Vecchione.
Sotto Giovanni I, un cuojajo napoletano, di nome Domenico di Persio, si ricordò di quell’infelice che i parenti principeschi aveano dimenticato, e dalla regina si fe cedere il terreno dove era stato ucciso, e vi fece erigere una cappella ed una colonna sormontata da una croce colla Madonna e la Maddalena e il simbolo affettuoso del pellicano. La confraternita de’ cuojaj la prese in cura, e vi facea celebrare nelle solennità, finchè la cappella non bruciò nel 1785. La colonna vedesi ancora al vestibolo della sacristia nella moderna chiesa delle Anime del Purgatorio, e la croce staccatane è nella sacristia stessa sovra un altare.
Ricordano Malaspini e dietro lui altri annalisti raccontano come al supplizio assistesse Roberto conte di Fiandra, genero di Carlo, e che, udita la sentenza, s’avventò al protonotaro esclamando: — Malnato! tocca a te condannar un signore sì nobile e gentile?» e lo trafisse. Colpo da francese: ma, per disgrazia de’ romanzieri, in un Memoriale del podestà di Reggio, inserito nel tom. VIII. del Rer. Ital. Scrip., si trova che il 18 ottobre Margherita di Borgogna, nuova sposa di Carlo d’Angiò, pervenne a Reggio e vi si fermò, ed ivi giunse a incontrarla Roberto alla fin del mese, quando appunto accadeva il supplizio di Corradino; poi nel lib. iii. p. 215 del Summonte, Istoria di Napoli, è riferito un diploma reale del 15 dicembre seguente, dato per mano di maestro Goffredo di Belmonte cancelliere e Roberto di Bari protonotaro del regno.
Ogni scolaretto ha inteso raccontare che Corradino dal palco gettò un guanto, come segno che invitava alla vendetta il suo erede, che era Pietro d’Aragona, al quale fu portato da Giovanni di Procida o da Enrico di Waldburg. Questo fatto non appare in alcuno storico napoletano avanti il Collenuccio; ma prima ne avea parlato Giovanni abate di Victring in Carintia, che fece una cronaca sin al 1344; autorità lontana di tempo e di luogo. Del resto, come c’entrava Pietro d’Aragona? Costui avea sposato Costanza figlia di Manfredi, da Corradino ritenuto per usurpatore e spergiuro; possibile ora volesse designarlo come erede? Per giustificare l’assalto della Sicilia, Pietro non cercò altri titoli che la chiamata del popolo, non allegò questo guanto nè la successione di Corradino, bensì quella di Manfredi. Da Federico II era nata legittimamente Margherita di Svevia maritata in Alberto langravio di Turingia, alla quale avrebbe potuto competere l’eredità degli Hohenstaufen, se altrimenti non n’avesse già disposto la spada, e lei in fatti aveva il re Corrado indicata erede ove si estinguesse la linea mascolina; e suo figlio Federico non dimenticò i suoi diritti al regno di Sicilia, e ne prese il titolo, sotto il quale diede concessioni e ricevette ambasciate dalle città lombarde e dalle sicule.
[411]. Ep. Rodulphi, ap. Raynaldi.
[412]. Jactatis inanibus verborum lenociniis, oratorem, quam, rapto contra Tartaros exercitu, Christianum imperatorem agere malebat. Ep. di Gregorio IX, ap. M. Paris.