LIBRO OTTAVO
CAPITOLO LXXXI. Origine dei Comuni.
Un pregiudizio attaccatoci da moderni scrittori confonde il Comune colla repubblica, la libertà civile colla libertà politica; onde, al nominare l’istituzione dei Comuni, immaginiamo una di quelle formidabili sollevazioni del dolore irritato, ove le plebi insorgessero contro i governanti, risolute di partecipare ai diritti politici di questi.
Nulla di ciò. Erano i deboli, che aspiravano ai diritti dell’umanità, a scuotersi di dosso il giogo feudale divenuto intollerabile, staccarsi dalla gleba, tornare liberi della persona, degli averi, della volontà, unendosi coi signori sotto una comune giustizia. In Italia queste franchigie crebbero fino a costituire gloriose repubbliche; in Francia, al contrario, diedero fondamento all’autorità monarchica; in Inghilterra i Comuni si congiunsero coi baroni onde fare a quella contrappeso; insomma possono associarsi con qual sia forma di governo, essendo il Comune un’estensione della famiglia, anzichè uno sminuzzamento del principato.
L’origine de’ Comuni è uno dei punti che più vennero esaminati e controversi, dopochè le molte carte tratte in luce, e l’esame de’ varj elementi della vita sociale mostrarono l’importanza di quella oscura transizione dal vecchio mondo al moderno, donde cominciò il medio ceto, o, come dicono, il terzo stato, che in sostanza è il popolo d’oggi. Gli scrittori municipali troppo poco s’avvidero dell’interesse che ispirerebbe ai loro racconti il tratteggiare la vita interna e il particolare incremento degli uomini e della società comunale: sicchè noi non abbiamo, ch’io sappia, la compiuta storia d’alcun Comune. Il Sismondi saltò di netto la quistione, che pur era capitalissima in una storia delle repubbliche. Il Muratori adunò preziosi documenti, ma non ne dedusse un concetto generale e coerente, pur in massima allineandosi co’ suoi contemporanei nel credere che i Comuni nostri fossero una continuazione degli antichi. Ciò fu sostenuto incidentemente da molti e con erudizione dal Savigny e dal Pagnoncelli; il quale avrebbe avanzato assai questo tema se avesse meglio distinti i tempi. Altri sentirono col Raynouard, che in Francia, e principalmente nella parte meridionale, vedea le antiche municipalità sopravivere al naufragio barbarico, e al lentare dell’oppressione rigalleggiare per formare il Comune[1]. S’egli in ciò (come in quella sua lingua romanza, alla quale pur aderirono spensieratamente altri Italiani) abbia recato un’erudizione di buona lega, se con rettissima coscienza sostenuto un paradosso, non è qui luogo a discuterlo: basti che in quistioni sì delicate bisogna stare guardinghi di non attribuire un senso generale a ciò ch’è particolare, nè applicare ad una nazione quel che in un’altra si avveri.
V’inciamparono in senso opposto i Tedeschi, sostenendo i Comuni nostri figliati dalla società germanica; essere in ogni città rimasti uomini della stirpe conquistatrice, e in conseguenza liberi, sebbene non possessori di feudi, e dipendenti soltanto dal re; i quali moltiplicaronsi mediante le emancipazioni ed il commercio, tanto che il loro Comune esclusivo divenne il nuovo Comune generale[2].
L’eclettismo, riprovevole quando assonni in mezze verità gli spiriti non bisognosi di profonde convinzioni, merita lode quando, nessuna escludendone, tutte le pondera senza predilezione, onde raggiungere la certezza relativa dove l’assoluta è inarrivabile. E in Italia appunto tutti que’ sistemi hanno alcuna parte di verità, attesa la diversissima sorte che corsero i paesi nostri, da diversissimi elementi derivando.
Prima di Roma, l’Europa civile era disposta in municipalità sovrane, mai non essendosi alzato un grande impero che le singole riducesse ad unità di legge e di amministrazione; e in ciò risiede la capitale differenza dei popoli nostri dagli asiatici. Roma stessa fu un municipio, il quale prevalse dapprima agli altri italici, poi a tutti d’Europa, e quei governi parziali restrinse all’amministrazione civile. Tali noi gli abbandonammo allo sfasciarsi dell’Impero; tali li trovarono i Barbari. Questi forse lasciarono sussistere qualche forma di regime comunale, non già per generosa indulgenza, ma per ignoranza e per difetto d’ordini surrogabili; ma se permisero alla stirpe vinta qualche resto di paesano reggimento, non potè essere che ristretto e precario quanto il portava una militare oppressione. Tassarsi fra loro per conservare un ponte, una via; eleggere chi riscotesse le taglie imposte dal vincitore; congregarsi per nominare i parroci e i vescovi; qualc’altro atto di non maggiore rilievo, erano per avventura i soli residui di costituzione cittadina. Vero è che ogni memoria quasi ce ne manca nel IX e X secolo[3]: ma di quant’altre cose non è allora interrotta la ricordanza fra tanto scompiglio e sì poche scritture?
Nè questa persistenza sotto i Barbari parrà fuori di buona congettura a chi veda persino i Turchi abbattere amministrazione, istituzioni, costumi, gerarchia dell’impero orientale; eppure ai tributarj non imporre nè le loro forme amministrative, nè la legge civile, talchè le istituzioni adottate dai raja si mantennero indipendenti affatto dal canone musulmano.