Alaimo fu poi fatto maestro giustiziere, e valse a reprimere i molti che reluttavano alla nuova dominazione, e acquistò tal reputazione che eccitò la gelosia dell’infante don Giacomo. La crescevano i superbi portamenti di Macalda, la quale tenevasi alta fin con Costanza, e non volea dirle regina, ma solo madre di don Giacomo; se compariva alla Corte, era per isfoggiare abiti e gioje. Contro ogni decenza, volle in un convento passar la gravidanza e il parto, sol per godere l’amenità del luogo: Costanza fu a visitarla, e n’ebbe accoglienze sgarbate; offrì di levare al battesimo il neonato, e Macalda rispose non voler esporlo a quel bagno freddo, poi tre giorni appresso vel fece tenere da popolani. Costanza, male in salute, si fece portare in lettiga da Palermo al duomo di Monreale; e Macalda essa pure, per le strade della città e fin a Nicosia in lettiga coperta di scarlatto, di che fu un gran mormorare. Re Giacomo viaggiava con trenta cavalli di scorta; e Macalda con trecento, e volea far da giustiziere, e apponeva a re Pietro di avere mal compensato coloro, che del resto l’aveano domandato compagno e non re.
Alaimo condiscendeva alla moglie, e dicono le giurasse non dar mai consigli a danno dei Francesi, anzi procurarne il ritorno in Sicilia. Se il facesse nol sappiamo; certo i re aragonesi gli si avversarono, fors’anche per la solita ingratitudine a chi più beneficò. Giacomo finge spedire Alaimo in gran diligenza a suo padre in Catalogna per sollecitarne ajuti: Alaimo va, è accolto con ogni maniera di cortesia; ma appena egli partì, la plebe di Messina, sollecitata dal Loria, lo grida traditore, affollasi alla sua casa ad ammazzare i Francesi prigionieri di guerra che vi tenea, e così quelli che stavano nelle carceri e che egli aveva salvati. Macalda accorse per sostenere i suoi fautori, ma vide il marito dichiarato fellone e confiscatigli i beni, Matteo Scaletta fratello di lei, decapitato; ella stessa chiusa in un castello, forse vi finì la vita. Alaimo, dopo alquanti anni, fu rimandato verso la Sicilia, e come fu in vista della patria isola, buttato in mare. V. Cronaca catalana, cap. xcvi; De Neocastro, Speciale; D’Esclot ecc.
[200]. Gregorio, Considerazioni sulla storia della Sicilia. Palermo 1807.
[201]. Frà Jacopone da Todi gli scriveva una canzone per mostrargli quanto corresse pericolo l’anima sua nel papato:
Che farai, Pier di Morone?
Se’ venuto al paragone;
Vederemo il lavorato
Che in cella hai contemplato;
Se il mondo è di te ingannato,
Seguirà maledizione.....