[253]. Dell’uso e dell’autorità della ragion civile nelle provincie dell’impero occidentale, dal dì che furono inondate da Barbari sino a Lotario II. Napoli 1720-22-51.
[254]. Istoria d’Italia dalla venuta d’Annibale fino al 1527, di Girolamo Briano. Venezia 1624. — Italia travagliata, dove si narrano i fatti dalla venuta d’Enea al 1755 per frà Umberto Locato vescovo di Bagnarea. Ivi 1776.
[255]. Chi abbia veduto le storie dei Malespini, del Compagni, dei Villani, troverà ben ingiusto il Machiavelli, ove pronunzia che sono diligentissimi nel descrivere le guerre coi forestieri, «ma delle civili discordie, e delle intrinseche inimicizie, e degli effetti che da quelle sono nati, averne una parte al tutto taciuta, e quell’altra in modo brevemente descritta, che ai leggenti non puote arrecare utile o piacere veruno... Perchè se niuna cosa diletta o insegna nella storia, è quella che particolarmente si descrive; se niuna lezione è utile ai cittadini che governano le repubbliche, è quella che dimostra le cagioni degli odj e delle divisioni della città, acciocchè possano, con il pericolo d’altri divenuti savj, mantenersi uniti». Proemio alle Storie fiorentine.
[256]. Epistolari historia nulla fidelior atque tutior. Baronio.
[257]. Frà Paolo Sarpi l’8 giugno 1612 incoraggiava il celebre Casaubono a scrivere contro il Baronio, di cui non è male che non dica: solo lo scaltrisce che, se lo tacciasse di mala fede e di frode, nessun gli crederebbe di quelli che il conobbero; «era uomo integerrimo, se non che beveva le opinioni di chi gli stava dattorno».
[258]. La stampa più compita è quella di Lucca del 1738-57 in quarantatre volumi: Apparatus Annalium ecclesiasticorum Baronii, additis O. Raynaldi, G. Laderchi (che li seguitò grossolanamente fino al 1571), A. Pagi, J. Casauboni, L. S. Le Nain Tillemont, H. Noris, per opera di G. D. Mansi. Il padre Theiner s’accinse a proseguirli, ma presto si fermò.
[259]. «Sereno cominciò a voler raccorciare il piviale a Donato (al 719). Ma un grand’imbroglio era il dover correre dietro a costoro (722). Non sapevano digerirla d’aver per signore un imperatore empio (728). Per timor della pelle se ne tornò a Roma (731). S’imbrogliarono in quest’anno non poco gli affari d’Italia (740). Cammina con tutti i piedi lo zelante gridar del papa (770). Vedendo il re Carlo esser un osso duro quella città (773). Cosa manipolassero insieme papa Giovanni e Bosone, si raccoglie da... (878). Federico, quant’era da lui, avrebbe ridotto il papa a portar il piviale di bombagina (1239). Mastino cominciò a imbrogliarsi col comune di Venezia (1336). L’armata veneta gli diede un giorno una buona spelazzata (1509). Gli arrabbiati villani non furono pigri a menar le griffe (ivi). Il vicerè ebbe dei meremur dal re cattolico (1563). Parea che a Leopoldo non mancasse mai qualche miracolo in saccoccia per risorgere (1704). Per lui Cola da Rienzo è un vile, Masaniello un arlecchino finto principe.
[260]. Senza ripetere qui ciò che in lavoro più ampio noi sostenemmo, invitiamo i lettori di poca fatica a consultare le prime pagine d’uno storico moderno, liberalissimo e protestante, T. B. Macaulay nella Storia d’Inghilterra, ediz. Pomba 1852, pag. 43, tom. I.
[261]. Si declamò tanto contro il poeta francese Lamartine perchè chiamò l’Italia la terra dei morti; e quand’era affisso all’ambasciatore francese a Firenze, dovette darne soddisfazione colla spada a Gabriele Pepe. Eppure la frase stessa si trova nel Sismondi, autore de’ più benevoli all’Italia e apprezzato per liberalità. Nel capo 126 della Storia delle Repubbliche dice chiaro che, «sia che si osservi tutta intera l’Italia, e si esamini la natura del suolo o le opere dell’uomo e l’uomo stesso, sempre si crede essere nel paese de’ morti, vedendo insieme la debolezza della generazione presente e la possa di quelle che la precedettero». La sottintendono poi tutti quelli che oggi non san parlare che del risorgimento dell’Italia.
[262]. In un erudito tanto benemerito, e che sarà sempre fonte preziosissima, spiace quella trivialità di critica e di riflessi. Aprendolo a caso, leggo al lib. III. c. 1. § 3 della sua Storia della letteratura: «S’ei debba chiamarsi Biondo Flavio o Flavio Biondo, ella è questione non ancor bene decisa, e poco importa il sapere com’ella debba decidersi. Io scrivo Biondo Flavio perchè così leggesi nell’iscrizion sepolcrale a lui posta, e negli antichi Annali di Forlì sua patria, pubblicati dal Muratori; e così pure lo chiama Francesco Filelfo in più lettere a lui scritte, delle quali diremo fra poco. Che se ciò non ostante altri crede ch’ei debba dirsi Flavio Biondo, io non per ciò vo’ movergli guerra». Al tom. VII. part. III. pag. 1169: «Di Benedetto Bordone appena mi tratterrei io a parlarne, se una quistione assai dibattuta qui non ci si offerisse, e che non vuolsi passar senza esame; cioè se fosse padovano o veronese, e, ciò che più importa, se ei fosse o no il padre del celebre Giulio Cesare Scaligero»; e sei pagine profonde in tal discussione attorno un autore che appena crede degno d’essere mentovato. Al tom. VIII. l. II. c. IV. nº 19: Gioachino Scaino fu uno de’ più illustri giureconsulti, e ne è testimonio l’onorevole iscrizione a lui posta nella sua patria dappoichè egli fu morto... Paolo Zanchi, bergamasco, meritò d’essere encomiato con orazione funebre da Giovita Rapicio».