Mirarique patrem docili condiscat ab ævo.

[338]. Dodici vestiti di scarlatto erano delle case Forni, Trinci, Capizucchi, Caffarelli, Cancellieri, Coccini, Rossi, Papazucchi, Paparesi, Altieri, Leni, Astalti; sei di verde, delle case Savelli, Conti, Orsini, Annibaldi, Paparesi, Montanari.

[339]. Incubui unice ad notitiam antiquitatis, quoniam mihi semper ætas ista displicuit. Ep. ad posteros.

[340]. Auctor venatus fuit ubique quidquid faciebat ad suum propositum. Benvenuto da Imola al XIV del Purgatorio.

[341]. Il Petrarca narra che Dante fu ripreso da Can Grande, qual uomo meno urbano e men cortese che non gli istrioni medesimi e i buffoni della sua Corte. Memorab., II. Avendogli Can Grande domandato: — Perchè mi piace più quel buffone che non te, cotanto lodato?» n’ebbe in risposta: — Non ti maraviglieresti se ricordassi che la somiglianza di costumi stringe gli animi in amicizia».

[342]. Sonetto 25. II. — Nella prefazione alle Epistole famigliari dice avere scritto alcune cose vulgari per dilettar gli orecchi del popolo. Nella VIII di esse soggiunge che per sollievo dei suoi mali dettò «le giovanili poesie vulgari, delle quali or prova pentimento e rossore (cantica, quorum hodie pudet ac pœnitet), ma che pur sono accettissime a coloro i quali dallo stesso male sono compresi». Nella XIII delle Senili: Ineptias quas omnibus et mihi quoque si liceat ignotas velim. E scolpandosi a quei che lo diceano invidioso di Dante: — Non so quanta faccia di vero sia in questo, ch’io abbia invidia a colui che consumò tutta la vita in quelle cose, in che io spesi appena il primo fiore degl’anni; io che m’ebbi per trastullo e riposo dell’animo e dirozzamento dell’ingegno quello che a lui fu arte, se non la sola, certamente la prima». E nella XI delle Famigliari modestamente: — Di chi avrà invidia chi non l’ha di Virgilio?» Altrove dice essersi guardato sempre dal leggere i versi di Dante, e al Boccaccio scrive: — Ho udito cantare e sconciare quei versi su per le piazze... Gl’invidierò forse gli applausi de’ lanajuoli, tavernieri, macellaj e cotal gentame?» Eppure Jacopo Mazzoni (Difesa di Dante, VI. 29) asserisce che il Petrarca «adornò il suo canzoniere di tanti fiori della Divina Commedia, che può dirsi piuttosto ch’egli ve li rovesciasse dai canestri che dalle mani». È un’arte dei detrattori senza coraggio il deprimere un sommo col metterlo a paraggio de’ minori. Ora il Petrarca due volte menziona Dante come poeta d’amore, ponendolo in riga con frà Guittone e Cino da Pistoja; Sonetto 257: Ma ben ti prego che in la terza spera Guitton saluti e messer Cino e Dante. Trionfo d’Amore, IV: Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia, ecco Cin da Pistoja, Guitton d’Arezzo.

[343]. Si confronti la descrizione della sera. Dante, Purg., VIII: — Era l’ora che volge il desìo e intenerisce il cuore dei naviganti il dì che dissero addio ai cari amici; e che punge d’amore il nuovo pellegrino se ode squilla da lontano che sembri piangere il giorno che si muore». Petrarca: — Poichè il sole si nasconde, i naviganti gettan le membra in qualche chiusa valle sul duro legno o sotto l’aspre gòmone. Ma perchè il sole s’attuffi in mezzo l’onde, e lasci Spagna e Granata e Marocco dietro le spalle, e gli uomini e le donne e ’l mondo e gli animali acquetino i loro mali, pure io non pongo fine al mio ostinato affanno».

[344]. Eppure la parola melanconia nè una volta si trova nei suoi versi.

[345]. Indicò chiaramente gli antipodi e il centro di gravità della terra; fece argute osservazioni sul volo degli uccelli, sulla scintillazione delle stelle, sull’arco baleno, sui vapori che formansi nella combustione (Inf., XIII. 40. XIV. III; Purg., II. 14. XV. 16; Par., II, 35. XII. 10), sull’origine delle meteore acquose (Ben sai come nell’aer si raccoglie Quell’umido vapor che in acqua riede Tosto che sale dove freddo il coglie), e sulla teoria de’ venti (il vento Impetuoso per gli avversi ardori), sul rapporto fra l’evaporazione del mare e le correnti de’ fiumi (In fin là, ’ve si rende (l’Arno) per ristoro, Di quel che il ciel della marina asciuga, Ond’hanno i fiumi ciò che va con loro). Prima di Newton assegnò alla luna la causa del flusso e riflusso (E come ’l volger del ciel della luna, Copre e discopre i lidi senza posa. Par., XVI). Prima di Galileo attribuì il maturar delle frutte alla luce che fa esalare l’ossigeno (Guarda il color del Sol che si fa vino Giunto all’umor che dalla vite cola. Purg., XXV). Prima di Linneo e dei viventi dedusse la classificazione dei vegetali dagli organi sessuali, e asserì nascer da seme le piante anche microscopiche e criptogame (Ch’ogn’erba si conosce per lo seme. Ivi, XVI; Quando alcuna pianta Senza seme palese vi s’appiglia. Ivi, XXVIII). Sa che alla luce i fiori aprono i petali e scoprono gli stami e i pistilli per fecondare i germi (Quali î fioretti dal notturno gelo Chinati e chiusi, poi che ’l sol gl’imbianca, Si drizzan tutti aperti in loro stelo. Inf., II); e che i succhi circolano nelle piante (Come d’un tizzo verde ch’arso sia Dall’un de’ capi, che dall’altro geme E cigola per vento che va via. Ivi, XIII). Prima di Leibniz notò il principio della ragion sufficiente (Intra duo cibi distanti e moventi D’un modo, prima si morria di fame Che liber uom l’un si recasse a’ denti. Par., IV). Prima di Boussingault e Liebig assegnò le rimutazioni della materia (Il ramo Rende alla terra tutte le sue spoglie). Prima di Bacone pose l’esperienza per fonte del sapere (Da questa istanzia può deliberarti Esperienza, se giammai la provi, Ch’esser suol fonte a’ rivi di vostr’arti. Ivi, II). Anzi l’attrazione universale vi è adombrata, cantando — Questi ordini di su tutti rimirano, E di giù vincon sì che verso Dio Tutti tirati sono e tutti tirano» (Par., XXVIII). Indica pure la circolazione del sangue, dicendo in una canzone: — Il sangue che per le vene disperso Correndo fugge verso Lo cor che il chiama, ond’io rimango bianco». Il che più circostanziatamente esprime Cecco d’Ascoli nell’Acerba:

Nasce dal cuore ciascuna arteria