4º di un parlamento a cui avean parte tutti i cittadini.
Nel 1225 si scelse un podestà, come aveano fatto Marsiglia e Arles; annuo, straniero e intitolato Dominus.
[370]. Storie fiorentine, lib. II. c. 19. 20. Sarebbero ducencinquanta milioni d’oggi. Galvano Fiamma dice ventidue milioni di zecchini; Alberto di Strasborgo diciassette milioni; Buonconte Monaldeschi quindici. Siamo appoggiati a Cristophe, Hist. de la papauté pendant le xiv siècle, tom. II. l. VI: e vedansi pure Hurter, Quadro delle istituzioni e costumi della Chiesa al medio evo; André, Monarchie pontificale au XIV siècle; Antiq. M. Æ., V. diss. 60.
Vedi pure Gregorovius, Gesch. der Stadt Rom in Mittelalter vom V bis zum XVI Jahrhundert. Stuttgard 1859.
[371]. De vestris marmoreis columnis, de liminibus templorum, de imaginibus sepulcrorum, sub quibus patrum vestrorum venerabilis cinis erat, ut reliquas sileam, desidiosa Neapolis adornatur. Così il Petrarca, dalle cui lettere desumo quella dipintura.
E Tomao Fortifiocca, Vita di Cola di Rienzo, tribuno del popolo romano, scritta in lingua volgare romana di quella età. Bracciano 1624: — La cittate di Roma stava in grannissimo travaglio. Rettori non avea. Onne dì se commettea. Da onne parte se derobbava. Dove era loco de vergini, se detorpavano. Non ce era reparo. Le piccole zitelle se ficcavano, e menavanose a deshonore. La moglie era tolta a lo marito ne lo proprio lieto. Li lavoratori, quando jevano fora a lavorare, erano derobbati. Dove? fin su la porta di Roma. Li pellegrini, li quali viengo pe merito de le loro anime a le sante chiesie, non erano defesi, ma erano scannati e derobbati. Li preti stavano per mal fare. Onne lascivia, onne male, nulla justitia, nullo freno: non ce era più remedio. Onne perzona periva. Quello più havea ragione lo quale più potea co la spada. Non ce era altra salvezza, se no che ciascheduno se defenneva con parienti e con amici. Onne die se faceva adunanza». Tanto basti per saggio del dialetto romanesco: ai pezzi che in appresso riferiremo, daremo terminazioni toscane. Quell’opera fu illustrata di copiose note da Zefirino Re nel 1828, poi nel 1854 con moltissime aggiunte e rettificazioni, valendosi de’ lavori pubblicati nell’intervallo. Quel cronista, a torto chiamato Fortifiocca, fu lodato e vituperato a vicenda da quei che di Cola vollero fare un eroe o un arruffaplebe. Realmente e’ scrisse come tutti i contemporanei di rivoluzioni, lodando sulle prime, vituperando poi; e chi sapeva leggere nel 1848, n’avrà il commento migliore nella propria memoria. Vedi pure Levati, Viaggi del Petrarca; Du Cerceau, Conjuration de Nicolas Gabrini dit de Rienzi tyran de Rome, 1733; Schiller, Rivoluzione di Cola di Rienzo 1788; Papencordt, Cola de Rienzo und seine Zeit, besonders nach ungedruckten Quellen dargestellt, 1841. I documenti inediti sono lettere di Cola a Carlo IV e all’arcivescovo di Praga, a cui racconta in latino tutta la sua storia. Le scoprì Pelzel, poi l’originale andò perduto; la copia fu pubblicata dal Papencordt, cui la morte impedì di seguitare la storia di Roma dalla caduta dell’impero fin al principio del XVI secolo. Sono da aggiungere dieci lettere che Giovanni Gaye pubblicò nel Carteggio degli artisti, vol. I, dirette dal tribuno alla Signoria di Firenze; e «documenti risguardanti le relazioni politiche dei papi d’Avignone coi Comuni d’Italia avanti e dopo il tribunato di Cola di Rienzo», nell’appendice 24 dell’Archivio storico.
[372]. Novella 3 della Giornata V.
[373]. Il prefetto di Roma dopo il senatore aveva il primo luogo, esercitato da baroni romani; ed aveva carico di mantenere la patria abbondante, e di tenere purgate e sicure le strade della campagna di Roma, nette da ladroni ed assassini, e con rigore li castigava. Però gli andava avanti un putto con la frusta; e le città, terre, castelli erano obbligati di mantenergli i soldati. E quando i pontefici coronavano gl’imperadori, egli teneva la corona imperiale, e andavagli sempre avanti vicino al pontefice; e nelle pompe portava una bacchettina d’oro in mano. E quest’uffizio lo esercitò molto tempo la nobilissima famiglia di Vico, concessole dal popolo romano e da’ pontefici in eredità successiva pe’ benemeriti di questa famiglia; ma poi per la loro mala vita ed enormi scelleraggini la perseguitarono con l’arme e la estinsero, e lo uffizio diedero ad altre famiglie nobili romane. Antiq. M. Æ., II. 858.
[374]. Della deputazione a Clemente VI facea parte il Petrarca; e l’orazione recitata da lui in quell’occasione, è una prosopopea ove Roma parla come una vedova la quale si lagni dell’assente marito. E gli dipinge tutti i meriti della città, fra’ quali principalmente le tante reliquie ond’è ricca la cuna di Cristo, i capelli della Madonna e parte della sua veste, la verga d’Aronne, l’arca dell’alleanza, un dito di sant’Agnese coll’anello nuziale che lo ornava, la testa di san Pancrazio che sudò sangue e versò lacrime quando i sacerdoti la sottraevano all’incendio appiccatosi a San Giovanni Laterano. Carminum, lib. II.
[375]. «Pinse una similitudine in questa forma. Era pinto un grandissimo mare, le onde orribili e forte turbate; in mezzo a questo mare stava una nave poco meno che soffocata, senza timone, senza vela. In questa nave, la quale per pericolare stava, ci era una femmina vedova, vestita di nero, cinta di cingolo di tristezza, sfessa la gonnella da petto, sciliati li capelli, come volesse piangere; stava inginocchiata, incrociava le mani piegate al petto per pietade in forma di pregare che suo pericolo non fosse; lo soprascritto dicea, Questa è Roma. Attorno questa nave da la parte di sotto nell’acqua stavano quattro navi affondate, le loro vele cadute, rotti li arbori, perduti li timoni. In ciascuna stava una femmina affogata e morta; la prima avea nome Babilonia, la seconda Cartagine, la terza Troja, la quarta Gerusalemme. Lo soprascritto diceva, Queste cittadi per la ingiustizia pericolaro, e vennero meno. Una lettera esciva fuora fra queste morte femmine, e diceva così: