Queste erano nate, non dirò dal fondersi, ma dallo accostarsi degli elementi indigeni con quelli della conquista, e sviluppate col sottrarre la giurisdizione dai conti e dai vescovi, poi difenderla contro delle armi tedesche e delle indigene ambizioni. Costretti a trionfare d’un potere guerresco, por freno ad un’autorità illimitata, restringere le immunità del clero e i privilegi dei nobili, sbalzare antiche famiglie dai possessi o dai dominj, emancipare gli schiavi, costruire l’edifizio nuovo con rovine impastate di sangue, i Comuni doveano di necessità passare per le tempeste, che sgomentano le anime paurose, ma che offrono nobile spettacolo a chi nella storia ama vedere gli uomini in contingenze che agitano il loro spirito, esaltano le loro passioni.

Chi scorresse il bel paese, lo trovava diviso in una infinità di Comuni erettisi in repubblica, e frammezzati da signorie militari. Quasi guardiano, il conte di Savoja teneva i due pendii dell’alpi Cozie e Graje, al meridionale de’ quali si appoggiavano i marchesi di Saluzzo e del Monferrato. Piemonte si diceva propriamente il paese fra le Alpi, il Sangone e il Po, cui terra principale Pinerolo. Sulla sinistra del Po Torino, già suddita de’ proprj vescovi, che nel 1169 ebbero dal Barbarossa l’immunità pel circuito d’un miglio[3], era superata ancora per traffici e attività da Chieri, per potenza da Ivrea ed Asti[4]. Vercelli dominava la destra della Sesia[5]; tra il qual fiume, il Ticino e l’Alpi che chinano al lago Maggiore prosperava il Novarese.

Nelle pingui pianure fra il Ticino, l’Adda e il lago Maggiore, Milano primeggiava tra altre città minori eppure indipendenti, quali Como che dominava la maggior parte del suo lago e di quel di Lugano, e addentrava nelle valli di Chiavenna fino alla Spluga, della Leventina fin al Sangotardo, della Valtellina fin allo Stelvio; Lodi, rinnovatasi in riva all’Adda inferiore; Crema sul basso Serio; Pavia che dal Ticino si allargava oltre il Po, fra i dominj di Vercelli, Novara, Tortona e il Monferrato; Bergamo, donna delle romantiche valli da cui colano l’Imagna, l’Oglio, il Serio, il Brembo; Brescia, estesa dall’Oglio fin ad Asola e al lago di Garda, in pericoloso contatto colla ghibellina Cremona, che estendevasi da Cassano a Guastalla, da Mozzànica a Bòzzolo, sull’isola Fulcheria, sullo Stato Pelavicino fra Parma e Piacenza, possedendo trecento ville e parrocchie.

Di là del Po, Alessandria, al confluente della Bormida e del Tànaro, rammentava sempre le proprie origini; sulla Scrivia fioriva Tortona; sulle due rive del Mincio e del Po da Asola fin alla Mirandola sanavasi per via di argini e di colmate il territorio di Mantova, allora più bella che forte. Verona fu sempre tenuta in gran conto dai dominatori forestieri, perchè signoriando dal territorio di Roveredo fin nel Polesine di Rovigo, schiudeva i passi dalle gole Trentine fino alla pianura circumpadana. Allo sbocco delle valli Alpine e tra l’Adige, il Piave, il Tagliamento[6] cresceano Bassano, Treviso, Vicenza, Padova: a Udine il patriarca, signore del Friuli e dell’Istria, colla sua potenza, non seconda che al papa, aveva impedito si formassero i Comuni, stabilendo invece una feudalità ecclesiastica con parlamento, cioè riunendo le forze sociali che altrove restavano spicciolate.

L’antica Gallia Cispadana, fra il Po, gli Appennini, la Trebbia e il Reno, era divisa tra Piacenza sulla Trebbia, Parma, Reggio, Modena che si spingeva fin presso al piccol Reno. A Ferrara si aggregava gran parte de’ paesi abbracciati dai varj rami pei quali il gran fiume pigramente scende all’Adriatico. Tante città, e l’una accosto all’altra! eppure all’aura della legale e consentita libertà seppero compiere imprese, cui appena basterebbero estesi principati.

Dappertutto, ma singolarmente ne’ territorj montuosi, eransi conservati o sorti castellani, signori assoluti ciascuno nella propria terra, e amici, nemici, alleati fra loro o colle città vicine come con Stati indipendenti. A piè dell’alpi Cozie prepoteano i Saluzzo, i Masino, i Balbo in mezzo alle repubbliche d’Asti e di Chieri, e una serie di castellotti annidava i signori della val d’Aosta. Nelle Retiche, a Trento sedeva un duca longobardo, che dominava a settentrione fin a Mezzolombardo, segnando il confine germanico Mezzotedesco che gli sta a fronte; a mezzogiorno abbracciava la val Lagarina, ma val Sugana restava annessa al distretto di Feltre. Sotto i Carolingi or formò contado distinto, or parve unito a Verona: ma gl’imperatori alemanni procurarono toglierlo all’Italia, investendone i vescovi, e unendone così le sorti a quelle di Bolzano, sede d’un graf tedesco. I vescovi ebbero dipendenti ma spesso contumaci i conti del castello Tirolo, che poi diede nome a tutto il paese: e dopo che Federico II mandò a tiranneggiar Trento il podestà Lazzaro da Lucca e l’odiato Rodegerio da Tito, il vescovo Engone sollevò le giudicarie, e lunga guerra ne seguì tra i guelfi di Lizzana, Madruzzo, Vigolo, Brenta, e i ghibellini d’Arco, Pergine, Campo, Levico: Trento era sbranata fra i partiti, e ne ingrandirono i conti di Tirolo, imparentati cogli Svevi e cogli Absburghesi, i quali infine ne divennero signori[7].

Essi conti, che dominarono la Rezia e la val Venosta, capitanavano i piccoli dinasti della val d’Adige contro i conti d’Eppan; ai quali poi prevalsero i conti di Gorizia, che molti secoli padroneggiarono le valli dell’Inn e dell’Eisack e il Tirolo settentrionale. Gli Andecks di Merano, segnalati nelle crociate e nelle guerre degli imperatori in Italia, fondarono Innspruck, furono duchi di Croazia e di Dalmazia, e terminarono nel 1248. I Castelbarco, che pretendeano derivare dai re di Boemia, tennero colla Lega Lombarda contro i vescovi di Trento, finchè questi si pacificarono con Verona, e investirono a quella famiglia Castel Pratalia e Castel Barco; la quale poi, parteggiando or cogli oltramontani ora coi Milanesi e i Veneti, crebbe a insigne grandezza.

Gli emulavano i conti d’Arco, che vantavansi stirpe di re Desiderio, e che possedettero Penede, Drena, Restoro, Spineto, Castellino, quasi a riva del lago di Garda. Vassalli del principe vescovo di Trento, da Federico II ebbero il mero e misto imperio; privilegio anteriore ad ogn’altro di famiglie tirolesi, non esclusa la absburgese. Eppure si avversarono all’imperatore, e come il resto del Tirolo italiano ebbero a soffrire dall’invasione di Ezelino: più tardi contesero coi signori di Madruzzo e coi Sejani di Lodrone pei possessi delle giudicarie interiori e di gran parte delle esteriori. Anche i signori di Lodrone riportano fin al XII secolo i dominj che li posero tra i grandi feudatarj del vescovado di Trento sin al perire de’ governi dinastici.

Al varco delle alpi Carniche i Porcia, i Brugnera, i signori di Prata, di Valvassone, di Spilimbergo divideansi col patriarca d’Aquileja il dominio del Friuli. Fra i deliziosi laghi di Como e di Lugano i Rusca estesero talvolta il dominio fin oltre il Montecenere ed alla robusta Bellinzona, dove incontravano i signori di Sax, padroni della retica valle Mesolcina. La consorteria dei Visconti, suddivisa in più rami, muniva di rôcche le due sponde del lago Maggiore. I Venosta, i Lavizzari, gli Avvocati, i Capitanei, i Quadrio di Valtellina erano spesso alle prese coi Lambertenghi, i Vitani, i Castelli, i Malagrida del Lario, e coi Torriani della Valsàssina, e coi Càrcano, i Vimercati, i Mandelli, i Pirovano, i Giussani, i Perego, i Parravicini, i Sirtori, gli Annoni, i Sacchi, i Riboldi, ed altri capitanei della Brianza. Nelle deliziose pendici vergenti al lago d’Iseo primeggiavano i Calepj, i Suardi, i Calini, i Martinengo, i Fenaroli: nel Pavese i Langoschi, i Gambarana, i Lomellini, i Beccaria: nel Lodigiano i Vignati, i Vestarini, gli Averganghi, i Sommariva: sul Milanese gli Airoldi, i Medici, i Crivelli, i Meiosi, i Pusterla, i Bianchi, i D’Adda, i Litta, gli Oldradi, gli Arconati, i Bossi, i Castiglioni ed altri signori delle castellanze varesine: in quel di Parma i Rossi verso l’Appennino; in quel di Piacenza i Pelavicini, i Landi, gli Anguissola, gli Scotti; sul Reggiano i Correggio, i Pico, i Fogliani, i Carpineti; sul Modenese i Montecuccoli; sul Mantovano i Bonacolsa e i Gonzaga; nel Cremonese i Pelavicini, i Barbò e i Secchi, che s’imparentarono fin cogl’imperiali Comneno; nel Padovano gli Estensi e i Carrara; nel Vicentino e nella Marca Trevisana i Collalto, i Camino, i da Romano, i Camposampiero; nel Veronese i Montecchi, gli Scaligeri, i Sanbonifazio.

Ai due corni di questa che chiameremmo Italia continentale, sviluppavano una libertà d’origine più antica e differente Genova e Venezia. Questa saviamente non erasi ancora dilatata sul continente italiano; e attenta al mare, oltre le estesissime colonie di Levante, aveva sottomesse Capodistria, Pola e le altre città di quella costa, e in Dalmazia Salona, Sebenico, Spàlatro, Narenta, finchè gli Ungheresi non gliele tolsero, eccetto Zara: e semicerchiava l’Adriatico, fin a pretenderne il dominio esclusivo. Genova teneva alta signoria sulla riviera a levante e a ponente del suo golfo, e su porzione della Corsica e della Sardegna: ma sulla costa e fra le balze della Liguria avevano conservato giurisdizioni feudali i Doria, gli Spínola, i Fieschi, i Grimaldi, gli Usodimare, i Zaccarìa; i marchesi del Carretto o del Finale prestavano omaggio all’Impero. Di là procedendo sulla riviera di Levante negli Appennini occorrevano le signorie dei Malaspina, poi fra le montagne lucchesi i Porcari, nella Versilia i nobili di Corvaja e Valecchia, nel Pisano i Segalari e quei della Gherardesca.