Lucca sulle due rive del Serchio e della Lima contendeva da libera con Pisa, la quale dominava il litorale toscano, le vicine isole Montecristo e Gorgona, fin dal VI secolo popolate da monaci Basiliani venuti d’Oriente, e quelle di Giglio, Elba, Pianosa e porzione della Sardegna; e cencinquantamila abitanti potea mantenere col prospero commercio. Ma a scapito di essa cresceva Firenze, il cui dominio si stendeva dalle alture che separano l’Elsa dall’Era affluenti dell’Arno, sin alla pendice degli Appennini in Romagna, e dalla valle superiore del Reno sin a mezzogiorno di Colle. Da colle a Montepulciano signoreggiava Siena, e fra le tre era chiuso il territorio di Volterra; paesi che, non ancora diffamati dalla mal’aria, fiorivano di agricoltura, di popoli, di castelli. E Siena e Arezzo a greco di essa, e Pistoja a maestro di Firenze, vedremo poc’a poco da questa ridursi alleate, poi suddite; infine Pisa stessa.

Molti castellani aveva accomunati Firenze; pure gli Uberti e i Pazzi fra le gibbosità del Valdarno superiore «non cessarono di fare contro al Comune di Firenze» (Coppo Stefani); gli Ubaldini dominavano il Mugello; ad occidente i Certaldi e i Capraja; nel Sienese gli Ardenghi a ponente, gli Scalenghi a levante, i Giulieschi a settentrione; negli Appennini fra la Toscana e Bologna gli Ubaldini, gli Ubertini, i Tarlati; i Cadolinghi a Fucecchio, nella Maremma i Pannochieschi, in val di Cornia gli Orlandi, in val di Fiora gli Aldobrandeschi. I moltissimi rami de’ conti Guido conservavano possessi in tutte le contrade di Toscana, ma specialmente nelle montagne di Pistoja e d’Arezzo, e i castelli d’Elci, di Gavornano, di Monterotondo ed altri nella maremma; altri a Spoleto e nella Romagna: sicchè questi e i tanti castellani fra cui era spicciolata la Garfagnana, tenevano circonvallate le repubbliche toscane; ma discosti dalle città, non pensavano o non riuscivano a formarvi partiti e ottenere preponderanza (Cap. XCV).

La Chiesa principava sulla Romagna, sulle marche d’Ancona e Spoleto, l’Etruria meridionale, la Sabina, il Lazio fin a Terracina e Fondi. Incontaminate le più da dominazione di Barbari, quelle regioni aveano molto conservato degli antichi ordini municipali, di maniera che ogni villaggio pretendeva l’autocrazia. Le città di diretto dominio pontifizio eleggevano i proprj magistrati, che esercitavano la giurisdizione civile e la criminale, quando fossero approvati dal papa e gli avessero giurato fedeltà; il qual giuramento prestavasi pure dai cittadini ogni dieci anni. Al papa rendevansi i consueti servizj feudali dai vassalli e le regalie; e ogni Comune gli tributava a proporzione delle teste, eccettuandone gli ecclesiastici, i militi, i giudici, gli avvocati, i notaj, e quelli che non avessero alcuna proprietà tassabile. Sotto Innocenzo III questa imposta gravava di nove denari ogni fumante; ma spesso i Comuni la traduceano in una contribuzione fissa[8]. Il conte di Romagna era nominato dal papa, e dipendente dal legato; ma ciò non impediva che vi crescessero i Comuni.

Però molti signori, sciorinando bandiera imperiale, si erano sottratti alla santa Sede, e fatti tiranni delle città; altri derivavano dall’indigena nobiltà romana o ravennate, o dalle capitanerie forestiere, o da parentela coi papi. Così tiranneggiavano a Bologna i Pèpoli e i Bentivoglio, a Ravenna e Cervia i Polenta, a Rimini e Cesena i Malatesta, a Fermo i Migliorati, ad Urbino i Montefeltro, a Camerino i Varano, ad Imola i Manfredi e gli Alidosi, a Foligno i Trinci, a Forlì gli Ordelaffi.

Sebbene dunque, per la cessione di Rodolfo imperatore, i diritti maestatici cessassero d’esservi divisi fra i papi e gl’imperatori o i loro vicarj e conti, pure la pontifizia riducevasi a poco meglio di una primazia di dignità, la quale di poco restringeva sia le repubbliche sia le signorie comprese in quel tratto; e continuavano a condursi come indipendenti, talvolta anche nemiche alla santa Sede, senza legame tra loro, nè differendo dall’altre d’Italia se non pel partecipare che faceano alle vicende della Chiesa.

Alcune famiglie tenevansi ritte in faccia al papa, come i Colonna ad occidente di Preneste, gli Orsini tra le montagne a mattina del Teverone, i Savelli nell’antico Lazio verso Monte Albano, i Frangipani dalla parte di Anzio a settentrione delle paludi Pontine, i Farnesi ad occidente del lago di Bolsena, gli Aldobrandini a scirocco della Toscana. Che più? in Roma stessa il Governo e il suo capo trovavansi aggirati e sovversi dalle prevalenti famiglie dei Colonna, Orsini, Savelli; e il trionfare de’ Guelfi o dei Ghibellini nel resto d’Italia aumentava o diminuiva la potenza dei papi, costretti sovente a cercarsi appoggio coll’eleggere a senatori i re che venissero in Italia, od altri caporioni; amici pericolosi. E quantunque Innocenzo III avesse tratta al pontefice la conferma del senatore, e Nicola III stanziasse non poter quello essere uno straniero o un potente, nè sedere oltre un anno, pure dovettero spesso ritirarsi fuori di Roma, e massime a Viterbo od Orvieto.

Fra l’altre repubbliche segnalavasi Bologna, ricca e ingloriata dal suo studio. Ivi i consoli de’ mercanti sin da principio aveano entrata nel grande e nel piccolo consiglio; poi le arti e i mestieri v’ottennero rappresentanza nel 1228, quando pretesero, non solo esser partecipi al governo, ma indipendenti, e che dei loro interessi decidessero capi proprj, escludendo gli altri membri del consiglio. I macellaj a viva forza fecero passare questo partito; onde la repubblica si compose di due stati, il Comune e le arti, con suggello e assemblee distinte. Il podestà della prima e il capitano delle altre venivano perciò a continui conflitti, sinchè le arti prevalse istituirono un gonfaloniere di giustizia che durava un mese, e doveva eleggersi per turno da ciascun’arte, con due aggiunti dei mestieri ed uno del Comune, cioè della nobiltà.

Bologna avea ridotte a sua giurisdizione Imola, Cervia, Faenza, Forlì, Forlimpopoli, Bagnacavallo, mandando i suoi podestà alla più parte della Romagna; disputava a Modena i castelli del Frignano, e dal podestà facea giurare di recuperare il territorio fino al Panàro, concessole (asseriva) dall’imperatore Teodosio II.

Quant’è da Ascoli sul Tronto e da Terracina sul golfo di Gaeta fin all’estremità d’Italia formava il regno di Napoli, eccettuato Benevento, che alla venuta degli Angioini era tornato ai papi. Le provincie in cui era diviso, derivavano dai gastaldiati e contadi introdotti da Longobardi, detti poi giustizierati dai Normanni, sotto dei quali pare cominciassero anche le nuove denominazioni di Terra di Lavoro, che è quella fra il Silaro, il Garigliano, l’Appennino e il mar Tirreno; di Principato citra e ultra, detto così da che il duca di Benevento prese il titolo di principe sull’antico Piceno di qua e sul Sannio di là dell’Appennino; di Basilicata, nome di greca origine, come la Capitanata dai Catapan; di Calabria citra e ultra, al paese che dall’Appennino scende al mar Jonio presso Strómboli, e al Tirreno presso al golfo Ipponiate; di Terra di Bari, già Puglia Peucezia; e d’Otranto, già Japigia, all’estremità d’una delle code dell’Appennino; di contado di Molise; dei due Abruzzi, di qua e di là del fiume Pescàra.

La feudalità, seminatavi dai Normanni, radicata dagli Svevi, non si spense sotto gli Angioini, e i baroni ebbero sempre grand’entratura nel reggimento del paese. Principali erano i Sanseverino, che tenevano la miglior parte della Basilicata, Amalfi col ducato suo, le contee di Sanseverino e di Marsico nel Principato, di Bassignano in Calabria, di Matera nella provincia di Taranto; i Pipino, che dominavano su largo tratto della Capitanata e sul montuoso del principato di Bari; i Balzi nelle regioni occidentali del principato di Taranto, e nelle orientali della Basilicata; i Ruffo sulla falda a greco del Bruzio; i Cantelmi sul piovente occidentale dell’Appennino dal lago Fúcino a Venafro. Negli Abruzzi i contadi di Tagliacozzo e Manupella erano investiti agli Orsini di Roma, conti anche di Nola, principi di Salerno, e che poi successero ai Sanseverino, ai Ruffo, ai Balzi; sulla costa gli Aquaviva tenevano il contado d’Atria, gli Avalos il marchesato di Pescara; nell’interno i Gambalesa comandavano alla contea di Montorio, i Savelli a quella di Celano: in Terra di Lavoro i Gaetani al contado di Fondi, i Marsano al ducato di Sessa: nel Principato i Tôcco al contado di Marino, i Sanframondo a quel di Cerreto, i Sovrano a quel d’Aviano: in Calabria gli Origlia a quel di Nicastro, i Caraccioli a quel di Gerace, e così via.