Altrettante suddivisioni si novererebbero nei tre valli di Sicilia: ma sembra che la popolazione ivi stesse ristretta in grosse città e borgate, giacchè, mentre la sola Capitanata contava cencinquanta paesi, altrettanti appena ne sono attribuiti all’intera isola in un diploma del 1276[9].

Nelle repubbliche ai feudi era stata tolta la politica importanza, restringendoli ad una forma privilegiata di possesso: ma nel Piemonte e nelle Sicilie conservarono il mero e misto imperio, e lo attestavano colle forche erette davanti ai castelli, nell’elevatezza delle quali si pose tale emulazione che la legge dovette moderarla.

Il titolo di marchese non ebbe fra noi significazione dinastica come in Germania, ma indicò nobili aventi diritti di conte sopra dominj proprj, a differenza dei conti ch’erano funzionarj del re o dei vescovi. Di marchese e conte di Milano è dato il titolo ad Azzo d’Este nel 1097; e Federico I lo rinnovò ad Obizzo suo nipote il 1184, aggiungendovi la marca di Genova[10]: il che (essendo già libere quelle città) equivaleva a costituirnelo vicario per sostenervi i diritti imperiali. Obizzo stesso era vassallo del vescovo di Genova; vassallo d’essa città era suo figlio Moruello; e confederati coi signori di Lunigiana, coi conti di Lavagna, con altri.

Principali avversarj agli Estensi erano gli Ezelini, de’ quali vedemmo le origini, e come si facessero primarj rinfianchi alla dominazione di Federico II (t. VI, p. 440). Col titolo di vicario di questo, Ezelino IV consideravasi signore indipendente nel Padovano, Trevisano e Bassanese; strozzava ogni voce che s’elevasse contro al suo sanguinario dominio; facea colpe di morte non solo l’antichità della stirpe, l’opulenza, il valore, la chierica, ma persino la pietà e la bellezza, e tutto ciò che rendesse un uomo riverito e perciò temuto. Entro orribili carceri a Padova lasciava morire e imputridire i suoi nemici, o ne li traeva perchè, a schiere mandati al capestro, insegnassero ad obbedire.

Uscite vane le ripetute ammonizioni, il pontefice Alessandro IV intimò una crociata (1256) in nome di Dio contro questo nemico degli uomini. Gran gente vi accorse; frati d’ogni colore gridavano all’armi; Giovanni da Schio, l’apostolo della pace, uscito dall’oscurità dov’era ricaduto dopo lo spettacoloso ma effimero trionfo di Paquara, ricomparve a capo degli armati, che le città guelfe, spalleggiate da Venezia, mandavano col titolo di Crociati, e preceduti dal vessillo romano. Essi a forza ritolsero Padova ad Ezelino, gli ribellarono altre città: ma il tiranno sbuffando vendetta, con truppe saracine e tedesche, sostegno predisposto d’ogni tirannia, ricuperò Padova, e la corse a viva chi vince: doppia ruina dell’insigne città. Alleato col fratello Alberico signore di Treviso, con Buoso da Dovara cremonese, e col marchese Oberto Pelavicino, egli trovavasi sotto mano tutte le forze dei Ghibellini di Lombardia, e di conserva presero e guastarono Brescia, nodo de’ Guelfi. Ma ad Ezelino non bastava la signoria divisa, e mentre adoprava il valore contro i nemici, tesseva artifizj per iscemare il potere del marchese e del Dovara; e quando essi credeano avere stabilito un triumvirato, egli si pianta despoto di Brescia, donde corre a recuperare un dopo uno i castelli toltigli dai Crociati, sbranandoli col fuoco, col sacco, col macello.

Sempre invalse che dell’alta Italia non potesse considerarsi padrone chi non tenesse Milano, la quale estendeva il dominio sopra alcune città vicine, l’influenza su tutte. La lunga guerra coi Federichi ne aveva esauste le finanze. Tentò risanguarle Beno de’ Gozzadini (1256) bolognese, che chiamato podestà, gravò di nuove imposte l’estimo per ispegnere un prestito ch’erasi fatto in bisogno di guerre: e vi arrivò; ma poi suggerì di prolungare quella imposta onde finire il Naviglio che traeva fin a Milano le acque del Ticino. La plebe, grata a chi la liscia più che a chi la giova, sorse a furore, e trucidatolo, il buttò in quel canale che forma la ricchezza del Milanese e la gloria di lui.

Memore di Federico Barbarossa, Milano tenevasi corifea della parte guelfa: alla ghibellina invece propendevano i castellani del vicinato; di che s’invelenivano le ire fra nobili e plebei, e riotte intestine, e alterni scacciamenti e disastri della città e della campagna, e trascuranza del pubblico bene. E già potea dirsi sciolto il Comune, poichè i varj ordini dello Stato ne formavano altrettanti, con governo distinto, e due o tre podestà, e consoli opposti a consoli, assemblee ad assemblee, impaccio ad ogni buona provvisione.

Accennammo come vi allignassero gli eretici Patarini, alcuni de’ quali fecero ammazzare frà Pietro da Verona inquisitore (t. VI, p. 351). Il Carino, uccisore di lui, fu côlto e messo in mano del podestà; ma presto fuggì: e il vulgo, credendo connivente il podestà, prese questo, e ne saccheggiò il palazzo; impedì ai nobili di dare la signoria a Leon da Perego arcivescovo, e domandò che anche plebei potessero esser canonici della metropolitana, privilegio delle maggiori famiglie, per modo che l’arcivescovo da loro eletto era sempre dei primi patrizj. Sostenuti da questo, dai proprj vassalli e dipendenti, e dall’uso delle armi, i nobili sormontavano la motta popolare, sino a voler ridestare un’antica legge de’ tempi feudali, per cui potessero dell’uccisione d’un plebeo riscattarsi per sette lire e dodici soldi di terzuoli (lire 114). Un popolano, scontrato il nobile Guglielmo da Landriano, lo sollecita a pagargli un antico debito, e questi l’uccide: il popolo insorge a furia, respinge i nobili, che con Leon da Perego alla testa ricovrano ne’ castelli del contado del Seprio, donde, alleati con Novaresi e Comaschi, poteano recidere il commercio e i viveri alla città.

La plebe vedevasi costretta o a stipendiare qualche capitano forestiero che la proteggesse anche coll’armi, o a cercare fra’ castellani un capo cui l’aura popolare piacesse più che l’arroganza patrizia. Quando i Milanesi ritiravansi in rotta da Cortenova (1257) abbandonando il carroccio a Federico II, furono raccolti e pasciuti da Pagano della Torre, signore della Valsassina, il quale perciò era divenuto idolo dei popolani, ch’egli sosteneva a spada tratta, fosse virtù o quella affettazione di generosità con cui i nobili demagoghi velano spesso l’egoismo. Fatto è che il popolo, volendo un magistrato proprio che lo schermisse dalla prepotenza de’ nobili, elesse lui a capitano (1242), finchè si calmarono le ire. Scoppiate di nuovo, fu sortito a quel grado il suo discendente Martino (1257), il quale represse i nobili, diè mano a riformare gli ordini sottraendo le maestranze dal dipendere dall’arcivescovo, e così montò in istato di vero signore. Tolto a stipendio il marchese Manfredi Lancia con mille cavalli, trasse fuori il carroccio, e cominciava la guerra civile contro i nobili fuorusciti; se non che persone prudenti rabbonacciarono, e condussero la pace di Sant’Ambrogio.

In essa da una parte i nobili e valvassori, dall’altra la motta, credenza e popolo, stabilirono che ogni singolar lite, causa, discordia e controversia tra le parti avessero a ridursi a pace perpetua: ogni ingiuria si rimettesse, eccetto se alcuno fosse ingiustamente possessore di qualche bene: gli elettori, il consiglio, il Governo, i consoli del Comune o della giustizia, e tutti gli altri uffiziali ordinarj e straordinarj, emendatori dello statuto, ambasciadori, metà dovessero essere del Comune, e metà di valvassori e capitanei: tre trombetti per il popolo potessero eleggere gli altri tre per la parte de’ capitanei: tutti gli sbanditi a titolo di Stato fossero riammessi, e i beni mobili ed immobili restituiti a loro od agli eredi. Seguivano concessioni e convenzioni speciali per gli abitanti di Como, di Varese, di Cantù, d’Angera e pei capitanei d’Arsago: e per riparare i danni fatti, il podestà spenderebbe ogni anno in granaglia lire seimila del Comune di Milano; e i Comuni, borghi, luoghi e cascine consegnerebbero le biade a Milano, secondo il consueto: ciaschedun cittadino fosse obbligato far condurre a Milano due moggia di mistura per ogni centinajo di libbre del valsente suo, e chiunque non fosse in estimo potesse condurre ed estrarre grani da Milano: in tempo di carestia si potesse cercarne anche ne’ solaj degli ecclesiastici, e quel che sovrabbondava al viver loro, tradurlo a Milano. Si tenessero riparate le strade; non si riscotessero dazj o gabelle più dell’usato; i pretori farebbero soddisfare all’offeso delle ruberie sofferte intorno a Milano a quattro miglia. Martin della Torre e suoi agnati, e tutti i capitanei e valvassori collegati col popolo, potessero a volontà ritornare alla parte de’ capitanei e valvassori, senz’altro carico che di pagare i foderi passati e presenti. I castelli di singole persone non fossero molestati dal Comune, se non per decreto del consiglio. Ne’ borghi e nelle ville le persone maggiori di vent’anni avessero facoltà di eleggere il proprio rettore per un anno quando non fossero per consuetudine sottoposti al podestà di Milano[11].